Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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[email protected] Puglia approfondisce il caso ILVA

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Report sull’approfondimento del caso ILVA

di [email protected] Puglia

Riprendo questo Report con molto piacere, non solo per i miei legami affettivi con l’ILVA-Italsider di Taranto e la sua classe operaia, che ho seguito da vicino per tanti anni, ma per l’importanza di un’iniziativa concreta di approfondimento come questa, che indica un possibile itinerario per altre realtà in cui si sta costruendo [email protected] (a.m. 23/10/13)

La prima iniziativa di [email protected] Puglia è stata improntata sulla discussione riguardo all’Ilva, ha avuto una buona partecipazione; considerando le avverse condizioni meteo, e altre iniziative in concomitanza, possiamo dirci  soddisfatti. L’assemblea è stata aperta dall’introduzione di Ciccio Maresca, ex operaio Italsider-Ilva, che ha fatto un excursus degli ultimi 18 mesi della vicenda, a partire dal 30 marzo2012, giorno in cui la procura di Taranto doveva decidere se perseguire l’ILVA,della famiglia Riva, per gravi problemi ambientali. Ci fu una manifestazione,di operai, tecnici e anche dirigenti dell’azienda, contro la magistratura, fino ad arrivare  al 26 luglio, poi, quando èscattato il dispositivo di sequestro dello stabilimento, da parte della PM Todisco, “Per disastro ambientale”. Il 2 agosto, durante una manifestazione congiunta dei sindacati confederali, un gruppo di operai e cittadini irruppero in piazza bloccando i comizi, chiedendo di parlare dal palco e, al rifiuto dei burocrati sindacali di dargli la parola, quel gruppo di operai ricevette la solidarietà da parte di tanti lavoratori che erano in piazza. Da questo avvenimento nacque un comitato che si definì dei “Lavoratori e cittadini liberi e pensanti”, creando tante speranze iniziali ma successivamente mettendo in luce la mancanza di  una linea politica seria rispetto al che fare dell’ILVA. Lentamente si è fatta strada la convinzione che la chiusura dello stabilimento fosse l’unica soluzione possibile,  ma mai espressa chiaramente perché si sosteneva che “non si può andare in fabbrica con questa posizione”. All’inizio di questi avvenimenti, le organizzazioni sindacali hanno sostenuto le posizioni aziendali e contro la magistratura. Solo dopo il 2 agosto la FIOM/CGIL, si distinse da FIM e UILM, le quali erano piattamente sulle posizioni aziendali. Comunque, ad oggi non hanno espresso nessuna alternativa credibile. Quello che manca è un progetto comune su come andare avanti per far si che si risolva la situazione di grave inquinamento e le gravi conseguenze economiche in caso di chiusura.

Dopo è intervenuta Antonella De Palma, ricercatrice che fin dall’inizio è stata in un gruppo di lavoro formato da ex operai dell’ILVA per redigere una proposta alternativa (vedi parte finale).

Poi è intervenuto Franco Rizzo,coordinatore provinciale dell’USB,che ha sottolineato che se non si trova una soluzione rapida, l’Ilva così come è, ha vita breve, dato che gli impianti sono totalmente abbandonati a loro stessi, senza manutenzioni significative. Da qui, il problema principale diventa la sicurezza dei lavoratori, che si trovano a lavorare su impianti sempre più fatiscenti (ad. Es. la linea 1 dell’Acciaieria). Le emissioni le abbatti o bonificando oppure (ed è l’ipotesi, per Riva, più accreditata) per inerzia, ossia lasciando morire per consunzione lo stabilimento, producendo dimeno (quindi si abbassano le emissioni), fino alla chiusura per esaurimento. Ed è questo il progetto della direzione. Poi è intervenuto Felice Dileo, operaio della Natuzzi, che ha parlato della situazione attuale della vertenza Natuzzi, degli accordi presi alle spalle dei lavoratori e delle lavoratrici e della necessità di ricostruire un vero sindacato di classe, magari mettendo le basi già dal prossimo congresso CGIL. Ultimo intervento è stato quello di Sergio Bellavita, Coordinatore Nazionale Rete 28 Aprile – CGIL, il quale ha parlato del “metodo Marchionne” utilizzato alla FIAT e come sia diventato affare di tutti i giorni e in tutti i luoghi di lavoro, ricercare il profitto ad ogni costo, scavalcando le persone,il lavoro, la salute. Riva, che è stato uno dei “salvatori “ dell’Alitalia, ha il governo dalla sua parte, e non si può dire che a Taranto non ci sia l’intervento pubblico, il problema è che è dalla parte dei padroni. Se l’ILVA non viene espropriata e nazionalizzata senza indennizzo subito, recuperando i soldi fatti sulla pelle della città, è destinata alla svendita. E questo è da evitare a tutti i costi. Ha sottolineato gli errori della FIOM, a Genova ad es. quando in maniera acritica ha scioperato contro la magistratura tarantina salvo poi fare un passo indietro quando si sono accorti – ma ormai era tardi- della cantonata presa. L’assemblea si è sciolta con l’auspicio che non rimanga una cosa a se stante ma che serva per ricominciare a discutere seriamente delle necessità (che non riguardano in sostanza solo l’Ilva) della nostra città. All’assemblea hanno partecipato e ringraziamo esponenti di [email protected] Bari, le compagne del  collettivo femminista “cime di queer”, delegati FIOM, CGIL, PRC, SLAI Cobas, Sinistra Anticapitalista,  e singole compagne e compagni.

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Stralci dall’intervento di Antonella De Palma

 

Se questo fosse un paese con un minimo di volontà e di capacità di progettare il proprio futuro in termini non biecamente capitalistici e di devastazione del territorio e della salute in nome del profitto (e di cieca perseveranza su questa linea, nonostante il tempio stia crollando travolgendoci tutti) la situazione in cui versano oggi le tre città del ciclo integrale dell’acciaio, Taranto, Piombino e Trieste sarebbe servita per affrontare seriamente il discorso della difesa del lavoro e di un settore produttivo obiettivamente necessario come quello dell’acciaio, in un’ottica di sostenibilità ambientale attraverso la conversione tecnologica del ciclo produttivo.

Questo sarebbe l’unico discorso capace di salvare ambiente,salute e lavoro, ma a quanto pare da nessuna pare si è voluto affrontarlo davvero, facendo  il gioco di chi getta solo fumo negli occhi. Lo abbiamo visto a Taranto con la non applicazione (per circa un anno!) delle prescrizioni AIA, se non quelle a costo zero come la riduzione della velocità dei veicoli all’interno allo stabilimento, l’arretramento e l’innaffiamento dei cumuli del minerale e altre piccole cose. Per le prescrizioni più impegnative i tempi di attuazione “slittano”. Di fatto la Taranto di prima e dopo il 26 luglio 2012 è la stessa.. Con la complicità di tutte le istituzioni e organizzazioni sindacali e, perché no, anche dei lavoratori, che si difendono agitando lo spauracchio del ricatto occupazionale. Un’arma che serve per non far nulla. L’altro spauracchio che si agita è quello dell’inaccessibilità dei costi da sostenere per effettuare la conversione.  Un impianto Corex costa 300 milioni di euro a modulo, un Finex circa 470, che sono comunque costi pari o inferiori alla costruzione di un impianto classico, tra l’altro i costi di gestione (intesi come gestione dei materiali, non del personale) sono di molto più bassi.

Il ciclo integrale d’altoforno, con le sue cokerie e agglomerato, è superato e non da oggi.

 

Noi parliamo di “nuove” tecnologie e di “nuovi” processi, ma alcuni di questi sono in uso da 40 anni, come la riduzione diretta del minerale ferroso (Direct reduction, DRI), altri (la riduzione durante la fusione o Smelting reduction, SRI) da più di 20. Li si può chiamare Midrex, Corex, Finex, Meros, Ulcos, Hisarna: sono i nomi dati ai brevetti commerciali o in via di sperimentazione. Ma i processi sono fondamentalmente quelli.

Queste nuove tecnologie hanno un bassissimo impatto ambientale, ridurrebbero gli agenti inquinanti di circa il 94%.

 

Diamo una rapida occhiata ai tre che ci riguardano più da vicino: Midrex, Corex, Finex. Tutti brevetti Siemens, il primo per la riduzione diretta, gli altri per la riduzione durante la fusione.

Questa parte è molto tecnica, e nell’originale era corredata anche da schemi che possono essere cercati collegandosi a https://www.facebook.com/notes/margherita-matteo/report-assemblea-del-16-ottobre-sullilva-taranto/633940626628462

Midrex:

Il minerale di ferro, sotto forma di pellet o in pezzi come esce da miniera viene introdotto nel forno a tino dall’alto. Mentre cade per gravità viene scaldato dal gas naturale, insufflato dalla direzione opposta, e, per un processo che non descriviamo ma che si può trovare nei siti specializzati,  il minerale di ferro viene ridotto a ferro metallico. Il pre-ridotto viene poi raffreddato. Può avere forma grezza o di bricchette, come piccoli mattoncini. In questa forma viene utilizzato in acciaieria e nei forni. Sostanzialmente nel nostro caso servirebbe a ridurre l’uso di cokerie e agglomerazione.

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Corex:

È un processo di riduzione attraverso la fusione. Un’alternativa a tutto il processo d’altoforno per la produzione della ghisa liquida.

Nel processo Corex tutto il lavoro è effettuato in due reattori con processo separato: l’albero di riduzione e il gassificatore-fusore. Il minerale di ferro, in pezzi come esce dalle miniere o in pellet o una miscela dei due viene introdotto nell’albero di riduzione e preridotto dal gas. Quindi passa nel gassificatore-fusore dove viene aggiunto carbone non coke e dove avvengono tutte le altre reazioni metallurgiche e la fusione finale. Come nel processo di altoforno vengono separate ghisa e loppa. Il gas che deriva dalla fusione finale è un ottimo gas che viene riutilizzato nell’albero di fusione come agente per la preriduzione.Opportunamente raffreddato e ripulito può essere utilizzato come gas da esportazione e essere utilizzato quindi non solo in fabbrica ma anche dalla comunità.

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Finex:

è una evoluzione del Corex che impiega i fini di minerale e carbon fossile. La preriduzione del minerale di ferro avviene attraverso un sistema di  tre o quattro letti fluidi,di cui il primo serve sostanzialmente come preriscaldamento e gli altri riducono progressivamente a Dri molto fine, che viene in seguito compattato e caricato nel gassificatore-fusore e subisce lo stesso processo del gassificatore-fusore e subisce lo stesso processo del Corex. 

 

Vedi anche: http://anticapitalista.org/2013/10/23/report-approfondimento-sul-caso-ilva/