La “lulizzazione” della sinistra latinoamericana

Stampa

Pablo Stefanoni

www.eldiplo.org]

 

 

Dalla fine degli anni Novanta, l’America Latina sta attraversando quello che, in mancanza di termini più precisi, si è definito post-liberismo, e che il presidente ecuadoriano, Rafael Correa, ha chiamato “cambiamento d’epoca”. Certamente si tratta di una varietà di esperienze difficilmente riducibili alla vasta categoria delle “due sinistre”. La distinzione, che Álvaro Vargas Llosa ha sintetizzato – ricorrendo a metafore manichee – come sinistre vegetariane (Cile, Brasile, Uruguay) contro sinistre carnivore (Venezuela, Bolivia, Ecuador), corre il rischio di congelare immagini troppo delimitate di processi attraversati da una grande diversità di pieghe e angolazioni analitiche e non coglie neppure, però, i punti di convergenza tra i due poli. Ad analoghi problemi ci troviamo di fronte con quanti, a partire dalla sinistra radicale, effettuano la stessa dissezione, collocando però dal lato giusto i governi rivoluzionari e da quello negativo i governi riformisti. Che di recente un lungo articolo del New York Times abbia elogiato la gestione macroeconomica di Evo Morales definendola “prudente”,[1]che La Nación - “il quotidiano dell’oligarchia argentina” – intitolasse un articolo “Bolivia dà il là”,[2]o che il programma “Dinero” (“soldi”) della CNN abbia consegnato la “medaglia d’oro” al paese andino affermando che “la Bolivia sta meglio dal 2005”[3]sono eloquenti avvertimenti sia per gli antipopulisti accaniti sia per quelli che credono che nel blocco bolivariano si starebbe transitando verso l’uscita dal capitalismo. Stessa cosa per l’interessante processo ecuadoriano, che combina profonde trasformazioni – incluso rifondative – con un nazionalismo dollarizzato.

Nell’analisi delle esperienze delle sinistre al potere non va trascurato il fatto che quei governi di cambiamento sono precisamente post-neoliberisti in quanto, pur cercando di eliminare le conseguenze della “lunga notte” del Consenso di Washington, si propongono di recuperare il ruolo dello Stato in società profondamente trasformate dalle riforme strutturali e dall’attuale globalizzazione capitalista, individualista e consumista che l’italiano Raffaele Simone ha definito l’“amabile mostro”,[4]cercando in generale di ritornare al vecchio statalismo, la cui crisi ha portato alle privatizzazioni. In casi come la Bolivia e l’Ecuador, i governi popolari hanno fatto della crescita e della stabilità economica una delle loro bandiere. Per questo Evo Morales ha accumulato uno degli stock di riserve internazionali più alti del mondo rispetto al PIL, esattamente una delle cose che  mettevano in risalto il New York Times e il Fondo Monetario Internazionale.[5]Questo sicuramente distingue queste due nazioni bolivariane dal Venezuela, dove parte della complicata situazione che sta attraversando Nicolás Maduro è connessa a una conduzione economica con forti tendenze redistributive, ma anche distruttive e de-istituzionalizzanti.

 

La fine del socialismo del XXI secolo

 

Ad oltre un decennio di distanza dalla svolta a sinistra (quindici anni in Venezuela, otto in Bolivia e in Ecuador), la “fase eroica” è rimasta alle spalle: emerge visibile la stagnazione dell’integrazione antiliberista – nel caso, ad esempio, dell’Unasur[6]- e le sinistre hanno perso il monopolio delle insegne del cambiamento. Una nuova destra, in grado di combinare populismo securitario, liberalismo culturale e un “volto sociale”, ha cominciato a sfidare il blocco post-neoliberista a livello dell’area (ad esempio, attraverso l’efficace installazione simbolica dell’Alleanza del Pacifico come un’alternativa migliore e più moderna per la regione) e negli spazi nazionali: Sergio Massa e Mauricio Macri in Argentina, Henrique Capriles in Venezuela o Mauricio Rodas, che ha appena strappato al correismo il comune di Quito, in Ecuador.

Questo non vuol dire che la sinistra non mantenga possibilità di vittoria in altri paesi (Evo Morales, Dilma Russeff e Tabaré Vázquez corrono avvantaggiati per essere rieletti, in continuità o dopo un intervallo, e la stessa Michelle Bachelet ha largamente sconfitto la destra lo scorso dicembre). Ma quello che a tratti si era immaginato come un percorso lineare verso una qualche forma di socialismo del XXI secolo era legato più al volontarismo iperattivista di Hugo Chávez che non a un consenso nell’area, e la crisi venezuelana ha lasciato via libera a un Brasile che promuove un capitalismo sviluppista molto legato alle multinazionali. Il Brasile svolge sia il ruolo di “locomotiva regionale” sia quello di subpotenza con propri specifici interessi nel gioco globale.  Parte di questa sua funzione si può vedere nell’aumento della sua influenza a Cuba, dove ha notevolmente incrementato la propria potenza economica (e politica) grazie all’aura di Lula. Se Fidel Castro era uno stretto alleato – politico ed economico – di Chávez, non c’è da stupirsi che i più freddi militari cubani, che controllano i settori strategici dell’economia, e l’élite tecnocratica “raulista” abbiano maggiori affinità con i brasiliani,  pur continuando per il momento a dipendere dal petrolio venezuelano.[7]  Il quotidiano El País, ad esempio, ha dato la notizia che Lula si è portato in uno dei suoi viaggi all’Havana il “re della soia”, l’ex governatore del Mato Grosso Blairo Maggi, per insegnare ai cubani a produrre soia di miglior qualità.[8]

Tanto meno l’ex sindacalista di San Paolo ha evitato di consigliare – non senza una certa dose di paternalismo – al presidente venezuelano: “Maduro dovrebbe cercare di ridimensionare il dibattito politico per dedicarsi interamente a governare, a instaurare une politica di coalizione, costruire un programma minimo e attenuare la tensione”.[9]

 

Il consenso neosviluppista

 

Dappertutto, le sinistre al potere hanno combinato l’ampliamento dei confini estrattivi  al dispiegamento di politiche sociali nel quadro di un certo consenso sviluppista. Questo ha suscitato una serie di conflitti ambientali (in Argentina, Perù, Ecuador, Brasile e Bolivia) e numerosi dibattiti sulla riprimarizzazione delle economie, la crescente influenza cinese, le infrastrutture e sfruttamento di materie prime in aree protette (come nel caso del TIPNIS in Bolivia e dello Yasuní in Ecuador) e i problemi dell’estrattivismo nella stessa integrazione regionale.[10]Nel caso argentino, brasiliano e uruguaiano si aggiunge al dibattito quello del dilagare della soia, che da anni ha trasformato profondamente la produzione agraria e la vita rurale, sospinta in particolare dalla domanda asiatica.

L’immaginario sviluppista, tuttavia, non opera solo nelle grandi economie regionali. Rafael Correa ha appena inaugurato, con le lacrime agli occhi, la Città della Conoscenza Yachay.[11]Concepita inizialmente con il sostegno sud-coreano, questa Città cerca di promuovere l’economia del talento in stretta alleanza con varie imprese e centri di ricerca stranieri. Evo Morales, con la stessa emozione – insieme al vicepresidente Alvaro García Linera, anche lui senza nascondere le lacrime – ha seguito dalla Cina il lancio del satellite boliviano Túpac Katari (TKSAT-1), nel quale lo Stato ha investito 300 milioni di dollari; in una recente intervista ha nominato 3 volte la Corea del Sud, cui si guarda con interesse in Bolivia e in Ecuador.

Di fronte a questa illusioni sviluppiste, sono emersi alcuni discorsi di dissenso, con peso politico relativo. Una parte di questi si richiama ai conflitti realmente esistenti e cerca di decostruire un “Consenso delle Commodities” che avrebbe rimpiazzato quello di Washington degli anni Novanta.[12]Un’altra parte, non sempre in diretto rapporto con la prima, inalbera il discorso del “buen vivir” [il “buon vivere”], che si presume legato alle tradizioni indigene, ma che per la sua natura troppo generica e “filosofica” manca di significativo sostegno sociale di fronte all’integrazione attraverso il consumo che predomina dal Brasile alla Bolivia, dando vita alla base sociale dei governi progressisti.

Il dubbio, però, è se questi paesi riusciranno a superare l’attuale dipendenza dalle materie prime.

 

Progressisti o popolari?

 

Sul piano etico-morale, i nuovi governi si confrontano con altre tensioni: a volte sono più popolari (e antiliberali) che progressisti. Se in Argentina il kirchnerismo tiene ferma la sua contrarietà a discutere l’aborto ma ha fatto passi in avanti inediti sui diritti delle diversità sessuali, nel resto dell’area le sinistre al potere si sono mostrate più caute sull’ampliamento dei diritti civili su quest’ultima questione.

Ne è un esempio Rafael Correa. Pur essendoci stata nel dicembre del 2013 una riunione tra collettivi LGBT e un primo incontro con questo settore del presidente ecuadoriano, poco dopo egli lanciò un attacco virulento agli “eccessi dell’ideologia di genere”. “D’un tratto – disse Correa – vi sono alcuni eccessi, alcuni fondamentalismi in cui si propongono cose assurde. Non è più uguaglianza di diritti, ma uguaglianza in tutti gli aspetti, che gli uomini sembrino donne e le donne uomini. Ora basta!”.[13]Fedele alla sua adesione al cattolicesimo, ha minacciato di rinunciare alla carica se fosse proseguita la discussione sull’aborto nel suo partito, dove vari dirigenti sostengono la depenalizzazione. Indipendentemente da questo, dalla fine del 2012 si promuove come politica di Stato la pillola del giorno dopo negli ospedali pubblici,[14], lasciando intravedere come tutti questi processi non si riducano soltanto alle dichiarazioni dei leader.

In Bolivia, Evo Morales ha intimato il silenzio ai ministri e alle ministre che hanno appoggiato l’apertura del dibattito sull’interruzione della gravidanza. E, più di recente, il parlamento ha approvato un nuovo Codice del Bambino e della Bambina che stabilisce che la vita ha inizio dal concepimento. Anche se in caso di stupro è possibile ricorrere alla giustizia per interrompere la gravidanza, il Codice introduce un nuovo decreto catenaccio per discutere il tema. Quanto alla diversità sessuale, pur essendo stata creata una Unità di Depatriarcalizzazione dipendente dal Viceministro della Decolonizzazione, i progressi sono stati molto moderati. Sicuramente, come diceva una delle marce dell’orgoglio gay degli anni 2000, “la Bolivia è più diversa di quel che ti hanno raccontato”, e cioè, la diversità non si esaurisce sul piano etnico-culturale. Tuttavia, il Codice di Famiglia in via di modificazione continua a stabilire per i matrimoni ed anche per le unioni di fatto il requisito che siano tra un uomo e una donna.

Nel caso ecuadoriano, la nuova Costituzione avalla le unioni civili: l’art. 68 riconosce “le unione stabile e monogamica tra due persone” senza specificare il sesso.[15]

In Argentina, la legge sul matrimonio ugualitario e quella sull’identità di genere, che consente di cambiare genere nel documento di identità semplicemente presentandosi al registro dello stato civile, si collocano tra le norme più avanzate del mondo in fatto di riconoscimenti di diritti. È significativo che, anziché togliere voti al governo, queste decisioni abbiano dato luogo a spot di campagne elettorali. Il matrimonio ugualitario è stato approvato anche in Uruguay e in Brasile (ma per decisione giudiziaria, non politica).

Nonostante tutto, questo rinvia alla capacità di mobilitazione sociale: in molti paesi è molto più forte la capacità di conquistare seguito dei gruppi cattolici ed evangelici che non quella dei LGBT (il tema dell’espansione evangelica tra i settori popolari continua ad essere affrontato poco dalle sinistre). E a volte le stesse organizzazioni LGBT sono divise, si muovono in maniera autoreferenziale – con forti frammentazioni in fazioni – e la parola d’ordine della lotta per il matrimonio ugualitario crea spaccature interne e il tutto contribuisce a rafforzare le tendenze conservatrici all’interno dei governi.[16]

 

Presente e futuro

 

 

 

Con luci e ombre, l’America Latina è cambiata per molti aspetti e le sinistre vi hanno contribuito. Oggi, con l’esperienza venezuelana in crisi e senza capacità di direzione regionale, le presunte “due sinistre” sembrano convergere in una sola: con toni più “lulisti”, come ha osservato Franklin Ramírez.[17]Così, si punta a un modello di crescita, regolamentazione dei mercati e distribuzione (tra inclusione e cittadinanza assistita, a seconda dei casi). Il post-neoliberismo tende a uniformarsi, in senso meno antisistemico, con maggiore o minor profondità di accordo con le riforme strutturali che ciascun governo ha effettuato; ad esempio, Ecuador e Uruguay sono andati avanti con riforme delle imposte assenti in Argentina. Gli accordi di Evo Morales con la borghesia di Santa Cruz si possono includere in questa tendenza. E in ogni caso questa deriva lulista relega gli esperimenti economici “postcapitalisti” entro uno spazio assai marginale.

Il fatto che le nuove destre non tengano apertamente nella loro agenda proposte di riprivatizzazione e a volte addirittura competano con i governi progressisti per le proposte di maggiore inclusione, al di là della sincerità con cui questo si manifesti, rende conto del clima di un’epoca che presenta nuovi scenari e difficoltà. Per le sinistre nazionalpopolari l’eventualità di una sconfitta elettorale è al di fuori del loro orizzonte. Il problema dei partiti che si ritengono l’espressione indiscussa dell’essenza del popolo è che “non possono” perdere, e neanche pensare di lasciare temporaneamente il potere senza leggere l’arretramento come una controrivoluzione. Poiché però le attuali rivoluzioni (“cittadina” in Ecuador, “bolivariana” in Venezuela, “democratica e culturale” in Bolivia) sono avvenute grazie a vittorie elettorali, anche gli elettori potrebbero togliere loro il sostegno Tutto ciò costringe a forzare rielezioni indefinite. Lo stesso Correa, dopo lo scivolone nelle recenti elezioni locali, si è mostrato disposto a rivedere la sua decisione di non cercare la rielezione, ancorché buona parte del vertice di Alianza País si sia detta contraria. Nel caso dei governi più riformisti, si è cercato di risolvere la continuità con maggiore istituzionalità nei partiti e con rielezioni non consecutive: Bachelet è già ritornata al potere; Tabaré aspetta il suo turno e Lula funge da riserva di fronte a qualche scivolone di Dilma e come eventuale futuro candidato. Tutto questo dimostra come anche nelle sinistre di partito più istituzionalizzate non esista un nitido processo di ricambio degli strati dirigenti e che il peso dei leader sia enorme: per dirla in poche parole, più lulismo che petismo [ruolo del PT, Partito dei lavoratori brasiliano, NdT].

In ogni caso, ormai le sinistre affrontano la sfida di concepire nuove agende per approfondire i cambiamenti: il richiamo alla lunga notte neoliberista risulta ogni volta meno efficace, nella misura in cui le generazioni più giovani non l’hanno vissuta e le altre hanno cominciato a dimenticarla e a porre richieste legate ai nuovi problemi. Il Brasile sta esattamente vivendo queste tensioni, con un PT più statalizzato e anchilosato e una nuova generazione che avanza nuove rivendicazioni connesse allo spazio pubblico, all’istruzione, all’ambiente, al trasporto o alle spese della Coppa del Mondo, nel bel mezzo del rallentamento dell’economia. In Bolivia, i nuovi settori inclusi nel consumo saranno presto indigeni di natura diversa dai vecchi esclusi dal capitale etnico di pelle bianca. Il caso uruguayano richiede ancora maggiori analisi, con la sua combinazione di audaci misure societarie (legalizzazione dell’aborto e della marijuana) e politiche economiche ben più convenzionali e filo-investimento straniero.

In sintesi: a differenza dei primi anni, in cui l’opposizione era più facilmente assimilabile al vecchio regime neoliberista, oggi il destino delle sinistre si gioca nella sua creatività, nella sua apertura ai nuovi modi di fare politica e nella sua capacità di conservare la stabilità e la crescita. E, non meno importante, nella sua capacità di evitare che la bandiera del cambiamento le venga sottratta da una destra postmoderna con volti nuovi, discorsi rinnovati e candidati più giovani e più allenati a dispiegare le proprie campagne negli scenari post-neoliberisti lastricati dalle stesse sinistre.

 

[Le Monde diplomatique, Buenos Aires, Maggio 2014 Edición especial “Fracturas en América Latina”– www.eldiplo.org. Traduzione di Titti Pierini]

 

 



[1]William Neuman, “Turnabout in Bolivia as Economy Rises from Instability”, in New York Times, 16 febbraio 2014.

[2]Rubén Guillemí, “Bolivia da la nota: ya es uno de los paises mas pujantes de la región”, in La Nación, 13 aprile 2014.

[4]José Fernández Vega, “El monstruo amable, Nuevas visiones sobre la derecha y la izquierda”, in Nueva Sociedad, n. 244, marzo-aprile 2013.

[5]Ormai le riserve internazionali superano il 50% del PIL.

[6]Cfr. Nicolás Comini, Alejandro Frenkel, “Una Unasur de baja intensidad. Modelos en pugna y desaceleración del proceso”, in Nueva Sociedad, n. 250, marzo-aprile 2014.

[7]“Abbiamo bisogno di ridurre il ruolo dello Stato nella società, e non appartengo al tea Party se dico questo”, ha segnalato non molto tempo fa un ex diplomatico, tuttora consigliere del governo.

[8]Juan Arias, “El sueño secreto de Lula con Cuba”, in El País, 6 marzo 2014.

[9]El Universal, Caracas, 8 aprile 2014.

[10]Eduardo Gudynas, “Izquierda y progresismo: Dos actitudes ante el mundo”, in El Desacuerdo, La Paz, 17 aprile 2014.

[11]Soraya Constante, “Ecuador inaugura su ‘Silicon Valley’”, in El País, 6 aprile 2014.

[12]Maristella Svampa, “«Consenso de los Commodities» y lenguajes de valoración en América Latina”, in Nueva Sociedad, n. 244, marzo-aprile 2013.

[13]Noticias eclesiales, 11 gennaio 2014 (http://www.eclesiales.org/noticia.php?id=002097.

[14]“Ministerio de Salud de Ecuador entregará la pastilla del día después de forma gratuita”, in El Universo, Quito, 26 marzo 2013.

[15]“Doce parejas omosexuales legalizaron su unión de echo en Ecuador”, in Sentido G, 2 luglio 2010.

[16]Sulle strategie nella lotta delle organizzazioni LGBT e le tensioni in seno ai movimenti si veda: Bruno Bimbi, Matrimonio igualitario, Planeta, Buenos Aires, 2010.

[17]Franklin Ramírez, “La confluencia post-neoliberal”, 2014 (fotocopia).



Tags: Ecuador  Brasile  Argentina  Venezuela  America Latina  debito