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La pagina di Antonio Moscato

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Tunisia, un bilancio due anni dopo

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L’intervista che pubblichiamo è stata realizzata nel dicembre 2012. Da allora il processo rivoluzionario in Tunisia ha subito qualche contraccolpo: ultimo in ordine di tempo l’assassinio di Chokri Belaid, uno dei maggiori esponenti dell’opposizione. Tuttavia essa permette di cogliere gli aspetti fondamentali del processo in atto in Tunisia, ben lunghi dall’essersi concluso.(Red)

 

A colloquio con  Hamadi Ben Mim*

 

Dopo due anni, cosa è cambiato in Tunisia dal punto di vista delle libertà?

 

Dai tempi di Ben Ali, la sola cosa che è cambiata è la libertà di espressione. Ora possiamo fondare partiti, stampare giornali, scrivere ogni tipo di libro. Possiamo criticare tutto, e spesso si esagera.

Tuttavia il quadro giuridico relativo alla stampa e alla libertà dei giornalisti non è cambiato. Sono sempre in vigore le leggi varate da Ben Ali. Più volte il sindacato dei giornalisti ha richiesto la creazione di un comitato per proporre modifiche dei testi, ma finora il governo non  ha reagito.

La libertà di espressione esiste, ma rimane fragile perché  la rivoluzione non ha portato ad un cambiamento radicale sul piano  giuridico all’interno del quale essa può essere esercitata.

La stessa cosa vale per la giustizia. Questo terzo potere deve essere indipendente dal governo. Le organizzazioni dei giudici domandano il cambiamento delle leggi per poter disporre di una certa libertà ed una totale indipendenza dal  potere esecutivo. Ma finora non sono ancora riusciti ad ottenere soddisfazione.

 

Quali sono stati i cambiamenti a livello economico e sociale?

 

A livello economico e sociale assistiamo ad una regressione. La situazione è addirittura peggiore che ai tempi di Ben Ali.  Tutti concordano nel dire che per  i prodotti di prima necessità, i prezzi sono molto più alti di due anni fa. I pomodori, ad esempio, costavano al chilo tra  0,200 e  0,300 dinari, ed ora 0,800 [circa 0,50 franchi svizzeri, cioè 0,45 euro). I peperoni verdi costavano circa 1.200 dinari al chilo, ed ora 2 dinari (circa un euro), ecc.

A livello occupazionale, per quanto ne sappiamo, non ci sono state molte assunzioni di disoccupati. Il potere dice che 60.000 persone hanno riavuto un lavoro, ma di fatto non sappiamo dove. Prendono forse in considerazione le fabbriche che sono state chiuse durante la rivoluzione e che dopo di allora sono state riaperte.

È però vero che alcuni diplomati disoccupati sono stati assunti nell'amministrazione, in particolare nell'insegnamento primario e secondario. È dunque possibile che negli uffici pubblici siano stati creati 25.000 posti.

Ma il totale dei 60.000 posti promessi deve ancora essere verificato. Vorremmo avere la lista di questi 60.000 posti per sapere se esistono veramente.

D'altronde, il programma economico e sociale del governo è uguale a quello di Ben Alì. Perciò, il potere deve far fronte agli stessi conflitti. La rivoluzione è stata fatta per un cambiamento a tutti i livelli, ma finora non è stato attuato quello a livello sociale ed economico. Vi sono ancora proteste sociali, scioperi, manifestazioni di ogni tipo che toccano molte categorie di ogni età ed il paese precipita sempre più nella crisi.

Le promesse elettorali fatte in particolare dai partiti attualmente al potere peggiorano la situazione. Promesse che non sono state mantenute; questo ha causato ciò che è successo a Sidi Bouzit il 17 dicembre scorso [1]. I manifestanti hanno rifiutato la partecipazione del Presidente della Repubblica e del Presidente dell'Assemblea alle cerimonie di commemorazione poiché non avevano mantenuto le promesse fatte al momento delle elezioni.

 

Cosa è cambiato per la condizione delle donne?

 

La situazione è peggiorata anche per le donne. In passato avevano una certa libertà. Beneficiavano di una certa protezione. Ma ora, la libertà d'azione di cui godono i salafiti  crea il terrore nel paese e molte persone si sono rinchiuse in casa. Molte famiglie non vogliono più uscire per non allontanarsi dal loro domicilio. Dopo il tramonto tutti ritornano velocemente a casa loro.

Molte donne temono di essere attaccate dai salafiti, che le denigrano ed offendono apertamente se non portano il velo. Vengono accusate di essere contro la religione, contro il profeta e contro il Corano. Le obbligano a tornare a casa, unico luogo dove è permesso togliersi il velo.

Un esempio tipico è accaduto a Sidi Bouzid quattro o cinque mesi fa. Gli islamisti hanno fatto il giro dei parrucchieri accusandoli di incoraggiare le donne a togliere il velo per farsi belle per tutti e non solo per i mariti. Hanno chiesto loro di chiudere definitivamente i loro negozi (la stessa cosa hanno fatto con i venditori di vino).

Ecco perché le donne hanno organizzato manifestazioni per protestare contro i soprusi dei salafiti e domandare al governo di far rispettare i loro diritti. Organizzazioni di donne, come l'ATFD [2], intervengono spesso in televisione chiedendo giustizia.

 

Qual è il progetto politico di Ennahdha? Che tipo di società vuole instaurare? Quale è al momento la sua politica concreta?

 

Su Ennahdha è in corso un dibattito. Al suo interno esistono davvero due correnti che si oppongono? Oppure si tratta di una divisione dei ruoli tra di loro? Personalmente sono più convinto della seconda ipotesi. Ennahdha si presenta spesso come struttura democratica che non vuole instaurare uno Stato religioso. Ma alcune dichiarazioni fatte dal nocciolo duro di Ennahdha mostrano il contrario: da circa un anno, questi ultimi dicono di voler applicare la Shariah e prendere il potere con la forza se non vinceranno le elezioni. Ne è derivata la nascita delle milizie chiamate "Leghe per la protezione della rivoluzione" ad opera di persone che non hanno partecipato alla rivoluzione.

 

Perché l'attacco alla sede dell’UGTT il 4 dicembre?

 

Dapprima bisogna segnalare che le "Leghe di protezione della rivoluzione" sono un amalgama di membri d'Ennahdha, di salafiti e di personaggi reclutati da una o l'altra delle due correnti. Queste leghe sono state create contemporaneamente ai "Comitati di protezione della rivoluzione", nati durante il processo rivoluzionario del gennaio 2011. Dal marzo 2011, la sinistra si è frantumata e i "Comitati di protezione della rivoluzione" si sono indeboliti. Gli islamisti hanno riempito con i loro seguaci i vuoti che si sono creati, ed hanno preso piede nelle località e nelle regioni per strutturarle su scala nazionale.

Agli inizi del 2012, gli islamisti hanno attaccato più volte i locali del UGTT. Di sicuro in febbraio, durante lo sciopero dei servizi municipali di nettezza urbana. Hanno fatto campagna contro l'UGTT in occasione dello sciopero degli insegnanti delle scuole secondarie, accusandoli di voler bloccare il paese, di mettere il governo in una situazione disastrosa, impedendogli di applicare il suo programma, ecc.

Con i fatti di Siliana [3] si è poi toccato il fondo. Tutti gli abitanti si erano messi d'accordo per organizzare uno sciopero generale regionale. Non si trattava solo di uno sciopero di sindacalisti, ma di tutta la popolazione, un vero sollevamento di tutto il governatorato di Siliana, a dimostrazione che gli abitanti erano in osmosi con l'Unione regionale del UGTT.

Gli islamisti hanno allora deciso di organizzare un attacco frontale contro il sindacalismo. Hanno pensato che il momento migliore fosse il 4 di novembre, giorno in cui, come ogni anno, un grande numero di militanti era presente davanti alla sede nazionale dell’UGTT, per commemorare l'assassinio di Farhat Hached.

Gli islamisti hanno incominciato a preparare l'attacco 3 o 4 giorni prima, e non unicamente su iniziativa di Ennahdha. Tra gli assalitori vi erano anche dei salafiti ed anche mercenari pagati.

Non vi sono prove che tutti i membri di Ennahdha fossero d'accordo con l'attacco, perché quella stessa mattina il governo stava firmando un accordo salariale con l'UGTT. Ma è comunque certo che almeno l'ala più radicale di Ennahdha ne faceva parte integrante e voleva annientare l'UGTT, come già era stato tentato più  volte nella storia quando il potere in carica voleva indebolire l'UGTT.

 

Come valutare i rapporti di forza?

 

Tutti sono d'accordo nell'affermare che dalle elezioni del 23 ottobre 2011, il governo non ha portato alcun miglioramento alla situazione politica, economica e sociale. Persino il Presidente ritiene oggi che questo governo dovrebbe  andarsene e che ce ne vuole un altro.

Alcuni mesi fa, Ennhadha è riuscita ad organizzare meeting da 10.000 a 15.000 persone. Attualmente non ne è più capace. Non riesce più nemmeno a disturbare i meeting sindacali. La sua sola manifestazione riuscita recentemente è sta quella di Sfax dopo l'annuncio dello sciopero generale del 13 dicembre. Hanno raggruppato 20.000 persone facendole venire in bus da tutta la Tunisia.

Ennhadha ha potuto conservare la maggior parte dei 60.000 aderenti dichiarati durante il congresso del luglio 2012, ma ha sicuramente perduto un terzo del suo elettorato dell'ottobre 2011, pentito di aver votato per lei. Nel contempo, non pochi di coloro che allora hanno votato per i partner di Ennahdha (il CPR di Marzouki e il partito socialdemocratico Ettakatol) rischiano la prossima volta di votare per Ennahdha, perché sono in pieno declino. Alla fine, non è dunque impossibile che alle prossime elezioni Ennahdha mantenga il suo risultato.

 

Che ne è del Fronte  popolare?

 

Il Fronte popolare cerca di costruire un terzo polo, opponendosi sia a Ennhadha, sia a Nidâa Tounes che aggrega molti bourguibisti e benalisti. Ha realizzato un primo successo organizzando meeting con 2.000-3.000 persone. Certamente non è ancora conosciuto dappertutto, ma inizia a guadagnare terreno nelle grandi città ed anche in alcune regioni rurali. Il Fronte ha creato comitati in tutti i governatorati ed ha cominciato a strutturarsi in delegazioni. 

Molto lavoro resta da fare per raccogliere le rivendicazioni della popolazione e far conoscere maggiormente le proprie posizioni. Ma, attualmente e realmente sul terreno, rappresenta una terza alternativa politica nel paese: possiede un programma, è strutturato, è in grado di richiamare l’attenzione della gente e di creare gli avvenimenti; questo perché raggruppa i partiti ed i movimenti che hanno fatto la rivoluzione.

*Hamadi Ben Mim è uno dei dirigenti del Partito dei lavoratori (ex-PCOT - Partito comunista dei lavoratori di Tunisia ) con l'incarico dell'informazione e della pubblicazione. Ha militato negli ambienti studenteschi tra il 1974 e il 1979 quando era membro de l'UGET clandestina. Hamadi ha poi insegnato nelle scuole secondarie e poi nelle superiori dove militava nell'UGTT. I

 

[1] Il 17 dicembre 2010 a Sidi Bouzid, un giovane venditore ambulante si è immolato dandosi fuoco in seguito ai molteplici soprusi di cui era stato oggetto da parte della polizia. Questo gesto disperato ha dato il via alla rivoluzione.

[2] ATFD: Associazione tunisina delle donne democratiche. http://femmesdemocrates.org/qui-sommes-nous/

[3] Siliana, città situata a 120 chilometri da Tunisi, alla fine di novembre 2012  ha conosciuto uno sciopero generale quasi totale della durata di 5 giorni. Confrontati con l'estrema violenza della repressione, i 35.000 abitanti hanno abbandonato contemporaneamente la città occupata dalla polizia e si sono diretti a piedi verso Tunisi. Grazie a questa manifestazione, il governo è stato costretto a richiamare in parte la polizia, ed il governatore regionale ha dato le dimissioni.

 

 



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