Movimento Operaio

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Romero: bilancio dello sciopero europeo

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Spagna, quali prospettive dopo il 14 novembre?

di Miguel Romero*

Tutti gli osservatori,  indipendentemente dal fatto che siano abitualmente ottimisti o pessimisti, sono d’accordo nell'affermare che le manifestazioni del 14 novembre 2012 sono tra le più importanti che abbiano mai visto. Vaste, debordanti di entusiasmo, con la presenza di molti giovani, con molti cartelli realizzati artigianalmente per indicare rivendicazioni particolari, con una varietà impressionante di sigle, comprese quelle di numerose convergenze, di fatto, tra le convocazioni alternative e quelle “ufficiali” (le due grandi centrali sindacali, tra le altre) laddove non era stato  possibile realizzare un percorso unitario…

Tutto questo è successo senza che le grandi organizzazioni che avevano convocato la manifestazione facessero un gran lavoro di preparazione. Anzi, alla vigilia, regnava un clima addirittura un po' freddo… In altre parole, centinaia di migliaia di persone sono scese nelle strade, anche sapendo che non c’era nulla da attendersi a breve e medio termine. E che i tagli sarebbero continuati.  Questo fatto quindi  non può che denotare l’espressione di un’ondata di fondo forte e duratura.

I portavoce del governo e del padronato possono continuare a dare l’impressione –o cercare di farlo- che con loro questo non succederà, che “continueranno a portare avanti la politica di riforme”. I media possono continuare a diffondere l’idea – più o meno modulate - del “fallimento” dello sciopero. (A proposito dei media, bisogna rilevare che all’indomani dello sciopero generale, El Pais ha dato un buon esempio di “linguaggio dei gesti”, aprendo la sua principale pagina di opinioni a Emilio Botin (che è a capo della grande banca Santander) affinché ratificasse l’ultimo mantra in data: “Non esiste un piano B”.).

Così  Mariano Rajoy non potrà continuare a pretendere, come ha fatto qualche mese fa, che  si organizzino scioperi generali "contro di lui". È vero che non hanno un piano B. Ma cominciano a temere la resistenza sociale che si oppone a loro. Ecco il passo avanti concreto che abbiamo compiuto. Sarà difficile consolidare questo, ma sarebbe un crimine perderlo.

 

2. Ma se ad essere importanti  sono le manifestazioni, qual è alla fin fine il senso dello sciopero generale in quanto tale? In realtà un senso ce l’ha. Innanzitutto, è evidente che le manifestazioni fanno parte dello sciopero generale, e che senza di loro non si sarebbero potuti raggiungere i successi citati. Ma, soprattutto, la battaglia per paralizzare l’attività economica e riorganizzare radicalmente la vita sociale – due elementi che sono obiettivi naturali e specifici di uno sciopero generale - continua a essere uno spazio di conflitto politico fondamentale tra “quelli che stanno in alto” e “quelli che stanno in basso”. È appunto questa la ragione per la quale è necessario fare un bilancio di ciò che è funzionato bene e di ciò che non ha funzionato in questo ambito, dei passi avanti fatti e degli arretramenti, affinché si possa tenerne conto per il seguito.

Il 14 novembre ha dimostrato che esistono dei “buchi neri” che non sono stati risolti, il principale dei quali  è il settore bancario. Il fatto che il sindacalismo di classe resti particolarmente debole nel momento della finanziarizzazione crescente dell’economia è, in effetti, un simbolo evidente della debolezza del movimento sindacale. Cominciamo ad abituarci al fatto che gli scioperi non abbiano praticamente nessun impatto su questo settore, allorché negli anni 1980 il sindacalismo bancario era uno dei più combattivi e dei più forti nella sinistra sindacale. Bisogna dire che il sindacalismo del settore bancario è stato distrutto politicamente e moralmente dall’interno. Le CCOO (Commissione Operaie) hanno una responsabilità particolare, in particolare Maria Jesus Paredes, che ha diretto con il pugno di ferro la federazione, e José Maria Fidalgo (segretario generale delle CCOO, molto a destra, dal 2000 al 2008) che gli ha assicurato il totale sostegno del  segretariato generale, così come diversi complici dentro e fuori il sindacato. Ma oggi non si tratta di questo. Si tratta di suonare il campanello d’allarme; non possiamo rassegnarci al fatto che il settore bancario resti nelle mani del sindacalismo corporativo, qualunque sia la sua sigla.

Il settore della distribuzione è un altro di questi “buchi neri”, anche se sembra che vi siano stati dei progressi,  in particolare nei piccoli commerci, che hanno partecipato spontaneamente allo sciopero. Invece, la grande distribuzione continua a restare sempre blindata dietro le barriere antisommossa. Non si è sentito parlare di azioni nel solco delle espropriazioni solidali del SAT (Sindacato Andaluso dei Lavoratori) dell’estate scorsa, né di chiusure come quella di El Corte Inglés (grande catena) di Bilbao del 26 settembre 2012. Speriamo in ogni caso che lo sciopero del consumo abbia avuto un impatto. È un’eccellente iniziativa che risponde a una domanda molto presente nelle assemblee del movimento del 15 maggio. Questo può portare un contributo importante al carattere e all’estensione della cittadinanza dello sciopero generale.

Invece, sembra ci siano stati dei passi indietro nel settore dei trasporti, un settore dove si vede come l’obbligo di garantire un “servizio minimo” abbia delle conseguenze dannose quando è imposto  da  governi autonomi piuttosto che attraverso l’autoregolazione. Infatti, quest’obbligo è sempre stato imposto con lo scopo di indebolire lo sciopero, più che per garantire i servizi essenziali alla popolazione - la quale subisce invece giorno dopo giorno le conseguenze della privatizzazione imposta da questi stessi governi. I sindacati commettono un errore negoziando questi “minimi” che in generale sono abusivi e sui quali non hanno praticamente nessun margine di negoziato. La CGT (tendenza del sindacalismo rivoluzionario) ha fatto bene a non accettarli. Sarebbe preferibile che fosse direttamente l’amministrazione a imporli… e poi si vedrà.

 

3. Qualche giorno fa, i colleghi della televisione alternativa madrilena Tele K hanno avuto la magnifica idea di includere in un dibattito sulla preparazione dello sciopero del 14 dicembre un video sull’interruzione di emissioni della TVE (Televisione di Stato spagnola) alle 00.00 del 14 dicembre 1988, in occasione del più “generale” degli scioperi generali post-franchisti. L’impatto simbolico di questo blocco delle emissioni è stato enorme; dopo questo fatto, né tra gli avversari, né tra i simpatizzanti della causa, vi è  più stato alcun dubbio sul fatto che si trattasse di uno sciopero generale.

Non si tratta di fare dei paragoni con la situazione attuale: gli “apagones (interruzioni di emissione) di diverse televisioni autonome sono molto interessanti, malgrado il loro impatto ridotto. Ma, ora, con le molteplici possibilità di “zapping” gli effetti non sono più gli stessi di quando c’era “il” canale televisivo che interrompeva i programmi. Quello che penso sia importante sottolineare è che l’impatto di ciò che è successo nel 1988 era legato al fatto che esso mostrava la forza e la legittimità dello sciopero generale di fronte alle norme stabilite. L’”apagón” è stato un atto illegale (1), un’insubordinazione altrettanto pacifica quanto potente, che sfidava il potere e conquistava per una giornata uno dei suoi strumenti fondamentali di fronte agli occhi emozionati o perplessi di tutto un paese.

Mi pare che ciò mostri bene che il senso politico di uno sciopero generale non è fondamentalmente legato al carattere delle sue rivendicazioni, quanto piuttosto nel fatto che pone, in maniera esplicita o implicita, il problema del potere: per un certo tempo e in una prospettiva limitata, è posta la questione di sapere chi comanda. È la ragione per la quale il risultato politico di uno sciopero generale si misura male in termini quantitativi, benché le cifre siano importanti (2). Fondamentalmente si tratta di sapere quale campo –quello del movimento di sciopero e dei suoi avversari - si è indebolito e quale invece si sia rafforzato sul piano politico.

È appunto perché i poteri stabiliti l’hanno capito bene che i meccanismi “regolatori” degli scioperi sono divenuti sempre più coercitivi. La formula del vecchio movimento sindacale era che “la miglior legge concernente lo sciopero è quella che non ne esiste nessuna”. Queste sagge parole sono state forgiate sulla base dell’esperienza. Invece, il consenso legato allo Stato sociale, rafforzato da pratiche tenaci di “dialogo sociale” generano una norma sempre più densa, con un aumento del potere di controllo politico sullo sviluppo degli scioperi, allorché il movimento di sciopero rinuncia poco a poco al suo diritto di autoregolazione. A questa norma diretta si aggiungono altri strumenti di coercizione anti-sciopero da parte del potere politico e padronale: dalla repressione poliziesca alle multe governative, passando per le minacce di licenziamento.

È così che si cerca di disattivare politicamente lo sciopero, in modo che non possa indebolire o ledere i poteri stabiliti. È la ragione per la quale, uno sciopero riuscito, è uno sciopero che si fonda sulla propria legittimità  che, inevitabilmente, si scontra con la legalità. Questo implica dei rischi importanti, individuali e collettivi; Alberto Ruiz Gallardon, Ministro della Giustizia, sta già preparando l’artiglieria legislativa per poter penalizzare duramente i partiti e i sindacati quando lo riterrà opportuno. Si tratta di saper prendere delle misure per proteggere quelli che soffrono (3).

È questa la situazione attuale delle cose. Non è un caso se in occasione delle grandi manifestazioni della fine del 2010 (sulla sicurezza sociale) in Francia, è lo sciopero delle raffinerie che ha fatto suonare il campanello d’allarme del sistema e ha suscitato le più grandi minacce; era un’azione legittima, ma considerata illegale perché non rispettava, alla radice, la regola del “servizio minimo”. Le stazioni di benzina erano sull’orlo dell’esaurimento. Inoltre, questo tipo d'iniziativa apriva un nuovo fronte molto efficace nella lotta per il controllo dei trasporti. Non bisogna però dimenticare che le centrali sindacali maggioritarie hanno fatto un passo indietro  di fronte a questa prova di forza. E questo passo negativo  ha finito per indebolire tutto il movimento di sciopero.

Penso che dovremmo incorporare la questione della legittimità/illegittimità del conflitto in quanto questione centrale e di carattere pratico nella preparazione dei futuri scioperi generali. Questo significa che sin d’ora è necessario organizzare un fronte di rifiuto efficace contro le legislazioni anti-sciopero discusse tra il governo e il padronato. Bisogna poi aggiungere una protezione per le vittime della repressione legale già in vigore e anche per coloro che subiscono la coercizione padronale sui luoghi di lavoro, “invisibile” ma molto efficace. Queste minacce iniziano molto prima del giorno dello sciopero. Dovrebbero quindi generare una risposta altrettanto preventiva. Ma, al di la delle risposte immediate, esiste una sfida politica centrale: non possiamo conquistare nulla di significativo sottoponendo la lotta sociale ai codici legali. A suo modo, la lotta delle Piattaforme delle vittime di sfratti per il  non pagamento dei debiti ipotecari è un esempio interessante (la banca si prende l’alloggio e mantiene i debiti; il governo è stato costretto a fare delle concessioni: una moratoria di due anni è stata stabilita sugli sfratti, ma questa concerne solo le famiglie che guadagnano meno di 19.200 euro all’anno e che hanno un figlio di meno di tre anni o una persona a carico; questo decreto esclude quindi la maggioranza delle famiglie espulse o a rischio di espulsione NdT.).

 

4.  Un ambito nel quale vi sono stati grandi progressi,  preceduti da altri che andavano nello stesso senso - è quello relativo all'allargamento sociale della mobilitazione. Non è un caso se Ignacio Fernandez (Toxo) (attuale segretario generale delle CCOO) ha dichiarato che senza il vasto sostegno sociale, la battaglia sarebbe stata persa. È vero che quest’idea si concretizza assai male in strutture quali, ad esempio,  il Vertice sociale (che riunisce le direzioni di circa 150 organizzazioni), costruito sull'idea di mettere assieme organizzazioni assai simili, escludendo di fatto quelle che hanno dimostrato una reale  capacità di mobilitazione e che non sono disposti a figurare  come  semplici firmatari di dichiarazioni  preconfezionate o  come figuranti nel retroscena di tribune.

L’espansione sociale è in realtà la conseguenza di movimenti come quelli rappresentati dalle “maree” (movimento semispontaneo e regolare nella sanità, nell’insegnamento…) provocate dalle aggressioni contro i servizi pubblici fondamentali. Organizzati in maniera autonoma, hanno imparato a risolvere da soli i loro problemi e ad affrontare insieme i problemi comuni (per esempio con l’incorporazione delle Associazioni di genitori di allievi nelle mobilitazioni della “marea verde”, quella degli insegnanti).

Questa espansione esprime anche la maturazione politica del movimento del 15 maggio. È definitivamente uscito  dalla fase di ripiegamento che l'aveva minacciato per tutta una fase della sua  esistenza, soprattutto a partire dalle mobilitazioni tese ad “accerchiare il Congresso” a fine settembre 2012. Ha assunto un ruolo da “j’accuse” collettivo diretto contro il “regime della Transizione” (uscita controllata e ridotta dal regime franchista).

C’è anche una sorpresa dell’ultimo minuto: il sostegno di Euskal Herria Bildu (movimento politico nazionalista basco di sinistra) alle manifestazioni convocate per il 14 novembre dai sindacati ESK, CNT, CGT e altri collettivi nelle capitali basche. I compagni di questa regione ci diranno se questo segno e altri possono indicare una modifica dell’approccio della sinistra abertzale ("patriota" in basco) rispetto alle mobilitazioni di portata nazionale. Si vedrà.

Si è così sviluppata una situazione paradossale nella quale l’indignazione sociale aumenta malgrado l’assenza di aspettative politiche che possano  prospettare cambiamenti significativi in relazione all’ortodossia economica-sociale dominante (4). Condizioni che potrebbero, e possono ancora, condurre alla passività la maggioranza della popolazione. Ma per ora, l’indignazione è più forte della rassegnazione. Per ora. Ma questo non durerà in eterno. Le sfide del “giorno dopo” sono sempre più pressanti.

Cosa faranno ora le CCOO e l’UGT? Continueranno a evocare un referendum? Questa prospettiva avrebbe potuto avere un ruolo qualche mese fa, sempre che fosse stato organizzato con  criteri di auto-organizzazione, ispirandosi per esempio alla lotta contro la privatizzazione del canale di Isabella II (consultazione popolare organizzata nel marzo 2012 con più del 95% di No alla privatizzazione). Ma oggi non si vede  quale futuro si possa prospettare. Se si vuole un obiettivo centrale contro la politica del governo, perché non concentrarsi sul rifiuto del pagamento del debito, che sarebbe del resto un obiettivo magnifico per una nuova azione a livello iberico (Spagna e Portogallo), o anche con altri paesi europei?

Quel che può avere un futuro è la consapevolezza che  il 14 novembre si è fatto un passo avanti e che ora bisogna preparare il seguito, in modo che sia un ulteriore passo in avanti. Non è forse una prospettiva entusiasmante, ma è tutto ciò che abbiamo.

La crisi colpisce già da cinque anni, e sono loro che stanno vincendo. La situazione non cambierà dall’oggi al domani. Ma qui e là possiamo vedere segnali  di cambiamento, di natura molto differente: da Syriza al 14 novembre, passando dalle esperienze della “marea verde”, e ora dalla “marea bianca” (settore della salute).

Si tratta dunque di trarre gli insegnamenti da queste esperienze, di riconoscerne i problemi, di lavorare per risolvere ciò che non ha funzionato… Per esempio, le  CCOO e l’UGT hanno fatto un enorme errore accettando la riforma delle pensioni del governo Zapatero. Oggi, Rajoy si appoggia su quella riforma  per preparare una nuova salva contro il diritto a una pensione dignitosa, diritto fondamentale per le persone che lavorano. Le CCOO e l’UGT hanno ora una magnifica occasione per rettificare il tiro. È solo facendo questo che si dimostrerebbero coerenti con il 14 novembre.

Altro esempio: la dimensione europea del 14 novembre non ha funzionato molto bene, anche se rappresentava un  passo nella direzione giusta ed ha comunque inquietato le sale ovattate dove siedono i responsabili della Troïka. Di fatto abbiamo assistito ad uno sciopero essenzialmente iberico (le notizie che arrivano dal Portogallo sono abbastanza buone, un’ampia simpatia da parte della popolazione; un impatto dello sciopero simile al nostro, con una più grande incidenza nei trasporti pubblici; con manifestazioni meno importanti, ma la Confederazione generale dei lavoratori portoghesi  – CGTP - non associa, per tradizione, la tenuta di manifestazioni agli scioperi e se l’ha fatto questa volta è in gran parte grazie alla pressione del Blocco di sinistra. Del resto, due giorni fa ci sono state delle importanti manifestazioni contro la visita della Merkel…). Possiamo capire che in Grecia, dopo gli scioperi del 6 e del 7 e di quelli che sono seguiti, il 14 novembre non abbia avuto grandi ripercussioni.

Più inquietante è l’impatto molto ridotto in Francia, e limitato a delle azioni di avanguardia in Italia. La Confederazione europea dei sindacati - CES - presenterà cifre trionfalistiche, ma siamo ancora lontani dallo sciopero generale europeo. E, per organizzarlo, ci vorrà ben di più che una data e un comunicato, che sono le sole cose che ci si può attendere dalla CES. È urgente organizzare strumenti adeguati per avanzare nella convergenza di lotte sociali nel quadro dell’Unione europea, utilizzando tutte le occasioni che si presentano, comprese le convocazioni della CES.

Siamo anche lontani, per quel che riguarda la sinistra politica nello Stato spagnolo, dal “modello Syriza” che sembra con il tempo purgarsi dalle utilizzazione opportunistiche e concentrarsi su quello che è essenziale: la necessità di costruire alternative unitarie di sinistra che lacerino il corsetto del bipartitismo e permettano di creare aspettative di cambiamenti radicali e affidabili nella società.

Questa necessità non è un orizzonte a lungo termine: è una questione di attualità politica. La presenza o l’assenza di una alternativa di questo tipo, le sue risposte ai problemi concreti che affrontiamo, influisce sullo sviluppo delle lotte sociali che sono necessarie oggi. I cambiamenti nei rapporti di forza sociali di cui abbiamo bisogno non si produrranno senza un cambiamento nei rapporti di forza politici della sinistra. Sono processi correlati, anche se relativamente autonomi, con compiti e responsabilità specifiche in ogni ambito.

È vero che siamo in un periodo di solidarietà iberica e che non abbiamo forse bisogno di andare così lontano per cercare delle referenze, e che ci basterebbe prestare più attenzione al Blocco di sinistra portoghese che non è così lontano da noi.

 

* Miguel Romero è redattore responsabile della rivista Viento Sur e dell’omonimo sito. L’articolo è stato pubblicato il 19 novembre 2012 sul sito www.alencontre.org . La traduzione (dal francese) è stata curata della redazione di Solidarietà del Canton Ticino.

 

NOTE

1.  Di fatto, i suoi responsabili hanno rischiato delle sanzioni molto gravi. Alla fine sono state ritirate, fatto che ha anche mostrato la forza di questo sciopero.

2.  Le cifre serie, ben inteso, che riflettono, quando le si misura concretamente, le percentuali di chi ha seguito lo sciopero per settore o per territorio; il consumo di energia pare essere un indicatore molto confuso e facile da manipolare, anche se si può contare su alcuni calcoli affidabili: http://daniloalba.blogspot.com.es/2012/11/estimacion-del-impacto-en-el-consumo.html

3.  È una questione complicata. Le azioni di “commando” nei pressi di Neptuno, (e si può dire la stessa cosa di quelle che hanno avuto luogo in altri posti, soprattutto a Barcellona) di cui la ripercussione mediatica è assicurata, non servono gli obiettivi dello sciopero da un punto di vista ragionevole. È per questo che sono un terreno fertile per abbondanti infiltrazioni poliziesche. Al contrario, suscitano l’ammirazione di centinaia di manifestanti, in maggioranza molto giovani, seduti tranquillamente a pochi metri solamente dalle forze antisommossa che avrebbero potuto caricare in qualsiasi momento. Non bisogna valutarle allo stesso modo, ma tutte e due fanno parte del repertorio di azioni presenti nei movimenti attuali, qui e in Grecia. Nella misura in cui aumenta la brutalità dei dispositivi antisommossa –ed è la direzione presa dal Ministero degli Interni- le reazioni violente di settori del movimento si fanno più frequenti. Tentare di mantenere aperte le vie di dialogo con coloro che le conducono è difficile, ma non impossibile. Bisogna provarci: la disobbedienza civile pacifica ha delle buone giustificazioni concrete e pratiche a suo favore, senza che sia necessario entrare su altri terreni.

4.  Le ultime elezioni in Galizia e nella Comunità autonoma basca, e le prossime in Catalogna, pongono un altro tipo di problema che non abborderò in questo articolo.



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