Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

Che succede in Catalogna?

E-mail Stampa PDF

Qualche elemento di analisi per orientarsi un po’ meglio

Un compagno torinese che vive da lungo tempo in Catalogna, Fabrizio Dogliotti, mi ha mandato questo testo interessante, che informa esaurientemente sugli schieramenti politici creati dal successo delle parole d’ordine indipendentiste, e soprattutto sulle cause economiche e sociali del rafforzamento di una proposta “che sembrava appartenere a un passato più o meno remoto”, e che poco più di un mese fa ha visti nelle strade un milione e mezzo di persone, in una straordinaria catena umana. (a.m.23/10/13)

 

Dopo la multitudinaria catena umana dello scorso 11 settembre, che ha unito la frontiera francese di Le Perthus con la cittadina di Vinaròs, già nel territorio della comunità valenzana, per oltre 480 chilometri e che ha riunito più di un milione e mezzo di persone, è ormai difficile parlare di marginalità dell’indipendentismo catalano. La chiara parola d’ordine della mobilitazione, preparata da mesi dall’Assemblea Nazionale Catalana, che richiedeva senza mezzi termini l’indipendenza e la creazione di uno Stato proprio, mette al centro del dibattito politico spagnolo una questione che sembrava appartenere a un passato più o meno remoto o quanto meno retaggio di una minoranza, anche se rumorosa, dell’estrema sinistra in Catalogna. Sembra invece ovvio che sarà uno degli elementi di scontro politico più importanti dei prossimi mesi e forse anni e che, come minimo, lascerà una traccia indelebile nella vita politica e nell’immaginario collettivo dei catalani. Per un osservatore italiano non troppo attento, l’intera faccenda puzza un po’ a Lega Nord e provoca normalmente un attacco di fastidioso prurito in tutto il corpo. Se poi ha occasione di parlare con un’amica o un amico spagnolo (anche se è di sinistra e alternativo), è possibile che i dubbi di essere di fronte a un tentativo secessionista basato sull’egoismo nazionalista, il campanilismo e la xenofobia in puro stile Padania crescano. Invece le cose sono ben più complesse e soprattutto difficilmente paragonabili alle premesse e alla realtà della Lega Nord, nonchè ai suoi muggiti semi-fascisti.

Una faccenda che viene da lontano

È ben vero che esiste da moltissimi anni un fenomeno che si definisce come nazionalismo catalano (che da queste parti si preferisce chiamare “catalanismo”) le cui origini rimontano alla seconda metà del secolo XIX, legato culturalmente al romanticismo e politicamente all’ondata nazionalista che provocò in Europa, fra altre cose, la nascita dello Stato italiano e di quello tedesco. Tuttavia, le origini del catalanismo contemporaneo sono da ricercarsi nella crescita economica e industriale della Catalogna dei primi anni del XX secolo, nell’articolazione delle forze politiche e sociali durante la Repubblica, nelle vicende della guerra civile e, non ultimo e meno importante, nella cruda repressione di ogni espressione politica o culturale catalana da parte del franchismo per quasi quarant’anni. Nella lotta alla dittatura, in cui morirono o vennero incarcerati non pochi catalani e catalane, le idee di un’identità culturale e politica specifica, così come il diritto ad un’esistenza giuridica e istituzionale propria, ottennero un’adesione praticamente unanime –anche se con sfumature- in tutto il massiccio e plurale movimento antifranchista. Uno dei perni ideologici della versione spagnola del fascismo, che governò il paese con mano ferrea dal 1939 al 1976, era proprio l’idea imperiale e unitaria della Spagna, esemplificata nel motto “Una, grande y libre”. D’altra parte, il nazionalismo grande-spagnolo, oltre ad essere una delle anime più importanti e visibili del franchismo, continua ad essere, in versioni appena diverse, l’attuale identità sia della destra sia della sinistra moderata e dell’insieme delle istituzioni spagnole, monarchia in testa. L’esistenza di un latente secessionismo basco e catalano ha le sue origini nella stessa formazione dello Stato spagnolo e nelle disastrose politiche dell’assolutismo borbonico a partire dal XVIII secolo. Il fatto che la rivoluzione industriale ebbe luogo unicamente in Catalogna e nei Paesi baschi, aggiunse un fattore differenziatore in più nei confronti del resto del paese, oltre a creare società e identità profondamente diverse. Più tardi, invece di comprendere la realtà multinazionale dello Stato e della società spagnola, sia i governi liberali che la dittatura semplicemente la ignorarono e ne repressero duramente anche solo l’idea. Con la transizione democratica della seconda metà degli anni settanta, l’errore storico si ripetè, anche se la repressione si applicò solo più ai militanti baschi dell’ETA, che si erano decisi per la lotta armata. In questo contesto nacque la vigente Costituzione spagnola, che nega il diritto all’autodeterminazione per baschi e catalani ma fonda un non meglio precisato “Stato delle autonomie”, che lascia ampi margini di interpretazione alle questioni di carattere territoriale, almeno secondo l’aria che tira nella Corte Costituzionale, in questi ultimi anni decisamente in mano ai conservatori. C’è da dire che tanto la Costituzione come l’ordinamento territoriale dello Stato nacquero in una situazione complicata, con una destra fascista ancora forte ed un esercito parzialmente fedele al vecchio regime che, nei fatti, costituirono un importante fattore di dissuasione all’introduzione di principi più progressisti nella Carta Magna spagnola. Pochi anni dopo, nel 1981, i settori più reazionari dell’esercito tentarono un colpo di stato, che fallì principalmente per l’impreparazione, la divisione e la dabbenaggine degli stessi militari e non tanto per l’intervento del Re, come invece passò alla storia. Una delle ragioni più note e ripetute dai golpisti era quella di “salvare la Spagna dai separatisti baschi e catalani”.

Insomma, la transizione democratica lasciò la porta aperta, se non spalancata, all’apparizione sulla scena politica della mai sopita questione nazionale di Euskalerria e Catalunya e di tutti i dibattiti minori ad essa legata. Il fatto che in questi ultimi decenni si siano fatti sentire, con molto rumore, solo i pistoleri baschi dell’ETA, non significa che il nodo politico fosse risolto per sempre o che costoro ne fossero i portavoce esclusivi. Anzi. La lotta armata si è dimostrata una via senza uscita, sempre più minoritaria e chiaramente autoritaria fin nelle stesse formazioni politiche che l’hanno sostenuta. In realtà, uno scarso favore alla lotta per il riconoscimento e l’applicazione del principio di autodeterminazione, che ha diviso la società basca per molto tempo e ha creato un incipiente stato di malessere e antipatia nel resto dello Stato nei confronti delle minoranze nazionali e dei loro diritti. Dà da pensare che, scomparsa l’ETA dalla scena politica, irrompa con forza un movimento di massa che reclama l’indipendenza per la Catalogna. Probabilmente i due fenomeni non sono legati fra loro, come sempre furono, nei fatti, avulse le iniziative politiche degli independentisti baschi e catalani. Sicuramente, invece, la scomparsa della lotta armata basca permette all’indipendentismo catalano proiettare con più forza un’immagine propria, pacifica, progressista e democratica, seria e festiva allo stesso tempo. Niente che vedere con la violenza dell’ETA, sia chiaro. Era uno dei messaggi subliminali più rilevanti della catena umana dell’11 settembre, sia in chiave interna che internazionale.

La crisi economica

La gran maggioranza dei commentaristi politici, sia in Catalogna che nel resto della Spagna, sono d’accordo nell’imputare alla crisi economica la colpa dell’esplosione indipendentista in Catalogna negli ultimi mesi. È un’affermazione convincente, ma bisogna spiegarla bene. Infatti, è vero che esiste anche una querelle economica nell’obiettivo politico di certo catalanismo, ma è una faccenda di cui si parla sempre meno. La Catalogna è una delle regioni più prospere della Spagna, con un tessuto industriale e produttivo importante, paragonabile a quello di altre zone sviluppate europee. È la zona che maggiormente contribuisce al PIB nazionale (quasi un 20%) e sulla quale ricade invece un gravoso onere fiscale nel mantenere il livello di benessere di altre regioni che contribuiscono assai poco alla ricchezza globale. Ecco che spunta la Lega Nord. Il partito nazionalista più conservatore, Convergència Democràtica, che attualmente è al governo, ha fatto del Pacte fiscal, cioè della restituzione alla Catalogna dell’intera quota di gettito fiscale che emette (invece di versarla allo Stato) attraverso un Fisco proprio, uno dei suoi grandi cavalli di battaglia. Ma è un argomento antipatico, oltre che non del tutto corretto in termini economici. A parte il fatto che la regione più pregiudicata da questo sistema di ridistribuzione fiscale è, paradossalmente, la vituperata Comunità di Madrid, per essere del tutto giusti bisognerebbe tenere in conto altri parametri economici nel conto delle entrate e delle uscite, come per esempio i profitti del commercio catalano con il resto della Spagna. Insomma, il fatto che lo Stato spagnolo ammazzi i catalani con le tasse è un argomento debole, anche se piace un sacco ai bottegai locali. Il problema vero è che la crisi ha colpito la società catalana in modo secco e duro e non solo i settori più popolari. Per la prima volta in modo chiaro e univoco negli ultimi decenni, la cosiddetta classe media sta rapidamente perdendo potere d’acquisto e si vede minacciata da un severo processo di assottigliamento sociale. Secondo il sindacato UGT, dal 2007 al 2013 sono stati distrutti in Catalogna più di 560.000 posti di lavoro in tutti i settori (su una popolazione attiva di circa tre milioni settecentomila), lasciando la disoccupazione quasi al 24% e creando uno stato di malessere sociale senza precedenti. Se si sommano a questi dati le chiusure indiscriminate di scuole e ambulatori, i pesanti tagli a salari (il pubblico impiego è stato colpito come non mai), pensioni e spese sociali e il fatto che la Catalogna sia la comunità autonoma dove si siano realizzati più sfratti in questi ultimi cinque anni (quest’anno siamo a più di 20.000) appare chiaro che il malessere della gente non è tanto rivolto alle presunte ingiustizie fiscali dello Stato spagnolo ma alle condizioni di vita e lavoro sempre più deteriorate e a un sistema politico, economico e di potere in completo fallimento, totalmente discreditato dagli scandali sull’uso dei fondi pubblici (sia a Madrid che a Barcellona) e dal criminale cinismo delle banche e delle grandi imprese, che su queste disgrazie stanno costruendo –o ricostruendo- formidabili imperi economici. La società catalana, sempre più povera, sempre più immersa in una modernità che viene venduta come assolutamente positiva ma che crea fondamentalmente disagio ed esclusione, sempre più tagliata fuori dalle decisioni politiche, sociali, territoriali ed urbanistiche, economiche e culturali grandi e piccole, si è finalmente ribellata. E lo ha fatto in un modo poco “politically correct”, almeno secondo i criteri di un pensiero unico (e un po’ debole) che vuole le questioni di identità e appartenenza territoriale e culturale assolutamente superate dal capitalismo globale e dai grandi e intoccabili stati nazionali. Ma non è solo questa la lettura: c’è molto di ribellione sociale agli effetti della crisi, all’establishment politico ed economico, ai valori di un sistema capitalista che forse per la prima volta si presenta nudo, così com’è di brutto, agli occhi di tutti.

Il movimento sociale e i suoi primi effetti

La verità è che la Catalogna è oggi uno dei pochi posti in Europa dove si sta consolidando un movimento di massa ben strutturato e organizzato, con chiari obiettivi politici e sociali, capace di tessere alleanze con sindacati, altri movimenti sociali e partiti e con un evidente discorso di carattere progressista e democratico, critico con determinati aspetti del sistema.L’Assemblea Nazionale Catalana, nata nel 2011 da un’esperienza di auto-referendum sulla sovranità catalana in molti municipi, ha subito un’evoluzione rapida e positiva. È vero che le sue origini e i suoi maggiori esponenti non vengono dal mondo della sinistra (né politica né sociale) e che probabilmente, all’inizio del suo cammino, era più che altro un’espressione del disagio della maltrattata classe media-bassa catalana. Quest’ultima affermazione, in ogni caso, è difficile da sostenere tout-court. Oltre all’origine socio-politica dei suoi portavoce e ai discorsi iniziali che prevedevano un processo di indipendenza nazionale senza nessun accento su cambiamenti sociali o economici, non esistono altri indizi di un’appartenenza sociale o ideologica univoca. In tutti i casi, è un quadro che si è modificato in fretta: dall’appoggio allo sciopero generale dell’anno scorso alla relazione piuttosto fluida coi sindacati catalani, gli obiettivi sociali e la critica alla politica economica del governo dell’Assemblea si sono fatti via via più chiari. Anche e soprattutto per la pressione popolare, non bisogna dimenticarlo.

Il Partito dei Socialisti Catalani (PSC, l’omologo catalano del PSOE) si è impegnato con forza in questi mesi in un’operazione di negazione e di discredito di questo movimento e dei suoi obiettivi politici. È il meschino discorso di una sinistra istituzionale e di potere, legata mani e piedi agli interessi di banche e gruppi più o meno occulti di influenza impresariale, che fino a ieri appoggiava senza incrinature la monarchia, l’ordinamento del territorio spagnolo e un certo senso di appartenenza allo Stato, ma non certo espressione di una classe sociale subalterna. Ma stanno pagando un duro prezzo. Molti dirigenti storici del socialismo catalano hanno abbandonato il partito con evidente ripugnanza per il discorso anti-catalanista, seguiti da migliaia di iscritti. A Barcellona, la Federazione del PSC è passata in pochi mesi da 15.000 membri a 3.000. La crisi verticale del PSC è iniziata con la chiara sconfitta elettorale del 2011, ma si è acuita via via con la politica particolarmente ottusa e poco plurale della sua attuale direzione. È l’esempio più evidente della radicale mutazione che sta vivendo la geografia politica in Catalogna: l’affermarsi di un’opzione a favore dell’autodeterminazione, critica con i tagli e le politiche economiche vigenti, sta facendo a pezzi un consolidato quadro parlamentare. PSC e PP, raccogliendo quella che è una tendenza indicata dal voto reale e dalle inchieste, si ridurrebbero a un misero 5,5% d’insieme, mentre l’arco della sinistra catalanista (che va da posizioni semplicemente a favore del diritto all’autodeterminazione fino all’indipendentismo radicale) raccoglierebbe un ampio 50%. La destra di Convergència i Uniò, responsabile delle politiche di austerità in Catalogna ma allo stesso tempo favorevole all’autodeterminazione, arriverebbe con difficoltà al 20% e passerebbe ad essere il secondo partito del Parlament de Catalunya (un sorpasso più che storico, un vero terremoto) e la destra più intransigente e legata al nazionalismo spagnolo verrebbe incarnata da Ciutadans, una formazione relativamente nuova e non compromessa con le politiche sociali ed economiche del PP.

In un modo certamente confuso, che possiede però una carica emotiva altissima, la società catalana ha raccolto un’identità collettiva forte -che possiede da molto tempo-, probabilmente la prima che gli è venuta in mente e quella più facile da utilizzare, e l’ha opposta con veemenza ad un’identità posticcia che le viene imposta non già da Madrid ma da un sistema dominante e un ceto politico corrotto e ultra-nazionalista spagnolo totalmente identificabili e identificati con i responsabili materiali della crisi e dei suoi effetti. Certo, sarebbe bello che i catalani scendessero in piazza con le bandiere rosse inneggiando alla fratellanza internazionale dei lavoratori, ma questa identità (che pure fu loro tanti e tanti anni fa, durante la Repubblica e la guerra) è stata in gran parte distrutta da decenni di repressione franchista e da anni di socialdemocrazia ed euro-comunismo.

Diciamo pure, senza paura di essere contraddetti, che l’aria che si respira oggi in Catalogna è di un ampio consenso ad una proposta di paese e di società che rompe con gli schemi classici dello Stato e in parte dell’economia di mercato. L’11 di settembre, accanto ed insieme alla catena umana, gruppi più o meno numerosi di persone hanno circondato le filiali della Caixa, la potente banca catalana, quasi il simbolo del capitalismo domestico e corresponsabile della disastrosa situazione finanziera del paese. I convocanti di questa iniziativa erano un insieme di movimenti e di partiti che si richiamano chiaramente alla sinistra più radicale, alcuni indipendentisti ed altri no. È un’opzione ancora minoritaria ma che sta guadagnando consensi rapidamente e che può essere in grado, se gioca bene le sue carte, di avere una grande influenza sul movimento di massa. Infatti, se le parole d’ordine indipendentiste rappresentano le linee di forza chiare ed indiscutibili del movimento, una certa coscienza anticapitalista si sta schiudendo sempre più velocemente. Chi oppone gli obiettivi e la coscienza indipendentisti a quelli anticapitalisti è più che altro prigioniero di un’incomprensione della realtà che oggi non gli permette vedere questo panorama nella sua complessità e potenzialità. È sicuramente vero che il movimento nel suo insieme e l’Assemblea Nazionale in particolare presentano difetti e possono far storcere il naso a molti puristi. Alcuni errori o aspetti sono probabilmente tipici di un movimento popolare che non è nato all’ombra del movimento operaio, non possiede molta esperienza di lotta e subisce l’influenza culturale della piccola borghesia, tanto per essere chiari. In questo senso va l’ingenua e diffusa idea che uno Stato catalano sovrano e indipendente (che, a proposito, non potrà avere altra forma che quella repubblicana) risolverà tutti i problemi e le ingiustizie sociali ed economiche in nome di non si sa bene che principi. O che il processo verso l’indipendenza sarà una passeggiata in cui sarà sufficiente raggiungere democraticamente una maggioranza sociale ed elettorale per avere via libera dal belligerante e prepotente Stato spagnolo. O che l’obiettivo finale, l’indipendenza, debba per forza essere anche l’unica parola d’ordine delle mobilitazioni, quando oggi l’insieme della società catalana si riconosce molto di più (un 80%, più o meno) nell’obiettivo di un referendum sull’indipendenza.

Ma i problemi di fondo non sono questi. Si stanno affermando rapidamente, come già si è detto, sensibilità, discorsi e obiettivi molto più ampi e in buona misura anticapitalisti. Si tratta di vedere chi riuscirà, alla fine, ad avere l’egemonia culturale e politica su questo processo di cambiamento. La destra nazionalista catalana, per il momento, è in franco declino, anche se cerca di mantenersi a galla a tutti i costi. I padroni, la banca e la grande finanza, la èlite sociale e impresariale e la gerarchia ecclesiastica non si stanno dimostrando troppo convinti del fenomeno indipendentista e meno delle mobilitazioni popolari e dello scontro che queste stanno provocando con l’establishment dello Stato, dal quale in buona parte dipendono per mantenere i loro molteplici privilegi ed affari. La politica catalanista light che hanno mantenuto fino a ieri e che ha garantito loro per anni un certo consenso sociale e politico si sta sgretolando rapidamente, lasciando intravedere una smodata voglia di profitti che poco e male si sposa con l’onda indipendentista (che allo stesso tempo esprime concetti quali la democrazia di base, la libertà, la giustizia sociale). La “sinistra”conciliatrice e accomodatizia ha fatto sua da tempo l’opzione più moderata possibile del discorso nazionale catalano, aprendo la strada ad una concezione chiaramente reazionaria dello Stato in un paese chiaramente plurinazionale.

La crisi dello Stato spagnolo

Il governo dello Stato del Partido Popular è uno dei massimi responsabili, insieme alla crisi economica, dell’esplosione di sovranità nazionale in Catalogna. Perché negarlo? Ogni giorno sono più chiare le intenzioni della destra spagnola: imporre a sangue e a fuoco ai lavoratori tutte le misure di estrema austerità che la finanza internazionale ha deciso per questa parte del pianeta. Lo fa con la prepotenza, l’arroganza e l’impunità che gli consente una maggioranza assoluta in parlamento ma anche con una certa stupidità e imprevisione che lascia di stucco i suoi partners tedeschi o britannici. Alle rigide misure d’austerità (ultimi i tagli al sistema pensionistico, che avevano giurato e stragiurato che non avrebbero toccato) fanno da contraltare gli scandali barocchi e multimilionari sul finanziamento del partito, le spese da capogiro di una candidatura olimpica di Madrid particolarmente frivola e kitch, il discredito della famiglia reale per faccende economiche semplicemente poco pulite, la patetica dimostrazione dei muscoli nell’affaire di Gibilterra. Sono tutti elementi che indicano chiaramente non solo i limiti umani e morali di una dozzina di ministri, ma i limiti di un sistema e di uno Stato incapace di tutelare i suoi cittadini dal cataclisma economico a cui li ha esposti. Si tratta anche di una sorta di malattia genetica della destra spagnola, che proviene senza soluzione di continuità dal franchismo “riformato” di Manuel Fraga e che conserva molti dei tics del vecchio regime. Uno di questi è proprio la faccenda della Spagna “una, grande y libre” e l’illusione che qualche velata minaccia, un’improvvisa sordità o un po’ di rumore di sciabole faccia desistere i catalani dai loro sogni. Al contrario, qualsiasi atteggiamento negativo o spocchioso da parte del PP fa ribollire di rabbia la società civile catalana e crea dal nulla centinaia di indipendentisti. Assistiamo probabilmente alla fine di un patto sociale, politico e territoriale sul quale, bene o male, si fondò l’attuale Stato spagnolo dopo il franchismo. Nei fatti, nella penisola iberica si sta respirando da tempo un’aria da fin de règime che mette la pelle d’oca. La disgregazione politica e sociale, in tutti i casi, è all’ordine del giorno e quelli che stanno nella stanza dei bottoni sembra che non se ne rendano conto o non si rendano conto che stanno pasticciando ancor più le cose. Un po’ come i ballerini del Titanic.

Che succederà nei prossimi mesi?

Esistono diversi scenari, come sempre. Per il momento, l’orizzonte politico delle forze politiche favorevoli al principio di autodeterminazione (un arco che va dal partito di governo fino a settori importanti del PSC) è la convocazione di un referendum legale sull’indipendenza della Catalogna dallo Stato spagnolo l’anno prossimo. Si tratterebbe di un referendum non vincolante, solo per sapere l’opinione dei votanti, ma da Madrid arriva un netto e secco “no”. In Spagna non esiste l’istituto del referendum e quindi non se ne parla. Convergéncia sarebbe disposta a convocare elezioni “plebiscitarie”, cioè che i partiti favorevoli all’indipendenza presentino un programma comune e stiamo a vedere chi li vota. È una proposta molto ambigua che non corrisponde esattamente a una consultazione popolare e democratica su una questione concreta. Insomma, se non si arriva ad un accordo con Madrid o fra i partiti catalani sulle elezioni, che è la cosa più probabile, è possibile che si avvicini una crisi di dimensioni importanti, in cui il movimento popolare giocherà ancora più forte che nei mesi scorsi. E in questo scenario di radicalizzazione e scontro conterà moltissimo l’atteggiamento delle forze politiche della sinistra catalana, la loro capacità di legare gli obiettivi di sovranità nazionale alla lotta anticapitalista insieme ad una questione di cui si parla assai poco ma che è fondamentale per uscire senza le ossa rotte da questa storia: l’alleanza con i movimenti sociali (piuttosto radicati e combattivi) nel resto della Spagna e con una maggioranza della società spagnola a cui va spiegato che il diritto alla sovranità nazionale dei catalani non è una minaccia ma che potrebbe invece aprire la porta ad una profonda riforma democratica dello Stato e delle relazioni economiche vigenti. L’altro scenario possibile, anche se con varianti, è il “tutti a casa”. Potrebbe essere così, con episodi repressivi da parte dello Stato oppure no, con una minore o maggiore sedimentazione di una coscienza critica fra la gente, se i principali partiti catalanisti (Convergència e Esquerra Republicana) accettassero una soluzione economica compatibile con gli interessi dello Stato spagnolo, del capitalismo domestico e della borghesia catalana, come è successo negli ultimi trent’anni. Esquerra Republicana alzerebbe la voce (ad uso e consumo dei suoi militanti), e probabilmente abbaierebbe senza mordere. E il movimento, poco a poco, tornerebbe da dove è venuto. Staremo a vedere. Per il momento, lo spettacolo che offre vedere oltre il 20% dei cittadini di una nazione manifestarsi in piazza per i propri diritti democratici è assolutamente gratificante e, per me, inedito.

 

Fabrizio Dogliotti

Barcellona, 22 ottobre 2013

 

Sullo stesso argomento, si veda anche sul sito di Communia un articolo di Esther Vivas, http://www.communianet.org/news/catalogna-un-processo-costituente-decidere-tutto