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Il dibattito cubano sul presente e il futuro (2)

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Il dibattito cubano sul presente e il futuro (2)

 

Rafael Hernández: Lettera al giovane che ha lasciato Cuba – Alzati ogni giorno ricordando questa nave dove continuiamo a remare, che si muove solo se la spingiamo tutti

“Nessuno tenga poco conto della tua giovinezza, se non sei esempio dei credenti  

in parola, opere, comportamento, amore, spirito, fede e purezza…

Abbi cura di te e della dottrina; sii saldo in questo,

salverai te stesso e quelli che ti ascolteranno”

(San Paolo, Prima Epistola a Timoteo, cap. 4, versetti 12. 16)

 

Non ricordi sicuramente il crollo del Muro di Berlino visto che probabilmente sei nato in quell’ anno o al massimo stavi finendo le elementari. Per te e i tuoi amici, la morte del Che è un avvenimento tanto remoto quanto lo era la Rivoluzione russa per noi che andammo ad alfabetizzare nel 1961. Così remoto come il secolo scorso. Anche se hai festeggiato la nascita del nuovo millennio, ti senti più del XXI che non del XX secolo. Se qualcuno ti dicesse che sei un cubano di transizione, lo guarderesti strano. (Ti faccio notare che questa frase faceva scintille negli anni Sessanta; ora non tanto). In compenso, se qualcuno ti domandasse se sei un cittadino del Periodo speciale, scrolleresti le spalle e faresti un commento mordace, ma al fondo saresti più d’accordo. La maggior parte della tua infanzia e adolescenza hanno coinciso con quel Periodo speciale, che a te, diversamente dai vecchi, non è toccato vivere come tempi brutti o anche come crollo di illusioni, ma come unico orizzonte di vita. In questi 22 anni, che stanno diventando qualcosa come due generazioni e mezza, secondo gli esperti, non hai collezionato epopee come Playa Girón o la crisi d’Ottobre, né sicuramente la guerra d’Angola.

Senti che la differenza maggiore con i vecchi, certamente, non è stata la mancanza di quelle gesta, ma di quei sogni. Quell’epica rivoluzionaria si allontana da te sempre più quanto più la televisione ne svuota le immagini ripetute sullo schermo, le hai viste tante volte che non ti dicono nulla. Tuttavia, non è tanto questo ciò che ti manca, ma i progetti che altri prima di te hanno potuto farsi. Quando arrivasti tu, tutto era fatto, organizzato da quelli che avevano demolito il vecchio (quello che per loro era “il passato), costruito e regolamentato l’ordine nuovo.

Tu che non arrivasti in tempo per quelle costruzioni, pensi che quel paese inventato da altri (per te, “il passato”) ormai non esiste, e sopravvive solo un ordine vecchio, anzi irrimediabile. Ma la cosa peggiore non è però esser nati in un ordine prestabilito, perché questo capita a tutti, ma sono le tue incerte possibilità di cambiarlo. In ogni caso, non vuoi investire la tua vita a provarci, perché hai solo questa; e aspiri ad ottenere una casa tua, un lavoro che ti piaccia e ti consenta di ottenere quello che puoi con le tua capacità e le tue forze, senza penuria di trasporti ed energia elettrica, e progettare una volta l’anno, di andartene in vacanza da qualche parte, pur dovendo rinunciare ad altre cose. Credi che il solo modo di assicurarsi questa vita sia scavalcare questo orizzonte e cercarne altri.

Non so quando lo hai deciso - e forse una parte di te ha ancora dubbi. Può essere che ti sia accaduto la prima volta quando hai saputo che un tuo amico non stava più qui; quando, in un incontro tra vecchi compagni di classe si sono messi a fare l’inventario del gruppo, rendendosi conto che molti se ne erano andati. O perché alla tua compagna se lo era messo in testa senza smettere di parlarne tutto il santo giorno. O perché questa stessa compagna è diventata cittadina spagnola, e con quel passaporto può ormai andare a vivere in Europa o in qualsiasi paese, persino gli Stati Uniti. O perché i tuoi parenti a Miami, Madrid o Toronto ti possono dare una mano.

Questa lettera parte dal credere che pensi con la tua propria testa. La mia intenzione non è quella di dissuaderti, né di farti raccomandazioni, meno ancora di rifilarti un discorso patriottico Non presumo di parlarti come tuo padre, consigliere o guida spirituale; né come messaggero di una fede religiosa, verità rivelata, voce dell’esperienza o autorità di maestro. Ti invito a riflettere sulle due tue ragioni, ma soprattutto sul contesto e il significato della tua decisione di andartene dal paese. A sistemare i tuoi argomenti per tirarne fuori qualcosa di chiaro che, magari, potrebbe servirti. Non credere che lo faccia solo per te. Ho i miei motivi, perché la tua decisione di andartene ci coinvolge tutti, e soprattutto quelli come me che non hanno mai pensato di andarsene.

Ti propongo per prima cosa di guardare insieme quello che ci circonda.

Senti dire che i giovani non hanno valori, non vogliono saperne di socialismo, vogliono andarsene dal paese e non gli interessa la politica. Probabilmente quelli che la pensano così identificano i valori con i loro valori, la politica con mobilitazioni e discorsi, la difesa del socialismo con determinati ordini – tra gli altri, che questo sistema è solo per i rivoluzionari impegnati, che un cittadino cubano lo è solo se risiede nella terra in cui è nato o che disporre di un altro documento di viaggio equivale a mettersi agli ordini di una potenza straniera.

Ti avverto che chi la pensa così non sono solo “alcuni funzionari”, ma molte altre brave persone, cittadini integri, per i quali difendere la patria non è mera proclamazione. Di fatto, quando costoro parlano di difendere le conquiste sociali della Rivoluzione, la maggioranza pensa a istruzione e sanità gratuite e – se questa è la misura della Rivoluzione e del socialismo sul piano sociale – è logico che molti dicano che tu dovresti pagarle se vuoi andartene da qualche altra parte “dove non le difenderai”.

In cambio, tu credi che quei diritti li conquistò la Rivoluzione per tutti, e per ciò stesso, sono tuoi, senza altra condizioni che esser nato in quest’isola. Hai sentito che, secondo la Costituzione, i diritti basilari del cubano vanno ben oltre il suo modo di pensare, e che la giustizia sociale e l’uguaglianza sono appunto questo: principi e valori che vanno esercitati veramente, senza assoggettarli a classe, razza, genere, orientamento sessuale, religione o ideologia, perché rappresentano la conquista più importante di tutte, quella della piena dignità della persona. Bene, se sei d’accordo con questo, ti sorprenderai forse di sentirti dire che sei una creatura del socialismo. Se ti importano il benessere di tutta la società , la democrazia e i cittadini, la libertà (inclusa quella di tutti coloro che ti circondano) e l’indipendenza nazionale, ti avverto che sei un essere più politicizzato di molti abitanti del pianeta – inclusa probabilmente la maggioranza del paese in cui vai.

Anche tu, come questi altri buoni cittadini che ho appena richiamato, hai le tue proprie verità accettate, che condividi con gli amici e che anche voi non sottoponete mai a giudizio. Ad esempio, pensate di essere uno zero a sinistra, e che niente succede grazie a voi. Tuttavia, ti faccio notare che questo nostro sistema ti consulta e ti chiede di mobilitarti, perché la tua mobilitazione e le tue opinioni gli servono perché la maggioranza delle politiche funzioni – anche se né tu né molti burocrati la vedano così. Infatti, anche se essi continuano a pensare che l’elemento decisivo sia ungere la catena di comando e realizzare il piano, e tu sei convinto di essere una nullità nel sistema, quando chiedi la parola per criticare i Lineamenti, rivendichi i tuoi diritti da qualche parte, protesti di fronte a disuguaglianze e privilegi, applaudi una critica formulata senza peli sulla lingua, chiedi che la politica non sia solo enunciata ma ottenga risultati – e incluso quando accorri in Piazza brontolando per fare numero alla messa di Joseph Ratzinger – stai contribuendo attivamente alla politica, e a mantenere vivo un tessuto senza cui questo sistema languirebbe e che i sociologi chiamano consenso.

Certamente, questo tessuto è quello che sostiene anche il capitalismo. La differenza sta nel fatto che questo non richiede che partecipi attivamente, basta che non cerchi di sovvertirlo, abbia la sensazione di essere informato e di poter decidere chi governa, andando (o no) a votare periodicamente. Naturalmente, là dove sei puoi esprimere molte opinioni e ascoltarne altre mille, scegliere tra vari candidati, informarsi su chi sono e come la pensino, sui loro progetti e le loro proposte rispetto ai principali problemi del paese, e andare a votare (se hai la cittadinanza) per quello che vuoi. Forse ti sei domandato ogni tanto perche questo nostro paese, che ha le sue elezioni, non può dare alla gente che la pensa come te la possibilità di esprimere le sue opinioni politiche alla televisione, proporre tutti i candidati che vuole (non solo in basso, ma a tutti i livelli), ascoltarli, fargli domande e sapere che cosa hanno in testa, prima di andare a votare per loro e le loro proposte. Hai sempre sentito dire che il confronto politico in televisione, una lista aperta di candidati e il dibattito tra loro non è altro che il politicismo del capitalismo. Che se apriamo questo spazio, gli americani, la mafia di Miami e i dissidenti ne approfitteranno per usare il loro denaro e confondere il popolo. E “al nemico non si può cedere neanche un briciolo così”, ecc.

Devi anche aver sentito dire, tuttavia, che possiamo noi stessi farla finita con questo più probabilmente che non il nemico. E che questo e i suoi piani non possono costituire la causa del fatto che smettiamo di parlare dei nostri problemi, perche alla fine la verità si impone. Lo hai sentito per voce dei principali dirigenti, ripetutamente, ma è come se niente fosse, gli argomenti di sempre continuano ad essere lì. Sei stufo di ascoltare annunci di cambiamenti che non arrivano mai, e che non dipendono da “fattori oggettivi”, ma da una “vecchia mentalità” che continua a tenere le redini.

Certamente, ora che ne ho ripreso una frase, mi chiedo se hai letto qualche volta Che Guevara. Fino a poco tempo fa, salutavi ogni mattina ricordando il suo nome. Immagino che lo ammiri come protagonista di mille imprese guerresche e, soprattutto, per essere stato capace di morire per le sue idee. Ti è familiare il guerrigliero eroico, ma quello che conosci del pensatore politico del socialismo è appena una frase staccata dal contesto dipinta su muri scrostati, e certi luoghi comuni, ad esempio il tema dell’“uomo nuovo” e gli “incentivi morali contro quelli materiali”. Quale sarà il motivo per cui non ti hanno mai fatto leggere a scuola “Il socialismo e l’uomo a Cuba”? Il Che non credeva nell’infallibilità del governo o di quella che chiamava l’avanguardia. “Ma lo Stato a volte sbaglia. Quando si verifica uno di questi errori si nota una diminuzione quantitativa di ognuno degli elementi che la formano, e il lavoro si paralizza fino a ridursi a quantità insignificanti: è il momento di rettificare”. Inoltre avvertiva che la partecipazione civica era essenziale: “L’uomo nel socialismo, al di là della sua apparente standardizzazione, è più completo; a parte che non esiste il meccanismo perfetto allo scopo, la sua possibilità di esprimersi e farsi sentire nell’apparato sociale è infinitamente maggiore. Tuttavia, è d’obbligo accrescere la sua partecipazione cosciente, individuale e collettiva in tutti i meccanismi di direzione e produzione”.

Tu pensi inoltre che la partecipazione non possa ridursi a cortei, cerimonie e riunioni in cui la tua presenza non cambia nulla  né incide “sui meccanismi di direzione”, ma si diluisce al contrario in “raggiungimento di obiettivi prefissati” e altre formalità. Senti che in questa partecipazione manca impegno, sincerità, spontaneità. Se ti chiedono di fornire un esempio di formalismo, forse accenni alle organizzazioni giovanili e ai mezzi di comunicazione,  il cui stile e la cui retorica “allontanano” te ed i tuoi amici, o i CDR e la FMC, nei quali ugualmente non ti senti partecipe di qualcosa di sostanziale.

Non so se sai che, in un paese in cui è possibile votare ed essere eletto ad incarichi del Potere popolare fin dai 16 anni, la presenza di giovani delegati in comuni e province e andata diminuendo, dal 22% (1987) fino al 16% (2008). In parlamento, questa presenza è scesa mediamente del 4% negli anni Novanta; e pur se è cresciuta alle ultime elezioni, continua ad essere inferiore al 9% dei deputati.  Come avrai sentito, la percentuale di vecchi nel paese è cresciuta ed oggi è la più alta che abbiamo mai avuto (17,73%); mentre quella di giovani e bambini è diminuita. Tuttavia, quelli della tua età (fascia dei 16.34 anni) sono il 31,41% dell’intera popolazione che può partecipare al sistema politico – molto al di sopra di chi ha più di 60 anni, che sono solo il 21,6% degli aventi diritto. Ovviamente, la presenza di giovani in incarichi elettivi è molto al di sotto della sua incidenza sulla popolazione adulta. Quale che sia la causa di questo bassissimo profilo, è chiaro che se un maggior numero di giovani come te se ne vanno dal paese, minore sarà la loro presenza in cariche politiche; e se risiedi fuori non potrai votare e ancor meno rivestire alcuna responsabilità. Come vedi, la tua decisione di andartene ha implicazioni profonde anche per noi che restiamo.

L’andarsene dal paese non è niente di nuovo, sia chiaro. Da prima del 1959, sempre più persone se ne andavano, soprattutto al Nord; di fatto, stavamo già arrivando a una cifra come l’attuale, con all’estero oltre un milione di nati qui. Centinaia di migliaia, compresa la classe più elevata e i professionisti, se ne andarono negli anni Sessanta. Con Mariel (1980) e i balseros (1994) partirono altre decine di migliaia di persone, tra cui molti che non lavoravano, oltre ad amministratori e operai. In queste ondate degli ultimi trent’anni non c’erano tanti giovani, professionisti e donne come ora. Qualcuno ti dirà, comunque, che da altri paesi – Messico, America centrale, l’area Caraibica, per limitarsi ai vicini – se ne va più gente che non da quest’isola, e non succede niente. Che ci sono più dominicani, giamaicani e guatemaltechi che cercano di arrivare negli Stati Uniti o da qualsiasi altra parte, che non cubani. E che, in definitiva, le rimesse di quelli che se ne sono andati reggono a galla l’economia dei parenti e del paese. Perché tanta drammatizzazione del caso cubano, se questo succede a tanti altri? Non si dovrebbe cominciare a pensare che siamo un’altra isola dei Caraibi, invece di sentirci un caso eccezionale e vivere quest’esperienza tanto normale come una tragedia nazionale?

Altri, in compenso, ritengono che siamo un caso a parte, perché qui la gente se ne va per motivi politici, non economici. Alcuni, tra l’altro, ci vedono come un’isola circondata da tutte le parti da canna da zucchero in cui nessuno sa che cosa succede fuori. Tu sicuramente ti sei informato di quel che si dice su Cuba e i cubani nel mondo. Pur non avendo in casa Internet, hai avuto una casella di posta elettronica , o ascolti la BBC o Radio Caracol, o la Radio Exterior spagnola o un’altra delle tante stazioni in lingua spagnola che si prendono da qualsiasi radio. Probabilmente parli con i milioni di turisti che passeggiano per le nostre strade, che abbia un cugino a Hialeah o ad Alicante, un amico che viaggia perché è medico, universitario, musicista o funzionario. Per una di queste strade, o per discorsi che ascolti qui stesso, avrai notato che è diventato di moda parlare dell’esodo e della diaspora cubani. Ti sei accorto che nessuno si riferisce ai giapponesi a San Paolo, ai turchi in Germania, o ai galiziani in tutta l’America latina fin da quando è arrivato Colombo come di un esodo o di una diaspora – e sono moltissimi, più dei nostri da qualsiasi parte. Quale ne sarà il motivo? Queste parole risonanti vengono dalla Bibbia, in cui si utilizzano per descrivere l’esodo dall’Egitto verso la “terra promessa” del popolo di Israele e la sua successiva dispersione nel mondo. Saremmo forse gli ebrei del nostro tempo? Un altro “popolo eletto”, che paga la colpa dei suoi peccati? Dovrebbe allora spettare alla Chiesa, vicaria di Dio ed estranea agli esodi, la missione di riconciliarci? Come vedi, il linguaggio non è del tutto innocente. In ogni caso, questa passione di crederci eccezionali e questa marea di parole non ci aiutano molto ad acquisire chiarezza su cosa siamo e che cosa ci sta accadendo realmente.

In fin dei conti, entro breve sarai anche tu un “cubano della diaspora” – cosa che sarà comunque meglio che se ti chiamassero “esiliato”. Quando arriverai là, vedrai con i tuoi stessi occhi che qualcuno è partito per la diaspora  ed è finito in esilio. Le ragioni di questa inimicizia hanno radici là e qui. In certi paesi, l’industria dell’anticastrismo, con ramificazioni in molti settori, ha dato vita a un mercato lavorativo in cui è possibile ottenere un determinato impiego o tenore di vita, se ci si radicalizza contro. Come potrai sperimentare, al contrario di qui, politicamente corretto è parlare male di tutto quel che accade dalle nostre parti, e questa norma, in certi casi, può essere molto rigida, e lo vedrai. Altri, invece, hanno assunto questo atteggiamento perché da questa sponda gli han fatto pagare costi elevati, e non solo in denaro. Si sono sentiti puniti,  soggetti a divieti e separazioni, costretti a pagare una multa personalmente che ritengono ingiusta e onerosa, solo per aver deciso di trovar fortuna altrove. Non importa che si sia riconosciuta ufficialmente l’origine economica e familiare dell’emigrazione, si continua a coltivare insensibilmente tra molti di coloro che partono un rancore, il cui costo è più alto di ogni riscossione e calcolo contabile di breve periodo, perché lascia nelle persone una macchia indelebile e, per ciò stesso, nel corpo reale della nazione. Il prezzo di tale inimicizia è, naturalmente, inestimabile.

Come vedi, anche se la tua personale decisione sembra essere solo questo, ha invece un più grande significato politico e sociale. Ti ripeto che nessuna di queste osservazioni fatte fin qui cerca di mutare i tuoi progetti. Sono sicuro che, se te ne vuoi andare, non c’è pezzo di carta, non c’è ostacolo, né ci sono condizionamenti familiari, né costi, né misure punitive che possano trattenerti.  Lo sanno bene, questo, coloro i cui figli se ne sono andati, un’esperienza comune a tutti i gruppi sociali e a tutte le gerarchie. Certi sembrano dimenticare, tuttavia, che su questo tema dell’emigrazione ci sono state esperienze utili, che dovrebbero avere un effetto dimostrativo. Ad esempio, nel settore della cultura. Se fossi, per esempio, uno scrittore non avresti il dilemma di rimanere qui per sempre o di andartene per sempre. Potresti decidere di lavorare fuori per anni, e alla fine tornartene a casa, per riandartene tutte le volte che vuoi – come hanno fatto tanti. O continuare a star fuori, continuare a tenerti in contatto e collaborare a progetti qua, tornare a varie riprese – come fanno altri. Quel che è certo che la maggior parte dei nostri artisti e scrittori non hanno lasciato il paese in maniera definitiva. Se si trattasse semplicemente di termini “strettamente economici”, è chiaro che, per gli interessi del paese, il loro valore come capitale umano è di gran lunga superiore alle gabelle migratorie. Questa politica alternativa ha dato frutti non solo per loro, ma anche per tutti noi.

Non ripetermi allora che la politica non ti interessa, perché la verità è che tutto questo ti importa molto – come alla maggioranza dei giovani come te, che vivono fuori, ancora appesi a quanto succede qui. Se ti interrogassero sui tuoi sentimenti di cubano, probabilmente diresti che sei orgoglioso che siamo così come siamo, della nostra eredità culturale, delle tradizioni, delle lotte per l’indipendenza, per ciò in cui crediamo, i valori, il patriottismo. Vedi quindi che il tuo “politicismo” è molto dubbio, dicano quel che vogliono, o comunque tu la pensi su di te. Orbene, hai probabilmente molta voglia di collegarti direttamente alle realtà del mondo, e conoscerle di persona, una cosa difficilmente conquistabile solo tramite Internet, antenna o mp3. Uscire da Cuba, oltre a sperimentare la sorte, ti offre la possibilità di crescere da questo punto di vista.  Nulla contribuisce alla formazione politica più del viaggiare, conoscere altra gente e altre culture, valori e credenze diverse, toccare con mano ed anche sperimentare i problemi di altri, per rendersi conto di dove si sta. Se avessi avuto la possibilità di partire e tornare, a più riprese, il contesto in cui avresti preso ora le tue decisioni sarebbe diverso.

Voglio chiudere questa lettera, naturalmente, con un saluto di commiato. Non vogliamo che te ne vada. Ma se ormai lo hai deciso, nessun intralcio burocratico te lo impedirebbe, e ciò che conta di più adesso e che non te ne vada per sempre. Vogliamo che non parta del tutto, e per assicurare questo, la prima cosa è infilare un cuneo perché la porta rimanga aperta. Dovunque vuoi stare, ritieniti uno dei noi e che la tua appartenenza è qui, accada quel che accada. Non rompere e non girarci le spalle, non lasciarti provocare da nessuno, di qui o di là, che possa trasformarti in un nemico. Alzati ogni giorno ricordandoti che questa nave su cui continuiamo a remare si muove solo se la spingiamo tutti. Anche tu puoi remare da là perché continui a galleggiare e si avvii verso un buon approdo. Non lasciare che ti entri il verme della solitudine e della nostalgia, che non serve a niente, e non rassegnarti all’idea che stai lontano. E non smettere di esser appeso a tutto quel che ci succede. Noi continuiamo a contare su di te. Ti aspettiamo sempre, come uno che torna dal viaggio. Sii orgoglioso di essere un cittadino di questo paese, perché la cubanità non è un passaporto, né la patria un pezzo di tela. Ci sarà chi ti dirà che siamo un isola virtuale o immaginaria, un territorio di diaspora, e altre metafore. Tu e noi sappiamo che Cuba è lo spazio reale dove condividiamo cose tangibili come rischi e risultati, costi e aspirazioni, tra tutti. Così deve essere, e sarà, se ce lo proporremo con forza.

Buona fortuna e a presto.

Rafael Hernández*

L’Avana, 31 maggio 2012

 

* Direttore della prestigiosa rivista cubana Temas. Questa lettera è stata pubblicata da La Joven Cuba.

 

Nota: La data è importante. Il dibattito che si è sviluppato su questa lettera, ha probabilmente accelerato la decisione di rendere meno pesante e costosa l’emigrazione (passaporto semplificato, senza misure vessatorie e tasse imposte per mantenere la cittadinanza). Lo avevo già commentato in Cosa cambia a Cuba. Il riferimento a scrittori e artisti (che effettivamente vanno e vengono, e spesso risiedono all’estero per lunghi periodi, contribuendo al bilancio cubano con le loro rimesse), e a “coloro i cui figli se ne sono andati” (non casi isolati ma “un’esperienza comune a tutti i gruppi sociali e a tutte le gerarchie”), ha avuto un certo peso e ha permesso di vincere le resistenze conservatrici.

Segnalo anche la polemica di Rafael Hernández nei confronti dello svuotamento del pensiero del Che, su cui io stesso ho sempre insistito: “Quale sarà il motivo per cui non ti hanno mai fatto leggere a scuola «Il socialismo e l’uomo a Cuba»? Il Che non credeva nell’infallibilità del governo o di quella che chiamava l’avanguardia”. (a.m.)

(traduzione di Titti Pierini)

 

Vedi Un dibattito cubano sul presente e il futuro (1)

 

(segue)

 



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