Testimoni di una rivoluzione

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L’informazione sull’Egitto è decisamente migliorata grazie ai corrispondenti presenti sul posto. In particolare i quattro italiani che sono stati assaliti dalla folla davanti alla moschea Al Fatah, Gabriella Simoni di Mediaset, Maria Gianniti di RadioRAI, e i rispettivi tecnici, hanno fornito una testimonianza diretta alle TV dopo il loro rilascio dai militari che li avevano fermati subito dopo l’aggressione. Testimonianze sulla brutalità dell’esercito che ha trattenuto per ore, bendata, la Simoni, a scopo evidentemente intimidatorio, ma anche sul carattere non spontaneo delle manifestazioni contro i Fratelli Musulmani che assediavano la moschea, chiaramente organizzate da teppisti, al soldo della polizia e dell’esercito.

Le due giornaliste descrivevano semplicemente i fatti, ma avevano capito bene che non si trattava di “gente del quartiere” ma di provocatori. Assai più efficace Giuseppe Acconcia su “il manifesto” di oggi (in un articolo che pubblicherò integralmente sul sito appena sarà possibile scaricarlo), osserva che “fermare e intimorire giornalisti e stranieri è uno dei doveri imposti dalla polizia ai piccoli criminali o baltagy che infestano le strade del Cairo nei momenti caotici”.

Acconcia conosce bene l’Egitto, dove dirige l’Istituto italiano di cultura, ma di questo ruolo della teppa e della polizia non si stupisce chi conosce la storia reale e non mitologica delle rivoluzioni, che hanno sempre visto i difensori del passato utilizzare i lumpen e i confidenti della polizia. In Egitto si era visto quando alcuni di loro, montati su cammelli o cavalli, avevano attaccato la folla in piazza Tahrir nei primi tempi della rivoluzione che avrebbe abbattuto Mubaraq. Lo stesso Acconcia aveva descritto in una precedente corrispondenza il fenomeno:

In ogni quartiere sono nati comitati popolari di autodifesa. Purtroppo in questi gruppi si infiltrano spesso piccoli criminali armati. E così è molto semplice essere fermati, arrestati o brutalmente malmenati in Egitto in queste ore, soprattutto di notte, quando vige il coprifuoco. La legge marziale dà alla polizia il diritto di sparare, ma conferisce anche una sorta di potere speciale alla società per azioni arbitrarie.

Lo stesso Acconcia aveva chiesto all'attivista e blogger Wael Abbas cosa comporta lo stato d'emergenza destinato a durare un mese. «Si torna al coprifuoco imposto da Mubarak quando era a capo del Consiglio supremo delle Forze armate. La polizia può procedere a detenzioni, torture e violazioni dei diritti umani. Chi viene arrestato deve affrontare una corte militare». Altro che guerra civile, è un salto verso una repressione sempre più spietata. Diplomatici e uomini di regime si affannano a definire “fascisti” e “terroristi” i Fratelli Musulmani, per ottenere la benevolenza degli esportatori di “guerre umanitarie”, ma in realtà anche in Italia è risultato che molti egiziani, tra cui diversi che non avevano votato per Morsi, sono scesi in piazza per protestare contro le stragi. A contrastarli solo uno o due elementi che difendevano l’esercito…

Lo stesso Wael Abbas, nell’intervista pubblicata ieri sul “manifesto”, ha ridimensionato le accuse ribadite dal governo provvisorio ai Fratelli Musulmani. È vero che dispongono di armi, ma non in misura comparabile con la quantità di munizioni di cui dispone l'esercito. «Il ministro dell'Interno dice di aver trovato 9 kalashnikov a Rabaa. E questo giustifica l'uccisione di 700 egiziani? L'esercito dovrebbe arrestare i miliziani, non uccidere gente indifesa», spiega Abbas. «Per gli incendi delle chiese – aggiunge Abbas - potrebbe essere stata la Sicurezza di Stato, com'è avvenuto negli attacchi di Alessandria», anche se ammette che potrebbe essere stata «gente comune o simpatizzanti degli islamisti per l'odio contro i cristiani che viene sistematicamente diffuso». Ma diffuso da chi? Nella prima fase della rivoluzione si accertò che gli attacchi alle chiese copte e anche ai musei erano state organizzate dalla polizia, usando la teppa e i confidenti,

A questo proposito, Giuseppe Acconcia ha chiesto allo sheykh della moschea Abu Bakr El-Seddek, Hussein Abdel Aal, uno dei politici più in vista del movimento delle gamaat, le associazioni universitarie islamiche, «Chi ha bruciato le chiese di Assiut e cosa pensa dello sgombero di Rabaa?». La risposta è stata netta «È opera di criminali legati alla Sicurezza di Stato. Non è questo il nostro modo di operare. Dagli anni 90 rifiutiamo la violenza. Lo sgombero di Rabaa è opera di mostri, un crimine di guerra. In nessun altro paese si possono uccidere così persone inermi». Hussein Abdel Aal è esponente della Shura (Comitato centrale) del movimento radicale, è entrato in politica nel 1984 e ha passato 15 anni in prigione (in dieci diverse carceri) dal 1991 al 2006 senza nessuna accusa.

Per concludere, è sotto gli occhi di tutti l’episodio, ripreso da una telecamera, di un manifestante inerme e a braccia alzate, che aveva tentato di dialogare con l’equipaggio di un carro armato, ripetendo la scena di Piazza Tien Anmen, ma con esito diverso: è stato falciato da una raffica. Ma è lui il criminale, il terrorista, il “fascista”…

Per questo è grottesco il tergiversare sulle forniture di armi agli assassini (“se non le vendiamo noi, le venderanno altri”, quindi continuiamo a inviarle…). Anche Giorgio Beretta dell’Osservatorio sulle armi leggere si accontenta di chiedere sul “manifesto”, che ci sia almeno “una dichiarazione della ministra Bonino [che] sarebbe importantissima”… Come se le dichiarazioni senza atti concreti siano mai servite a qualcosa.

Ancor più ipocriti gli inviti al “dialogo” fatti da tanti e anche dal solito papa Francesco. Che dialogo ci può essere tra chi ha subito il massacro e i massacratori?. I crimini di guerra scatenano ritorsioni che durano per intere generazioni, l’unica soluzione è bloccare totalmente le forniture di armi. Nel 1917 e negli anni seguenti, i portuali bloccavano in Italia, in Francia, in Gran Bretagna, in Germania, le forniture agli eserciti “bianchi” che tentavano di soffocare la rivoluzione russa. Possibile che non ci sia un pezzetto di sindacato dei portuali o dei metalmeccanici che sia in grado di tentare un atto almeno simbolico nella direzione giusta?

(a.m.18/8/13)



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