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Salari pensioni e fisco

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SALARI, PENSIONI E FISCO IN ITALIA

contributo di Sergio Casanova 

 

 

 

 

 

Tre “semplici” domande:

 

 

·        perché il salario deve essere l’unico reddito privo di scala mobile? Le multinazionali ce l’hanno, così come il macellaio, il padrone di casa, l’avvocato ecc.. Tutti adeguano tranquillamente i loro guadagni (profitti o rendite o reddito da lavoro autonomo che siano) all’inflazione, aumentando i prezzi dei beni e servizi che producono. E nessuno ci trova niente di male…anzi si tratta di una sacrosanta “legge” del Santo Mercato!

 

·        perché 78 miliardi di contributi previdenziali versati dai lavoratori per le loro pensioni sono usati dallo Stato per finanziare altre spese (vedi pag. 17), dagli “aiuti” alle imprese alla guerra in Afghanistan?

 

·        perché i lavoratori dipendenti pagano 51 miliardi di IRPEF in più, ogni anno (vedi pag. 5), mentre le imprese pagano 14 miliardi di IRAP e “cuneo fiscale” in meno (vedi pag. 24) ? Naturalmente senza tener conto di tutti gli altri “incentivi” e “aiuti”!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Indice

 

I) DISASTRO SALARI E NECESSITA’ DI UNA NUOVA SCALA MOBILE…p. 3

 

A) LE PREMESSE DEL DISASTRO….p. 3

1) la scala mobile…. p. 3

2) la politica dei redditi…. p. 3

3) falsità…. p.4

 

B) LA DOCUMENTAZIONE DEL DISASTRO….p. 5

1) 3.000 € l’anno di tasse in più….p. 5

2) penultimi in Europa….p. 5

3) salari più bassi del 32,3% rispetto alla UE…p. 6

4) sesti nel cuneo fiscale….p. 6

5) 7.000 € l’anno in meno dal 1980….p. 7

6)…eppure si lavora più della media OCSE….p. 7

7) dopo l’accordo separato sarà ancora peggio….p. 7

8) ma il contratto dei chimici sta dentro l’accordo separato!....p. 9

9)…e la Marcegaglia gongola!...p. 10

 

C) LE CAUSE DEL DISASTRO….p. 11

- lo stato sociale….p. 11

- l’enorme crescita delle disuguaglianze dal 1985….p. 12

-verso un nuovo Medioevo?…p.12

 

II) LE PENSIONI NELL’OCCHIO DEL CICLONE….p.13

 

A) DIZIONARIETTO SULLE PENSIONI….p. 13

1)      il metodo della capitalizzazione e quello della ripartizione…p.13

2)      il sistema retributivo e quello contributivo. Il tasso di sostituzione…p. 14

3)   montante individuale , coefficiente di trasformazione, età pensionabile e DIMINUZIONE DELLE PENSIONI…p. 15

 

B) LA CGIL DENUNCIA, MA NON FA AMMENDA!....p. 16

 

C) PER COMBATTERE LE FALSITA’ SULLE PENSIONI….p. 17

1)      il vero bilancio dell’INPS…p. 17

2    ci sono le risorse per finanziare pensioni decorose…p. 17

3)      obiezioni e previsioni fasulle….p. 18

4)   l vero rischio di uno strappo generazionale…e, almeno, tenersi il TFR!…p. 19

 

III) UN FISCO….DI CLASSE!....p. 21

 

A   LA STRUTTURA DI CLASSE DEL SISTEMA TRIBUTARIO….p. 21

B)    L’ENORME AUMENTO DELLA PRESSIONE FISCALE SU SALARI E PENSIONI….p. 22

1)   l’aumento dell’IRPEF/IRE….p. 22

2)   l’aumento delle imposte indirette; un esempio dell’effetto regressivo; aliquote IV A alte….p.23

C)    I REGALI A PROFITTI, RENDITE E PATRIMONI….p. 24

 

 

CONCLUSIONI….p. 25

 

I) DISASTRO SALARI E NECESSITÀ

DI

UNA NUOVA SCALA MOBILE

 

 

 

 

A) LE PREMESSE DEL DISASTRO

 

1) 1992: LA FINE DELLA SCALA MOBILE

 

SCHEDA:

LA SCALA MOBILE era un meccanismo che consentiva di far variare i salari al variare del costo della vita. Introdotta nell’Italia del Nord il 6/12/1945, venne estesa al Sud nel 1946; il meccanismo fu ritoccato nel 1951 e nel 1957. Nel 1975 fu conquistato il punto unico di contingenza che permetteva, trimestralmente, un recupero totale dell’inflazione. Dato che i punti di contingenza, che scattavano in seguito all’aumento dei prezzi, avevano lo stesso valore per tutti i lavoratori – punto unico – di fatto ne usufruivano proporzionalmente di più i salari minori, con un effetto redistributivo verso il basso. Già nel 1977, però, i sindacati, avvicinandosi alla “svolta dell’EUR” (1978: accettazione dello scambio salario- occupazione, con relative politiche della “moderazione salariale”), stipularono un accordo che escluse la contingenza dal calcolo delle liquidazioni (meccanismo riattivato poi, con diverse modalità, da una legge approvata per evitare il referendum abrogativo che avrebbe cancellato gli effetti di quell’accordo). Nel 1984 il governo Craxi tolse ai salari 4 punti di contingenza, con l’opposizione della CGIL (esclusa la componente socialista) che promosse un referendum abrogativo mal gestito e contraddittorio rispetto alla sua politica salariale ( anche la CGIL, infatti, aveva firmato l’accordo del 19 83 che aveva ridotto del 25% la capacità di recupero della scala mobile rispetto all’aumento dei prezzi ). Il referendum fu perso .  Nel 1986 un altro accordo sindacale sancì un’ulteriore riduzione del 25% e la trasformazione del recupero in semestrale. La scala mobile fu sospesa nel dicembre del 1991 e definitivamente cancellata dall’accordo del 31/7/1992.

 

 

2) 1993: LA “POLITICA DEI REDDITI

 

SCHEDA:

POLITICA DEI REDDITI. Teorizzata da economisti keynesiani di “destra” ed introdotta ne gli anni ’70 in G.B. da governi laburisti, prevedeva aumenti del salario pari all’aumento della produttività (= unità di beni prodotte da ciascun lavoratore), per mantenere invariato il CLUP( = costo del lavoro per unità prodotta). Era dunque il linea col modello fordista, ma veniva ugualmente contestata dai sindacati, almeno in Italia, perché manteneva immutate le quote del PIL attribuite rispettivamente al salario ed al capitale, senza attuare una redistribuzione del reddito verso il basso (…che differenza rispetto all’accordo del 1993 che permette una redistribuzione verso l’alto! ).  Si trattava, comunque, di uno strumento inefficace ed iniquo anche per altri motivi. La sua logica era la seguente: se non aumenta il costo del lavoro le imprese non aumenteranno i prezzi e quindi si eviterà l’inflazione. In realtà la politica dei redditi non ha la possibilità di controllare realmente l’inflazione dato che non può contrastare l’aumento dei costi delle materie prime e quindi sconfiggere l’inflazione importata (ad esempio a seguito dell’aumento del prezzo del petrolio). Inoltre, dato che in un’economia capitalistica non sono controllabili altri redditi oltre al salario (la formazione del profitto passa attraverso la fissazione dei prezzi, quindi il controllo dei prezzi è contrario alla logica capitalistica), essa diventa inevitabilmente una politica “del reddito” (il salario) anziché dei redditi come viene definita. Per queste ragioni i sindacati in Italia l’hanno sempre rifiutata. Solo nel 1982, per la prima volta, addirittura la propongono al governo Spadolini!

La politica dei redditi prevista dall’accordo del 1993 è molto peggiorativa del modello originario. Infatti: 1) non prevede nessun recupero salariale degli aumenti di produttività, che quindi vanno interamente a vantaggio di profitti e rendite; 2) prevede che gli “aumenti” contrattuali del salario non possano superare il livello dell’inflazione programmata, stabilita dal governo nel DPEF e nella legge finanziaria e sempre sottostimata  rispetto a quella che realmente si verifica; 3) prevede che il recupero della differenza tra inflazione reale ed inflazione programmata avvenga solo dopo due anni.

L’inflazione seguita all’adozione dell’euro può essere portata come esempio degli effetti negativi per il salario della politica dei redditi: arrotondando i prezzi in euro rispetto a quelli precedenti in lire le imprese hanno aumentato profitti e rendite commerciali, senza alcun controllo; i salari, invece, potranno “aumentare” solo nella misura stabilita dal governo (inflazione programmata), largamente più bassa di quella prevista da tutti gli istituti di ricerca. Risultato: riduzione del salario reale in presenza di un’inflazione da profitti e rendite ( che, per ragioni ideologiche, non viene mai chiamata col suo nome: è l’impersonale euro il responsabile! ), con conseguente ulteriore redistribuzione del reddito nazionale a favore di questi ultimi.

 

E questa situazione è stata ulteriormente peggiorata dall’accordo separato sul CCLN!!!

 

 

3) LE FALSE MOTIVAZIONI DELL’ABOLIZIONE DELLA SCALA MOBILE

 

I 17 anni trascorsi dall’accordo che sancì l’abolizione della scala mobile sono serviti anche a smantellare la credibilità, già molto scarsa, dei supposti danni provocati dalla scala mobile.

 

Si diceva che essa produce inflazione. Falso!

Infatti: 1) gli adeguamenti salariali si verificano solo dopo un aumento dei prezzi, quindi la scala mobile è l’effetto e non la causa dell’inflazione. 2) Nell’industria, mediamente, il “costo R 21; del lavoro rappresenta circa il 15% dei costi complessivi delle imprese e, quindi, un aumento dell’1% dei salari, potrebbe giustificare, al massimo, un aumento dei prezzi pari allo 0,15%. Ma, in Italia, il margine di profitto è più elevato che nella media europea e sarebbe del tutto possibile una sua riduzione senza squilibri nei bilanci aziendali. Non esiste nessun automatismo economico che determini un inevitabile aumento dei prezzi. 3) Anzi, la scala mobile potrebbe funzionare da deterrente rispetto all’aumento dei prezzi! La vicenda dell’euro è esemplare. In particolare nei settori non esposti alla concorrenza internazionale, ad esempio il commercio interno, il prezzo di molti prodotti di prima necessità è raddoppiato, senza la minima giustificazione. Se ci fosse stata la scala mobile, essa avrebbe costretto l’imprenditore a pagare l’aumento dei prezzi con un adeguamento dei salari e forse ciò lo avrebbe indotto a qualche riflessione! 4) Infine, come mai negli anni in cui diminuivano sia i salari che i prezzi delle materie prime (a seguito della rivalutazione dell’euro rispetto al dollaro) non si è verificata una diminuzione dei prezzi? Ciò significa che le presunte “leggi economiche” cui ci si richiama per tagliare salari e pensioni valgono sono a senso unico, quindi non sono inesorabili come si vuole far credere.

 

Si diceva anche che la scala mobile penalizzava la capacità contrattuale. Falso!

Infatti: 1) la “concertazione” ha allungato di un anno la durata dei contratti, dividendoli in due bienni ai fini economici, ma col vincolo di stare dentro l’”inflazione programmata”. Di fatto ha sostituito i contratti alla scala mobile, salvo poi non recuperare neppure l’aumento dei prezzi. Ha sostituito a ciò che si otteneva automaticamente, qualcosa da ottenere con le lotte. Dove starebbe la maggiore contrattualità? 2) Dopo l’abrogazione della scala mobile, i salari reali e i diritti dei lavoratori sono diminuiti, le condizioni di lavoro sono peggiorate e l’orario di fatto è aumentato. Negli anni ’60 e ’70, vigente la scala mobile, sono aumentati i salari reali e i diritti ed è diminuito l’orario di lavoro. Pare evidente, quindi, che la capacità contrattuale dipenda da ben altri fattori che dall’esistenza o meno di un meccanismo di scala mobile! 3) Anzi, la sua esistenza dovrebbe favorire il rilancio della contrattazione. I lavoratori in lotta non dovrebbero più sfiancarsi per ottenere il (quasi) recupero salariale, ma potrebbero davvero porsi l’obiettivo di una redistribuzione del reddito verso i salari.

 

 

 

 

B) LA DOCUMENTAZIONE DEL DISASTRO

 

 

1) Fisco e retribuzioni

Salari, dal 1980 persi tremila euro l’anno

Indagine Ires Cgil: la pressione fiscale sul lavoro è aumentata dell'11%. Cgil: “Urgente intervento redistributivo per ripagare onesti dallo ‘schiaffo’ dello scudo”. Serve un “sostegno ai redditi da lavoro e da pensione”.

 Se la pressione fiscale fosse rimasta invariata dal 1980 a oggi, ogni lavoratore avrebbe in busta paga 3.215 euro annui  [N.d.R.: corrispondono a circa 51 miliardi versati in più dai lavoratori dipendenti, in un anno!]  in più pari a circa 247 euro mensili. Mentre, invece, l’aumento della pressione fiscale dell’11,4% - dovuto esclusivamente ad un aumento della pressione tributaria visto che la pressione contributiva è rimasta pressoché invariata dal 1980 - è stata tutta a carico del lavoro.

 (15.10-09)

2) Salari italiani tra i più bassi Ocse 1200 euro al mese, 23esimo posto

In Europa solo i portoghesi prendono meno. Il vero peso del cuneo fiscale
di MAURIZIO RICCI

ROMA - Gli italiani guadagnano poco e sono, per giunta, tartassati dal fisco. Fra i trenta paesi ricchi, riuniti nell'Ocse, le buste paga italiane sono al ventiduesimo o al ventitreesimo posto, sia che si consideri il lordo (cioè quanto pagano le aziende), sia che si consideri il netto (cioè quanto entra effettivamente in tasca al lavoratore). Nonostante il gran parlare, in Italia, di famiglia, la situazione è la stessa, forse peggiore, se si guarda ad una coppia con due figli e due stipendi. In Europa occidentale, solo i portoghesi stanno peggio. Dato che la classifica dell'Ocse, relativa al 2008, è calcolata in dollari, a parità di potere d'acquisto, i risultati raccontano non la cifra in euro, scritta sulla busta paga, ma quanto effettivamente ci si può comprare. Se ne ricava che anche greci e spagnoli sono più ricchi, in termini reali, dei lavoratori dipendenti italiani, con famiglia o no. Lo stipendio netto di un single italiano è i tre quarti della media dei 15 paesi della vecchia Ue. A parte i portoghesi, più poveri di noi sono solo i salariati dell'Est Europa, turchi e messicani. In Corea, la busta paga è fra il 50 e il 100 per cento più grassa, a seconda dei casi, della nostra.

 

Il "cuneo fiscale", cioè la differenza fra il costo di un lavoratore per l'azienda e quanto effettivamente incassa quel lavoratore, racconta, insomma, solo una parte della storia. Già gli stipendi lordi pagati dalle aziende, infatti, sono bassi. Un lavoratore dipendente single senza figli guadagna, mediamente, in Italia, l'equivalente, in termini di potere d'acquisto, di 30.245 dollari l'anno. Alle aziende, in Spagna, un lavoratore costa poco di più: 30.422 dollari. Un greco, parecchio di più, quasi 34 mila dollari. All'altro capo, il salario lordo di un single tedesco o inglese è oltre i 51 mila dollari. Sopra i 40 mila dollari ci sono americani, danesi, belgi e olandesi, mentre francesi e svedesi stanno intorno a 36-37 mila dollari. La situazione cambia poco, se si considerano i salariati con famiglia.

 (18 maggio 2009) - da Repubblica

 

3) Gli stipendi lordi degli italiani sono più bassi del 32,3% rispetto alla media europea.

 

Roma, 4 gen.2010 (Apcom) - Gli stipendi lordi degli italiani sono più bassi del 32,3% rispetto alla media europea. È il dato evidenziato oggi dal Corriere della sera in un servizio in cui il quotidiano ricorda che nell'ultima graduatoria dell'Ocse "i salari lordi italiani sono più bassi del 32,3% rispetto alla media europea a quindici. Naturalmente siamo ben sotto la media dei 30 paesi Ocse, con un 16% abbondante in meno". Secondo le ultime classifiche dell'Ocse - scrive il Corriere - gli stipendi netti degli italiani sono al ventesimo posto nella classifica dei trenta paesi più industrializzati. E se si considera lo stipendio al lord o delle ritenute fiscali e dei contributi, la nostra classifica migliora solo di una posizione". A parità di potere d'acquisto, lo stipendio di un lavoratore italiano single senza figli è pari a 30.245 dollari e nella graduatoria siamo davanti solo alla Repubblica ceca, l'Ungheria, il Messico, la Nuova Zelanza, il Portogallo, la Slovacchia e la Turchia.

 

 

 

4) SESTI NEL CUNEO FISCALE

 

 

 

 

 

5) 500 euro al mese trasferiti dai salari ai profitti

 

Sarà anche vero che la lotta di classe non c'è più. Ma non c'è più perché i padroni l'hanno vinta

La Bri (che raduna tutte le banche centrali) fornisce i dati su come la ricchezza si è spostata dal 1980: 500 euro al mese trasferiti dai salari ai profitti

di Stefano Bocconetti

(Liberazione 04/05/2008)

 

Hanno vinto. Stravinto. Più o meno l'hanno sempre saputo tutti: gli studiosi dell'economia, certo, ma anche i sindacalisti, i dirigenti dei partiti (tranne forse qualcuno nel piddì), le persone, le semplici persone. Solo che ora quel "successo" è quantificabile nel dettaglio. Dunque, in appena un quarto di secolo, il sistema delle imprese ha sottratto ai salari otto punti percentuali del P il, del prodotto interno lordo. Prima, prima degli ani '80, i profitti si prendevano il 23, 12 per cento del Pil. Ora si intascano quasi il 32 (31,3 per l'esattezza). Una redistribuzione gigantesca, uno spostamento di ricchezza nelle mani di chi già ne possedeva tanta che fa impressione se tradotta in cifre, in euro. Per capire: otto punti di Pil - con i "numeri" del Pil odierno - significherebbero 120 miliardi di euro. Tradotto: se fosse "cancellato" l'ultimo quarto di secolo, se i rapporti fra lavoro e imprese tornassero indietro nel tempo - diciamo a prima della sconfitta alla Fiat - oggi i diciassette milioni di stipendiati e salariati avrebbero settemila euro in più in busta paga. Ogni anno.
I dati, li ha forniti la Bri, la banca dei regolamenti i nternazionali, una delle più attendibili fonti di "monitoraggio" delle tendenze economiche. E li ha anticipati ieri, con un'analisi approfondita, la Repubblica.

 

6) CERTO NON DIPENDE DALL’ORARIO:

I lavoratori e le lavoratrici in Italia nel 2007 hanno lavorato in media 1.824 ore (10 in più del 2006) contro una media di 1.794 ore nell'Ocse

 

7) E DOPO L’ACCORDO SEPARATO SARÀ PEGGIO!

Nel nuovo indice IPCA scompare il riferimento all’inflazione reale

Speciale su Accordo separato del 22 gennaio 2009

Come verranno calcolati gli aumenti salariali in futuro? Non si utilizzerà più il meccanismo attuale: inflazione programmata e recupero sul differenziale con l’inflazione reale. Viene introdotto un nuovo indice sul modello europeo (IPCA) depurato però dall’inflazione “energetica” importata, cioè a dire benzina, gasolio, energia in genere. Che pagheranno unicamente i lavoratori.

Una delle principali motivazioni che hanno determinato il rifiuto della Cgil di firmare l'accordo quadro sul modello contrattuale è data dalla constatazione che questo sistema non è funzionale a garantire il potere d'acquisto dei lavoratori.

In primo luogo, il Contratto Collettivo Nazionale avrà durata triennale anziché biennale, per cui la negoziazione degli aumenti retributivi per il recupero dell'inflazione reale viene posticipata di un anno, con conseguente dilazione dell'adeguamento salariale.

La novità più rilevante riguarda, tuttavia, il meccanismo di calcolo dell'inflazione. Il tasso d'inflazione programmata, introdotto nel '93 a seguito dell'abolizione della Scala Mobile, viene, infatti, sostituito da un nuovo indice previsionale, l'IPCA (Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato su base europea), calcolato per il nostro Paese e depurato dell'inflazione data dai prodotti energetici importati.

Le implicazioni più rilevanti di questa novità non stanno tanto nella scelta del nuovo indice IPCA – che risponde allo scopo di armonizzare gli indicatori della dinamica dei prezzi dei vari Paesi membri in modo da poterli confrontare tra loro – che non si discosta in misura sostanziale dall'indice ISTAT, quanto piuttosto nella decisione di depurare tale indice dell'inflazione determinata dai beni energetici importati e, soprattutto, nella scelta di prendere in considerazione questo stesso indice, così alterato, al fine del recupero di eventuali scostamenti tra l'inflazione prevista e quella effettivamente osservata.

In questo modo, non solo la previsione dell'inflazione futura risulta profondamente viziata all'origine, ma, successivamente, anche la verifica dello scostamento dall'inflazione prevista non viene effettuata tenendo conto dell'inflazione reale.

I lavoratori dipendenti si troveranno, così, a pagare due volte l'aumento di gas, petrolio ed energia elettrica importati. Non solo, infatti, risentiranno di questi rincari direttamente, acquistando carburante o pagando le bollette, e indirettamente, in qualità di acquirenti dei beni di consumo, il cui prezzo di mercato è fortemente legato al costo dell'energia impiegata per produrli, ma non avranno neanche la possibilità di recuperare appi eno questa perdita di potere d'acquisto alla scadenza del triennio di validità contrattuale.

Scegliere di depurare l'indice dei prezzi al consumo dell'indice dei prezzi dell'energia importata significa operare una chiara scelta di campo: scaricare sui soli lavoratori dipendenti i costi derivanti dagli aumenti delle tariffe dell'energia importata. Mentre, come si è visto, i lavoratori finiranno per pagare due volte questi rincari, le aziende si rifaranno doppiamente dell'aumento del costo dell'energia importata, aumentando il costo dei beni prodotti in ragione del maggior costo di produzione sopportato e scaricando, quindi, nuovamente questo costo al momento dell'adeguamento dei salari della propria manodopera.

Basta osservare la dinamica dei prezzi del petrolio di questi ultimi anni per capire quale sia la portata di questa misura.

Uno studio della Cgil (pubblicato in questo stesso numero della nostra Newsletter) rileva che, simulando l'applicazione di questo modello ai contratti nazionali degli ultimi quattro anni, tra il 2004 e il 2008 i lavoratori dipendenti avrebbero perso mediamente 1.352 Euro in quattro anni, in termini di potere d'acquisto, a fronte di un guadagno netto delle imprese di 15-16 miliardi.

Una distribuzione più equa degli effetti negativi della dinamica dei prezzi dell'energia importata imporrebbe alle imprese e allo Stato di farsi carico della propria parte. Nella determinazione degli aumenti contrattuali, la misura degli scostamenti dall'inflazione prevista per il recupero del potere d'acquisto dei dipendenti dovrebbe tener conto del tasso d'inflazione reale, attraverso l'utilizzo dell'indice IPCA puro, mentre lo Stato potrebbe intervenire a sostegno delle aziende attraverso un meccanismo di defiscalizzazione della quota degli aumenti salariali legata al recupero dell'inflazione data dai beni energetici importati.

Come viene bene evidenziato nello studio, gli effetti di questa riforma sono ancora più dirompenti per il settore pubblico, in considerazione di una molteplicità di fattori (vedi scheda in questo stesso numero).

In primo luogo, il calcolo dell'ammontare delle risorse da destinare agli aumenti contrattuali, sempre sulla base dell'IPCA privato dell'inflazione dell'energia importata, viene demandato ai Ministeri competenti, seppur previa concertazione con le Organizzazioni sindacali, nel rispetto, però, dei vincoli stabiliti dalla finanziaria, per cui il mancato recupero del potere d'acquisto in questo settore rischia di risultare ancora più consistente, in presenza di finanziarie improntate ad un ferreo controllo della spesa pubblica.

Inoltre, se per il settore privato la determinazione del parametro retributivo al quale applicare il nuovo indice previsionale e sul quale successivamente intervenire per correggere gli eventuali scostamenti tra inflazione prevista e inflazione effettivamente osservata viene demandata alla contrattazione tra le Parti, settore per settore, per il pubblico impiego l'accordo stabilisce che ad essere ritoccati al rialzo saranno esclusivamente le voci base della retribuzione, cioè minimo tabellare ed indennità integrativa speciale.

Quanto agli eventuali scostamenti tra inflazione programmata ed inflazione reale, mentre nel settore privato il conseguente recupero del potere d'acquisto avverrebbe entro la vigenza di ciascun contratto nazionale, nel settore pubblico questo verrebbe posticipato nell'ambito del successivo triennio di vigenza contrattuale.

E', dunque, evidente come questo distorto meccanismo di calcolo dell'inflazione programmata e dell'inflazione osservata, la ridefinizione in senso restrittivo della base retributiva presa a riferimento per il calcolo dell'aliquota degli aumenti contrattuali e questo complesso sistema di vincoli di bilancio determineranno una ancor più netta penalizzazione dei dipendenti del settore pubblico, che vedranno il proprio pote re d'acquisto drammaticamente impoverito nei prossimi anni.

(04-02-2009 www.servizi.cgil.milano.it)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A PAROLE LA PRESA DI POSIZIONE DELLA CGIL E’ NETTA; MA DAL DIRE AL FARE, C’E’ DI MEZZO….UN

 

8) DISASTRO CHIMICO

di Giorgio Cremaschi.

L’accordo firmato anche dalla Cgil per le categorie del settore chimico non è semplicemente un brutto contratto, è un altro sistema contrattuale. Quello definito dall’accordo separato del 22 gennaio. Basta leggere la premessa sottoscritta dalle parti per capire che siamo entrati in un’altra dimensione delle relazioni sindacali, rispetto a quella che conosciamo. Il contratto nazionale, si scrive, serve per la produttività, la competitività e l’occupazione, nell’ordine. Non è più un istituto che tutela il salario e regola la condizione di lavoro, ma uno strumento di pace sociale governata dai contraenti. Negli anni passati la Confindustria e la Cisl hanno più volte sostenuto che il contratto nazionale doveva cambiare natura. Da carta di diritti esigibili dai lavoratori, doveva diventare una sorta di cornice politica nella quale  governare flessibilità e competitività. Questa è la nuova ideologia contrattual e, quella che il ministro Sacconi ha definito come “complicità tra sindacati e imprese”. Essa trova sanzione nel nuovo testo. Tutti i punti normativi e salariali si sviluppano di conseguenza. (...)

Naturalmente si accettano la decorrenza triennale e le nuove regole di raffreddamento dei conflitti, che portano da 4 a 7 mesi la durata del divieto di sciopero. Questo è stato accettato anche da altri nella Cgil, ma qui si va oltre. Qui per ottenere qualche euro in più, rispetto all’Ipca, si cancella un istituto storico dei lavoratori: gli scatti d’anzianità. Non è mai avvenuto che una categoria, dalla sera alla mattina, sopprimesse una voce nella busta paga dei lavoratori senza rimpiazzarla con nulla, se non con la partecipazione. Qui si sopprime un istituto salariale fisso, che tutti i lavoratori possono esigere e si programmano per il futuro paghe più basse per tutti, in particolare per i nuovi assunti. Questo in cambio di nulla o, il che è ancora peggio, di un’ulteriore flessibilità del salario aziendale che, con il nuovo accordo, diventa totalmente variabile. Si conferma un trattamento peggiorativo rispetto alla legge per i lavoratori precari. Infatti i contratti a termine potranno durare da 48 a 54 mesi, ignorando il limite di 36 posto dal governo Prodi. Si conferma la possibilità della deroga a livello aziendale rispetto alle parti normative del contratto nazionale. C’è da dire che i sindacati dei chimici  su questo punto avevano già fatto danni, sottoscrivendo il principio della deroga ancora prima che Cisl e Uil lo definissero nell’accordo separato di gennaio.

Inoltre ci si impegna a istituire una procedura di conciliazione e arbitrato nella contrattazione collettiva aziendale. L’arbitrato sulla contrattazione collettiva è sempre stato considerato dalla Cgil assolut amente inaccertabile. Bruno Trentin più volte lo definì uno strumento autoritario di limitazione delle libertà sindacali garantite dalla Costituzione.
Infine, ma non in ultimo, si annunciano gli enti bilaterali per integrare il reddito dei lavoratori, questa volta, a differenza che nel contratto separato dei metalmeccanici, a livello aziendale e non nazionale.

Cosa resta dopo questa firma, approvata da Guglielmo Epifani, del no della Cgil agli accordi separati di gennaio e aprile sul sistema contrattuale? Francamente solo qualche misera foglia di fico, che viene comunque pagata pesantemente nel salario e nei diritti dei lavoratori.
Giustamente la mozione “La Cgil che vogliamo” ha rimarcato che un accordo di questo genere chiarisce di che cosa si discute davvero nel congresso della confederazione. Se entrare, con qualche emendamento salva faccia, nel sistema contrattuale della complicità, oppure se lottare per rovesciarlo. E’ chiaro che questo accordo interpreta e chiarisce le posizioni della maggioranza della Cgil più di tanti documenti e dichiarazioni. Ma questo è solo un aspetto della realtà. Questo accordo apre la via al mutamento di natura dell’organizzazione sindacale. Un cambiamento che è incompatibile con la natura e la storia della Cgil. Su questo giudizio di fondo si pensava di essere tutti d’accordo, invece scopriamo che una parte del gruppo dirigente della Cgil accetta la sostanza del modello sindacale della Cisl. E lo fa nella maniera più brutale, non dopo una discussione diffusa e sofferta, ma con il fatto compiuto dell’accordo firmato con le controparti. Più che una diversità congressuale questo accordo mette sul campo un contrasto profondo tra la situazione dei metalmeccanici, dei pubblici, della scuola e quella dei chimici. Il gruppo dirigente della Cgil ha scelto la linea dell’accordo unitario a tutti i costi, puntando alla disarticolazione dei comportament i delle controparti. Il risultato è la disarticolazione della Cgil e del contratto nazionale.
Il congresso è solo il primo degli appuntamenti che abbiamo per far fronte a questo disastro.

[articolo pubblicato su "Liberazione" del 23.12.09]

 

 

9) ….E LA MARCEGAGLIA GONGOLA

Dichiarazione di Emma  Marcegaglia, presidente della Confindustria, sul Corriere della sera del 24 dicembre 2009. "Quella degli assetti contrattuali e' stata l'unica vera riforma istituzionale italiana di quest'anno: ha segnato la fine del conflitto  ideologico tra capitale e lavoro. La "questione Cgil" me la sono posta, certo, ma ho firmato pensando che modernizzare le relazioni sindacali fosse essenziale e che il pragmatismo delle parti sociali avrebbe portato all'equilibrio. Cosi' e' stato. Quello che era sembrato un momento di divisione e' poi stato superato: non e' un caso che, metalmeccanici a parte, su tutti i contratti poi l 'unita' sia stata ritrovata firmando accordi innovativi prima della scadenza e senza conflitti. Lo considero un successo."

 

 

 

 

 

 

 

C) LE CAUSE DEL DISASTRO

 

MA IL DISASTRO TESTIMONIATO DALLA DOCUMENTAZIONE PRECEDENTE, SI È VERIFICATO PRIMA DEGLI ULTERIORI DANNI CHE SARANNO PROVOCATI DALL’ACCORDO SEPARATO ……E ALLORA?!?

 

I DUE ACCORDI DEL ’92 E DEL ’93 HANNO POSTO LE BASI DELLA CONTINUA DISCESA DEI SALARI REALI. NATURALMENTE NON NE SONO LE UNICHE CAUSE.

 

- UN’ALTRA é il dilagare crescente della FLESSIBILITÀ/PRECARIETÀ.

- ALTRE sono le politiche di PRIVATIZZAZIONE della produzione di beni e servizi, che non cessano, nonostante i fallimentari esiti conseguiti, e quelle di ESTERNALIZZAZIONE.

- ALTRE LA MANCATA RESTITUZIONE, da tempo immemorabile, del FISCAL-DRAG, LE POLITICHE FISCALI DI CONTINUI TAGLI ALLE IMPOSTE E AI CONTRIBUTI PER LE IMPRESE E DI PRIVILEGIO PER LA TASSAZIONE DELLE RENDITE E L’AUMENTO DELLE IMPOSTE SUI CONSUMI a partire dal 1995.

- IL TUTTO, mentre L’ALIQUOTA MINIMA DELL’IRPEF SALIVA DAL 18 AL 23%, per decisione di Berlusconi, nel 2002, confermata da Prodi, nel 2007, nel silenzio sindacale, senza che l’aumento delle detrazioni ne equilibrassero l’aggravio fiscale.

 

INTRODURRE UNA NUOVA SCALA MOBILE,

RAPPRESENTA SOLO

UNA DELLE CONDIZIONI NECESSARIE PER LA CRESCITA DEI SALARI REALI.

La politica concertativa è stata perdente a tuttotondo. La “moderazione salariale” non ha condotto solo al disastro dei salari, ma, ben lungi dall’ottenere “contropartite”, ha prodotto una sconfitta globale delle lavoratrici, dei lavoratori, dei giovani e dei pensionati.

Ciò è dimostrato, da un lato, dalla vera e propria falcidie che si è abbattuta sui loro diritti. In termini di aumento progressivo della flessibilità/precarietà, ricordiamo il cd. “patto per il lavoro”, varato dai sindacati confederali nel 1996, che ha aperto la strada al “pacchetto Treu” e all’introduzione del lavoro interinale,  e il protocollo sul welfare del 2007, che ha sostanzialmente confermato la legge 30. Dall’altro lato, non si può non ricordare che, in termini di SALARIO GLOBALE, oltre al salario diretto ( quello in busta paga), si sono ridotti anche il salario differito (lo vedremo trattando delle pensioni) e il salario sociale (inteso, qui, solo come l’insieme dei servizi di cui si può godere gratuitamente) cui dedichiamo i seguenti dati riassuntivi .

SIGNIFICATIVO CENNO ALLA SPESA SOCIALE

·      La spesa sanitaria è pari al 6,8% del Pil, contro una media europea (l'Europa a 15) del 7,7% del prodotto lordo. Per non dire della spesa per la famiglia (1,1% del Pil, contro una media del 2,2%) e di quella per la disoccupazione (0,5% del Pil, contro l'1,7%). Complessivamente la nostra spesa per gli ammortizzatori sociali è pari a un terzo di quella europea. Anche per quanto riguarda l'istruzione siamo sotto la media europea, con un investimento di risorse pari al 4,5% del prodotto interno lordo. (fonte: «Rapporto sullo stato sociale 2 008»). La spesa per l’istruzione, rispetto al PIL, in Italia è inferiore dell’ 1% anche rispetto ai paesi  dell’ OCSE ( questo divario equivale ad un taglio strutturale di 15 mld. di € l’anno!)

Il tutto è sintetizzato dal tasso di disuguaglianza particolarmente elevato in Italia: secondo l’OCSE, infatti, il divario ricchi-poveri, in Italia è altissimo e

 

DAL 1985 AD OGGI

LA DISEGUAGLIANZA È CRESCIUTA DEL 33%,

CONTRO UNA MEDIA OCSE DEL 12%.

 

DISUGUAGLIANZE DA MEDIOEVO

Nel 2008 la ricchezza netta delle famiglie italiane, cioè la somma di attività reali (abitazioni, terreni) e attività finanziarie (depositi, titoli, azioni), al netto delle passività finanziarie (mutui, prestiti personali), risultava pari a circa 8.284 miliardi di euro, in flessione rispetto agli 8.444 mld del 2007. È quanto emerge dal Supplemento al Bollettino Statistico di Bankitalia sulla ricchezza delle famiglie italiane nel 2008 che spiega che, a prezzi costanti, la riduzione della ricchezza complessiva, rispetto al 2007, e' risultata pari al 5% (circa 433 miliardi del 2008).

La distribuzione della ricchezza è caratterizzata da un elevato grado di concentrazione: molte famiglie detengono livelli modesti o nulli di ricchezza, mentre, all'opposto, poche dispongono di una ricchezza elevata o elevatissima. Le informazioni sulla distribuzione della ricchezza - desunte dall'indagine campionaria della Banca d'Italia sui bilanci delle famiglie italiane - indicano che nel 2008:

-      la metà più povera delle famiglie italiane deteneva il 10% della ricchezza totale,

-      m entre il 10% più ricco deteneva il 44% della ricchezza complessiva.

[Fonte: MF Dow Jones (Italian), 16/12/2009]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

II) LE PENSIONI NELL’OCCHIO DEL CICLONE

 

A) DIZIONARIETTO SULLE PENSIONI

 

1) CAPITALIZZAZIONE E RIPARTIZIONE

 

A seconda del metodo seguito per coprire la spesa previdenziale, si distinguono il metodo della capitalizzazione e quello della ripartizione.

Il metodo della capitalizzazione prevede che le pensioni siano finanziate sulla base delle riserve costituite con premi assicurativi o contributi versati durante l’arco della vita lavorativa da ciascun lavoratore assicurato. Comporta il pericolo che l’inflazione eroda il valore reale della riserva, pur investita in titoli di varia natura, al di là di qualsiasi previsione di rivalutazione. Ancora di più, come confermano recenti esempi ( ed in misura crescente col crescere della finanziarizzazione dell’economia mondiale e il riprodursi sistematico di “bolle speculative”), c’è il rischio concreto del fallimento dei fondi pensione che gestiscono i versamenti dei lavoratori. Il rischio e l’assoluta imprevedibilità del risultato finale sono massimi per i nuovi assunti: chi può dire cosa accadrà sui mercati finanziari nei 40 anni successivi alla prima assunzione? Non esiste nessuna protezione (fondi chiusi o altro) che possa garantire la salvaguardia dei versamenti ai fondi pensione da eventuali pesanti perdite o, addirittura, dall’annientamento del capitale versato. Affermarlo e sostenere, per di più, che la rendita dei fondi sarebbe maggiore di quelle garantita dal TFR è una contraddizione in termini. Sui mercati finanziari, per guadagnare occorre rischiare: se si rischia di più si può guadagnare di più, ma si può anche perdere tutto. Se si rischia troppo poco non si guadagna abbastanza per avere una rivalutazione adeguata. Chi dice il contrario, e racconta che i fondi pensione sono lanciati per garantire un migliore futuro pensionistico alle giovani generazioni, mente spudoratamente! Chi poi aggiunge che le pensioni private sono rese necessarie dai bassi rendimenti di quelle pubbliche, aggiunge al danno anche le beffe: le pensioni si sono immiserite a seguito della “riforma” Dini, voluta da governo, Confindustria e sindacati!

Riguardo agli effetti sulla previdenza dell’instabilità dei mercati finanziari, il Prof. Pizzuti, nella sua relazione al Convegno sulla Previdenza pubblica, tenutosi a Roma il 18/01/08 e organizzato dal PRC, riferisce che:

“Una simulazione (di G. Burtless) sulle prestazioni pensionistiche basate sui rendimenti de lla Borsa USA (la più dinamica) nel periodo 1911-1999 mostra che, a parità di età e storia contributiva di una identica figura di lavoratore-pensionato, la variabilità del tasso di sostituzione rispetto all’ultima retribuzione è oscillata vistosamente tra il 18% e il 100% solo a causa del diverso momento del pensionamento; un momento che è vincolato dall’età e non può essere scelto in base alla convenienza speculativa suggerita dal mercato.

Si aggiunga che, a differenza dei sistemi pubblici a ripartizione, le prestazioni dei fondi privati non riparano dall’inflazione; a tale proposito la stesso studio fa notare che ad un lavoratore andato in pensione nel 1966, l’inflazione avrebbe tagliato in 18 anni il 70% dell’iniziale potere d’acquisto, mentre andando in pensione nel 1921, dopo 13 anni, il potere d’acquisto sarebbe aumentato del 37%. Siamo dunque alla roulette, ben lontani dal concetto di “previdenza” e di “sicurezza “ sociale.”

Il metodo della ripartizione prevede il finanziamento delle pensioni pagate in un certo periodo mediante le entrate ( contributi sociali o, anche, imposte ) realizzate durante lo stesso periodo. Garantisce un valore certo della pensione e genera un vincolo di solidarietà intergenerazionale. E’ stato introdotto progressivamente nel secondo dopoguerra, a seguito del fallimento del metodo della capitalizzazione, che non si era dimostrato capace di garantire nel tempo il valore reale delle riserve versate, a fronte dell’aumento del livello dei prezzi.

 

Le pensioni private, integrative o individuali che siano, sono necessariamente a capitalizzazione e ne presentano tutti i rischi.  

Le pensioni pubbliche, in Italia, si basano ancora sul metodo a ripartizione, anche se il calcolo del loro importo,dopo la Dini, è fatto col sistema contributivo.

 

 

2) RETRIBUTIVO, CONTRIBUTIVO E TASSO DI SOSTITUZIONE

 

Il calcolo delle pensioni può essere fatto col sistema retributivo o con quello contributivo.

Il sistema retributivo in vigore dalla riforma delle pensioni del 1969, pur peggiorato dalla “riforma” Amato, prevedeva che il calcolo delle pensioni si basasse sul salario medio percepito dal lavoratore negli ultimi anni di lavoro ( per l’INPS era pari all’80% di quella media). Legava, quindi, il valore della pensione a quello del salario, determinandone un adeguamento automatico alla dinamica salariale. Inoltre, se nei primi anni di lavoro, come sempre più spesso accade, il salario ( e quindi i contributi versati ) era stato basso, questo non incideva sull’entità della pensione.

Il sistema contributivo, introdotto dalla “riforma” Dini per i lavoratori che nel 1995 non avevano raggiunto i 18 anni di anzianità oltre che per quelli assunti dal 1996, prevede che l’entità della pensione sia determinata in base ai contributi versati da ciascun lavoratore durante l’intero arco della vita lavorativa.

Il tasso di sostituzione è il rapporto tra la pensione maturata e l’ultima retribuzione: se l’ultimo salario era 100 e la pensione è 60, il tasso di sostituzione è pari al 60%.

Sempre dalla relazione di Pizzuti:

“La Commissione governativa incaricata di valutare gli effetti delle riforme degli anni ’90 ha accertato che per il decennio 1996-2005, i miglioramenti del bilancio pubblic o sono stati di quasi undici miliardi di euro superiori alle previsioni iniziali del legislatore (che erano di circa 74 miliardi di euro).

Tutti questi miglioramenti finanziari hanno avuto naturalmente degli effetti (anch’essi superiori alle attese) sul grado di copertura del sistema pensionistico.

Nel sistema retributivo nel settore privato, per calcolare la pensione bastava moltiplicare per 2 gli anni di contribuzione: cioè, con 35 anni di anzianità si acquisiva una pensione pari al 70% dell’ultima retribuzione e con 40 anni si arrivava al massimo dell’80%. Nel settore pubblico i trattamenti erano mediamente migliori di circa una decina di punti.

Con il passaggio al contributivo, il metodo di calcolo è diventato più complicato; ciò ha reso difficile il confronto della copertura tra prima e dopo, ma proprio per questo ha favorito l’accettazione sociale e politica di tagli molto consistenti.

Nel nuovo sistema a regime, un lavoratore dipendente (pubblic o o privato è indifferente) che va in pensione a 60 anni con 35 annualità contributive maturerà una pensione pari a circa il 48%, cioè circa 20-30 punti in meno.

Un lavoratore parasubordinato, se riuscirà ad acquisire 35 anni di contributi, avrà una pensione pari al 32%; aumenterà di circa sei punti quando andrà a regime l’incremento dell’aliquota contributiva deciso nell’ultima legge finanziaria.

Poiché nel 1992 è anche stato abolito l’ ;aggancio delle pensioni all’andamento reale delle retribuzioni, i pensionati vedranno i loro redditi sempre più ridursi rispetto a quelli dei lavoratori: quel 48% rispetto all’ultima retribuzione maturato a 60 anni dal lavoratore dipendente, dopo dieci anni di pensionamento (immaginando una crescita media annua del Pil dell’1,5% e una dinamica salariale del 2%) si ridurrà al 40% della retribuzione di chi continua a lavorare e scenderà fino al 33% dopo 20 anni dal ritiro dal lavoro; per i lavoratori parasubordinati l’impoverimento relativo seguirà una traiettoria corrispondentemente più bassa.

Sulla base di questi dati di fatto è oramai chiaro (o dovrebbe esserlo) che il vero problema posto dal nostro sistema pensionistico non è la sua sostenibilità finanziaria ma la sua sostenibilità sociale e gli effetti economici che ne discendono.”

 

 

3) MONTANTE INDIVIDUALE, COEFFICIENTE DI TRASFORMAZIONE, ETA’ PENSIONABILE E DIMINUZIONE DELLE PENSIONI

 

Al termine della vita lavorativa, i contributi versati vengono sommati per dare luogo alla base contributiva complessiva - il montante individuale - sulla quale si calcola la pensione. I contributi vengono rivalutati ogni anno in base al prodotto interno lordo (PIL) per consentire al lavoratore di recuperare in parte la diminuzione del potere di acquisto della moneta. Il montante viene moltiplicato per il coefficiente di trasformazione stabilito dalla legge in base all'età del lavoratore, ottenendo così la misura della pensione lorda annua.

 

Coefficienti di trasformazione (da 57 a 61 anni)

Età

57

58

59

60

61

Coefficiente

4,720%

4,860%

5,006%

5,163%

5,334%

 

Coefficienti di trasformazione (da 62 a 65 anni)

Età

62

63

64

65

Coefficiente

5,334%

5,706%

5,911%

6,136%

 

Dunque, la “riforma” Dini penalizzava già abbondantemente chi si pensiona prima dei 65 anni, a parità del montante individuale.

Montante 100.000: 1) a 57 anni = pensione lorda annua 4.720; 2) a 65 = 6.136. La pensione, per chi la chiede (avendone diritto) a 57 anni, è ridotta de l 23%!

Ma non basta! La Dini prevedeva, ogni 10 anni, verifiche che valutino la nuova “speranza di vita”, al cui aumentare verrà ridotto il coefficiente di trasformazione e, quindi, il livello della pensione.

 

INFATTI, COL PROTOCOLLO SUL WELFARE del 2007, È STATA DECISA

UNA DIMINUZIONE DELLE PENSIONI.

 

Dal 2010 diminuiranno fra il 6,38 e l’8,41% i coefficienti di tr asformazione, e quindi diminuirà l’importo delle pensioni future. Un esempio: con le regole vigenti fino al 31/12/09 un futuro pensionato, col sistema contributivo, a 60 anni con 35 di contributi avrebbe avuto un tasso di sostituzione del 48% (ultimo salario 1.000 = pensione 480). Per i 60 anni la riduzione del coefficiente sarà del 7%, quindi il nuovo tasso di sostituzione sarà del 45% (pensione = 450).

Inoltre i  coefficienti verranno rivisti al ribasso ogni 3 anni, invece che ogni 10 come ora, e fissati con decreto dal ministro del Lavoro “di concerto” col ministro dell’Economia!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I NUOVI COEFFICIENTI DI TRASFORMAZIONE

 

Età

Valori coefficienti

 

   2010

  1995

57 anni        4,42%        (-6.38%)    4,72%

58 anni        4,54%        (-6.63%)    4,86%

59 anni        4,66%        (-6.83%)    5,01%

60 anni        4,80%        (-7.07%)    5,16%

61 anni        4,94%        (-7.39%)    5,33%

62 anni        5,09%        (-7.64%)    5,51%

63 anni        5,26%        (-7.87%)    5,71%

64 anni        5,43%        (-8.10%)    5,91%

65 anni        5,62%        (-8.41%)    6,14%

 

 

B) ANCHE LA CGIL DENUNCIA, MA NON FA AMMENDA!

 

Fonte: Adnkronos/Ign Roma, 13 dic. 2009:  “La Cgil calcola che con l'applicazione automatica dei nuovi coefficienti di calcolo del montante contributivo si perderà, dal 1 gennaio 2010, circa il 3-4% della pensione rispetto a chi va in pensione oggi con il sistema misto, contributivo-retributivo. E la perdita secca sarà ancora più consistente rispetto a coloro che vanno in pensione con il sistema retributivo.

Per la Cgil, occorre ripristinare l'età pensionabile; modificare già dal 2010 i criteri di calcolo dei coefficienti di trasformazione applicando il pro-quota e non, come previsto dalla legge, retroattivamente su tutti i contributi; e garantire un tasso di sostituzione delle future pensioni non inferiore al 60% dell'ultima retribuzione, anche attraverso il ricorso alla fiscalità generale…. A subire i contraccolpi più forti saranno i lavoratori che andranno in pensione con il solo sistema contributivo (chi ha cominciato a lavorare dopo il primo gennaio 1996). Un esempio per tutti:..una lavoratrice nata il 20 giugno del 1949 con 30 anni di contribuzione, …. con l'applicazione dei nuovi coefficienti… perde 55 euro al mese di pensione pari a 715 euro l'anno nel sistema misto  ne perde 106, ovvero 1.378 l'anno, nel sistema contributivo", spiega il sindacato.”

 

Sorge spontanea una domanda: ….ma chi ha approvato i nuovi coefficienti?

 

Tra gli altri, anche la CGIL, con la firma del Protocollo sul Welfare” del 2007! Lo stesso Protocollo che doveva ad ogni costo stravincere al cd referendum. Anche a costo dei noti brogli messi in campo, a conclusione di una forsennata campagna manipolatoria di massa. E tra le tante menzogne di quella campagna, venne inserita anche quella che sosteneva che il Protocollo garantiva un tasso di sostituzione delle future pensioni non inferiore al 60% dell'ultima retribuzione, che oggi viene nuovamente chiesta (…forse per maggior sicurezza!).

Su ciò non pare esserci alcun “ravvedimento”, né una “riabilitazione” di chi nella CGIL invitò a votare NO e fu, per questa ragione, demonizzato!

Eppure, se ci si accorge di avere sbagliato e di avere indotto le lavoratrici e i lavoratori a sbagliare fornendo loro informazioni “inesatte”, sarebbe buona cosa riconoscerlo.

 

 

 

C) PER COMBATTERE LE FALSITÀ SULLE PENSIONI

 

1) IL VERO BILANCIO DELL’INPS

 

L’attuale sistema previdenziale, basato su una pensione pubblica calcolata su base contributiva e una pensione privata a capitalizzazione, a regime, produrrà pensioni pubbliche assolutamente inadeguate e pensioni private addirittura incerte. Tutto ciò, mentre le pensioni in essere si svalutano rapidamente, a causa dell’abolizione dell’aggancio alla dinamica salariale, decisa nel 1992.

À una prospettiva inaccettabile e che la CGIL s i deve proporre di rovesciare!

 

Per giustificare la devastazione del sistema previdenziale conquistato con le lotte e introdotto dalla riforma del 1969, padronato e governi hanno fatto largo ricorso alla falsificazione dei bilanci dell’INPS e quest’opera perdura tuttora.

 

I dati relativi al 2007 (gli ultimi riportati, a pag. 252, nel “Rapporto sullo Stato Sociale 2010” redatto dal Dipartimento di Economia Pubblica dell’Università di Roma “Sapienza”, stampato nel novembre 2009) lo dimostrano con chiarezza.

Il saldo tra entrate e spese IVS (invalidità, vecchiaia e superstiti) appare negativo per 49.559 milioni di euro.

Ma tra le spese sono compresi 32.150 mln. di spese assistenziali, quindi il presunto deficit previdenziale scende a 17.409 mln..

Inoltre, l’importo della spesa è al lordo delle trattenute IRE, le quali rimangono nelle casse dello Stato sotto forma di tassazione (infatti, ad esempio, in Germania, con maggiore onestà intellettuale, vengono computate al netto dell’imposta).

Le trattenute IRE sulle pensioni erogate sono pari a quasi 30.689 mln.

QUINDI IL SALDO RELATIVO ALLA DIFFERENZA TRA LE ENTRATE CONTRIBUTIVE E LE SPESE PREVIDENZIALI È, in realtà, ATTIVO PER QUASI 13.280 MLN..

Quindi, più di 13 miliardi di € di contributi versati dai lavoratori vanno ad aggiungersi alla fiscalità generale. Tutti i contributi, anche quelli nominalmente versati dalle imprese, fanno parte del reddito da lavoro dipendente, persino per le statistiche dell’ISTAT.

I lavoratori, non solo sono gli unici a non poter evadere le imposte, ma, per sovrappiù, accrescono il Bilancio dello Stato anche con contributi previdenziali che dovrebbero essere destinati alle loro pensioni!

 

TRA IL 1998 E IL 2007 IL VERO BILANCIO DELL’INPS  È SEMPRE STATO IN ATTIVO ED HA CONTRIBUITO AL BILANCIO DELLO STATO PER UN TOTALE DI 78.210 MLN. DI € (rivalutando i risultati annuali al 2008).

 

 

2) CI SONO LE RISORSE PER FINANZIARE PENSIONI DECOROSE

 

A queste risorse, che sono così palesemente sottratte alle pensioni, va aggiunta la montagna di contributi previdenziali evasi annualmente (che si sommano all’unico vero primato economico italiano: l’evasione fiscale) e che, invece, dovrebbero finanziare pensioni dignitose.

Di più! Anziché permettere che più di 78 miliardi di contributi dei lavoratori siano usati in modo improprio dallo Stato (magari per “aiutare”i padroni che li sfruttano, aggiungendo la beffa al danno o, addirittura, per finanziare la dilagante spesa militare), < B>ci si dovrebbe porre l’obiettivo di far contribuire anche i profitti al finanziamento del sistema previdenziale pubblico. Dal 1993 gli aumenti della produttività, frutto anche del Lavoro, vanno interamente ai profitti, a seguito della cd. “politica dei redditi”. Perché le imprese, che certo non li hanno usati per aumentare gli investimenti produttivi, non dovrebbero restituirne una parte per finanziare il sistema previdenziale? O restituirli al salario, con contemporaneo aumento dei contributi previdenziali versati.

In senso contrario non vale la solita litania su cuneo fiscale. Nel 2008, per un lavoratore del settore manifatturiero single, in Italia il cuneo fiscale (onere contributivo e fiscale) è pari al 46% del “costo” del lavoro: è lievemente superiore al valore medio dei paesi UE aderenti OCSE (43%), ma inferiore a quello di Germania, Francia e Belgio.

 

E siamo giunti al problema centrale, sempre sottaciuto, del finanziamento di un dignitoso sistema previdenziale pubblico: quello della politica economica! Le politiche neoliberiste, imperniate sulle ricette della politica economica dal lato dell’offerta, si basano sulla centralità della crescita de l profitto. Essa è perseguita con: 1) l’abbattimento delle imposte e dei contributi sulle imprese; 2) l’aumento della “flessibilità” dei diritti dei lavoratori, dell’orario e dell’organizzazione del lavoro; 3) la privatizzazione di tutte le attività redditizie. Queste politiche hanno determinato salari bassi senza alcun giovamento per l’occupazione, mentre la crescita delle entrate previdenziali è legata ad un maggiore tasso di occupazione ed a salari più alti! Anche per questo obiettivo occorre una svolta, basata su politiche economiche espansive!

 

 

3) OBIEZIONI E PREVISIONI FASULLE

 

Per non parlare delle fosche previsioni dei profeti di sventura a senso unico: quelli che da decenni prevedono con trent’anni d’anticipo il tracollo del sistema pensionistico, ma non hanno previsto neppure il giorno prima la più grave crisi economica e finanziaria dal 1929! Vediamo le obiezioni più gettonate

a) L’aumento della “speranza di vita”. Da anni si sente ripetere ossessivamente che è in atto un processo irreversibile (!?) c he, a seguito dell’invecchiamento della popolazione determinato dall’aumentata “speranza di vita”, comporta una diminuzione dei lavoratori attivi rispetto a quelli a riposo. Ciò dimostrerebbe sia la necessità di elevare l’età pensionabile che l’impossibilità di mantenere a livelli dignitosi le pensioni pubbliche.

E’ bizzarro che si parli del numero dei lavoratori attivi e non della ricchezza che ciascun lavoratore produce, elemento dinamico e che cresce evidentemente al crescere della produttività del lavoro. Infatti le risorse da destinare al finanziamento del sistema previdenziale non vengono calcolate in rapporto al numero degli occupati, ma in rapporto al PIL. E’ evidente che si tratta di un argomento usato per colpire l’”immaginario collettivo”. Si punta l’indice accusatore verso gli scrocconi pronunciando anatemi del tipo: “…ogni lavoratore dovrà mantenere (sic!) un pensionato!”. Come se fosse irrilevante se ogni lavoratore produce 100 o 1000! Per fare un esempio concreto: alla fine degli anni ’70 un lavoratore Fiat produceva 19 auto all’anno, alla fine degli anni ’90 ne produceva 60. L’enorme aumento di produttività (fagocitato dal Capitale, visto che non risulta che i salari reali alla Fiat siano triplicati in quegli anni!) influisce o no sul numero dei pensionati che ciascun lavoratore può “mantenere”?

b) La rapina ai danni delle “generazioni future”. Tutti si dicono preoccupati per il diritto dei giovani ad una serena vecchiaia, insidiato dall’ingordigia degli adulti che vogliono scialacquarsi anticipatamente le loro pensioni, e  rappresentano scenari popolati di pingui salvadanai minacciati da anziani armati di martello ed intenzionati ad appropriarsi dei sudati risparmi! Si sostiene che se oggi non si riducono le pensioni, domani non ci saranno i soldi per pagare quelle che spetterebbero alle “giovani generazioni”. Si utilizza l’immagine del sistema contributivo per far credere che ciascun lavoratore accantoni via via i contributi coi quali poi si potrà pagare la pensione. Se non si abbassano le pensioni, si fa intendere, dato che le risorse non sono sufficienti (e lo saranno sempre meno!), si dovrà ricorrere ad un prelievo forzato ai danni dei contributi versati dai giovani, i quali, a causa di ciò, al momento del loro pensionamento, avranno pension i da fame.

Tutto falso!

Il sistema contributivo è solo la modalità, introdotta dalla Dini, per calcolare le pensioni e comporta, come conseguenza, una loro penalizzazione. Il metodo di finanziamento delle pensioni è restato quello a ripartizione, quindi esse vengono pagate coi contributi versati dai lavoratori in attività, così come le pensioni degli attuali giovani saranno finanziate coi contributi che verranno pagati dai lavoratori  in attività tra 30 o 40 anni. Non si effettua nessun “prelievo” ai danni di nessun “risparmio” destinato a garantire la futura pensione, per il semplice fatto che non esiste.

c) La credibilità delle previsioni si rivela veramente scarsa, quando possono essere confrontate con la realtà:

1)Nel 1996, gli estensori della Dini effettuarono i loro calcoli basandosi (tra gli altri dati) su una previsione di forza lavoro per il 2005 pari a 37.918.032 unità, mentre al 31/12/2005 essa risultò pari a 38.860.323 = 942.291 unità in più! E ’ influente o no che ci sia circa 1 milione di potenziali lavoratori attivi in più, rispetto alla sostenibilità del sistema previdenziale? Il problema da porsi, semmai, sarebbe sul perché molti lavoratori/trici restino solo potenzialmente occupati/e!

2)Abbiamo già visto a pag. 14 che la Commissione governativa incaricata di valutare gli effetti delle riforme degli anni ’90 ha accertato che per il decennio 1996-2005, i miglioramenti del bilancio pubblico sono stati di quasi undici miliardi di euro superiori alle previsioni iniziali del legislatore (che erano di circa 74 miliardi di euro).

Sintesi: la Dini calcolò gli attuali coefficienti di trasformazione anche sulla base di scenari più foschi rispetto al numero dei lavoratori in attività e supponendo che sarebbe stato sufficiente tagliare 74 mld.. Si è appurato che ci sono sul mercato più lavoratori potenziali e che si sono tagliati 11 mld. in più.

Come mai si sono peggiorati i coefficienti di trasformazione prendendo in esame solo l’aumento della “speranza di vita”? Non ci sarebbero stati i presupposti, persino, per migliorarli? O, quantomeno, per mantenerli invariati?

 

 

1) IL VERO RISCHIO DI UNO STRAPPO GENERAZIONALE …E, ALMENO, TENERSI IL TFR!

 

I dati e i ragionamenti sviluppati finora dimostrano che la direzione intrapresa  negli anni ’90 in materia pensionistica non era senza alternative. Non era obbligatorio, dunque, condannare i giovani ad un sistema previdenziale insufficiente e precario!

 

Anche alla luce del fatto che in Italia la spesa sociale pro capite  è di 6.242,6 €, a fronte di una media di  7.422,5  nei paesi della UE a 15 (dati 2006 tratti dal Rapporto sullo Stato sociale 2010).

E, invece, si è messo in atto un sistema previdenziale che, a regime, produrrà pensioni pubbliche di entità sensibilmente inferiore al 50% dell’ultima retribuzione. E le pensioni “integrative” sono affidate al sistema di finanziamento della capitalizzazione (l’unico possibile per le pensioni private) che pareva definitivamente accantonato dopo i disastrosi effetti prodotti nell’immediato dopoguerra. Un sistema che poggia sugli andamenti dei mercati finanziari internazionali! Il rischio e l’assoluta imprevedibilità del risultato finale sono massimi per i nuovi assunti: chi può dire cosa accadrà sui mercati finanziari nei 40 anni successivi alla prima assunzione? (Si vedano i dati sul “sistema della roulette” a pag. 13). E neppure i fondi negoziali possono garantire la salvaguardia dei versamenti ai fondi pensione da eventuali pesanti perdite. Si può garantire la più oculata scelta degli investimenti finanziari, ma non la loro sorte sui mercati. Affermarlo e sostenere, per di più, che la rendita dei fondi sarebbe maggiore di quelle garantita dal TFR è una contraddizione in termini. Sui mercati finanziari, per guadagnare occorre rischiare: se si rischia di più si può guadagnare di più, ma si può anche perdere tutto.

Purtroppo, questo scenario rende realistico il verificarsi di un drammatico strappo generazionale e il rischio che le giovani generaz ioni vivano come insostenibile la contraddizione tra il continuare a pagare contributi pesanti  e la prospettiva di ottenerne in cambio pensioni da fame.

Sulla base di questo insieme di considerazioni, la CGIL deve impegnarsi a costruire una mobilitazione generale per riconquistare il diritto delle lavoratrici e dei lavoratori ad una pensione dignitosa. Esso è garantito solo da un sistema previdenziale basato sul metodo di finanziamento della ripartizione ed il sistema di calcolo retributivo.

 

Allo stato attuale, ai lavoratrici e ai lavoratori si deve quanto meno dare un consiglio: tenetevi stretto il TFR!

Oltre alle ragioni spiegate a pag. 13, si deve precisare che non è possibile alcuna comparazione tra il rendimento dei fondi pensione e quello del TFR. Chiunque faccia ipotesi sul rendimento dei fondi pensione tra 40 anni mente sapendo di mentire! Nessuno può fare previsioni credibili in proposito, dato che nessuno può sapere quante guerre, quante crisi finanziarie internazionali, quante situazioni di iperinflazione si potrebbero verificare in un lasso di tempo così lungo. Da un lato, si conosce il rendimento del TFR, che si rivaluta ogni anno di un 1,5% fisso, più il 75% dell’aumento dell’indice dei prezzi ISTAT: con un’inflazione al 2%, si ha una rivalutazione pari al 3%. Dall’altro non esiste, per definizione, alcuna garanzia, dato che tutto è lasciato all’andamento dei mercati finanziari. Al contrario di quanto viene detto, neppure i fondi “chiusi” o “negoziali” (che pure sono preferibili a quelli “aperti”) possono dare garanzie sul rendimento. Il comma 9 dell’art. 8 del Dlgs. 252/2005, garantisce (come forma massima di tutela) “…l’investimento [dei TFR]  nella linea a contenuto più prudenziale, tale da garantire la restituzione del capitale e rendimenti comparabili…al tasso di rivalutazione del TFR”. L’unica garanzia reale è, per il presente, un investimento il meno rischioso possibile, mentre nessuno, per il futuro, può garantire la restituzione del capitale rivalutato, come pure viene affermato, in spregio alle logiche di mercato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

III) UN FISCO…DI CLASSE

 

A) LA STRUTTURA DI CLASSE DEL SISTEMA TRIBUTARIO

 

La struttura chiaramente classista del nostro sistema tributario, si manifesta soprattutto nelle seguenti caratteristiche: A) l’unica imposta progressiva è l’IRE che non colpisce nessun reddito di capitale, inoltre la progressività è notevolmente maggiore per i redditi bassi e medi che per i redditi alti. B) I redditi di capitale, non solo sono sottratti alla tassazione progressiva, ma sono, in gran parte, soggetti ad un’aliquota del 12,5% ( poco più della metà dell’aliquota minima dell’IRE che è stata gradualmente aumentata, fino all’attuale 23%!). C) Non esiste un’imposta patrimoniale ordinaria, cioè un’imposta che consideri il patrimonio come elemento della capacità contributiva e, quindi, differenzi il peso fiscale esentando un valore base di ricchezza posseduta e colpendo in modo progressivo la parte eccedente quel valore.

Il tutto, punto per punto, in spregio dell’art. 53 della Costituzione (…pur non ispirata da irresponsabili pulsioni estremistiche!) che dice: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.”

Per capirsi: il fatto che (come abbiamo visto a pag. 12) il 10% delle famiglie italiane possieda il 44% delle ricchezze nette esistenti in Italia (pari a 3.645 miliardi di €. Quasi 2 volte e mezzo il valore del PIL italiano che, nel 2008, è stato di 1.572 mld.!), mentre il 50% delle famiglie ne possiede il 10% (pari a 828 mld.) è ininfluente, secondo il nostro sistema fiscale, per misurarne la capacità di contribuire alla spesa pubblica!

Le caratteristiche classiste si sono accentuate a partire dagli anni ’90, con un’appesantimento della pressione fiscale su salari e pensioni, “necessario” per compensare l’alleggerimento fiscale di cui hanno goduto profitti e rendite.

Questo andamento si è avvalso anche della crescita delle imposte sui consumi, che sono regressive, in quanto la loro incidenza reale aumenta al diminuire del reddito.

 

Peculiarità del nostro sistema fiscale è l’esistenza, di fatto, di un doppio regime che, da un lato, riscuote anticipatamente l’IRE (e la loro quota di contributi sociali) su salari e pensioni e, dall’altro, lascia all’”onestà” dei contribuenti la facoltà di dichiarare gli altri redditi.

In assenza di controlli fiscali anche minimamente adeguati e in presenza di un’anomala struttura economica, caratterizzata dalla presenza di un lavoratore autonomo ogni 4 (a fronte di una media europea di 1 ogni 10) si arriva facilmente a comprendere come l’evasione fiscale italiana sia il triplo o il quadruplo di quella europea. D’altra parte l’evasione è sempre stata premiata con benevoli condoni, storicamente di marca democristiana, culminati nell’inqualificabile “Scudo fiscale” che ha esteso il condono anche agli evasori esportatori di capitali dediti ad attività criminali, inserendo tra i compiti dello Stato anche quello del riciclaggio di denaro sporco!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A) L’ENORME AUMENTO DELLA PRESSIONE FISCALE SU SALARI E PENSIONI

 

1) L’AUMENTO DELL’ IRPEF/IRE è stato determinato prevalentemente dall’eliminazione del recupero del fiscal-drag e dall’aumento dell’aliquota minima:

 

a) Le radici di questo vero e proprio “esproprio” fiscale stanno nelle decisioni prese, nel 1992, dal primo governo Amato: abolizione del recupero del fiscal drag (in seguito alla quale aumenti puramente nominali del salario, dovuti all’adeguamento all’inflazione, vengono tassati da aliquote più alte) ed aumento delle aliquote sui redditi medio-bassi e medi.

b) Inoltre, la revisione delle aliquote IRPEF introdotta nel 1998 dal ministro Visco ha penalizzato i contribuenti a basso reddito: fino al 1997 si pagava il 10% sui redditi fino a 7,2 milioni  e il 22% sui redditi tra i 7,2 e i 14,4 milioni, mediamente, quindi, l’aliquota sui primi 14,4 milioni era del 16%; dal 1998, invece, sui primi 15 milioni si paga il 19%.

c) Il centrosinistra, nel 2001, dimi nuisce l’aliquota minima al 18% per compensare l’introduzione dell’addizionale regionale allo 0,9%.

d) Berlusconi nel 2002 eleva l’aliquota minima dal 18% al 23%.

e) Prodi nel 2007 la conferma, nel silenzio di tutti!

 

Ultimamente si è assistito a numerose prese di posizione della CGIL in merito a questo gravissimo problema. Eccone alcune:

·           A pag. 5 si sono visti i dati resi noti dall’Ires-Cgil il 15/10/09, che denunciano che “Se la pressione fiscale fosse rimasta invariata dal 1980 a oggi, ogni lavoratore avrebbe in busta paga 3.215 euro annui in più, pari a circa 247 e uro mensili.”

·             Il 14/12/09, l’Adnkronos ci informa: “Aumentare le detrazioni per redditi da lavoro dipendente e da pensioni per almeno 500 euro entro il marzo 2010; innalzare le quote esenti; bonus fiscale per gli incapienti; ma soprattutto riduzione dal 23 al 20% della prima aliquota Irpef, per favorire i redditi medio-bassi, e ritocco dal 38 al 36% per la terza aliquota . E' questa la riforma Irpef targata Cgil e presentata oggi dal leader di Corso Italia Guglielmo Epifani e dal segretario confederale Agostino Megale.... Una manovra che consentirebbe per la Cgil di 'liberare' in busta paga circa 100 euro netti al mese supportando cosi' i salari che negli ultimi 29 anni sono stati falcidiati dal fisco.” “ A finanziare i 24 miliardi necessari per mettere mano alla riforma fiscale un mix di interventi i cui dettagli saranno elaborati in seguito. Ma l'Ires prevede che circa 1,5 miliardi potrebbero arrivare da una imposta sulle transaz ioni finanziarie; tra i 2,5 e i 4,5 arriverebbero dall'aumento al 20% dell'aliquota sulle rendite finanziarie; circa 5 miliardi affluirebbero grazie ad una revisione degli estimi e all'introduzione di una sorta di patrimoniale alla francese sulle grandi ricchezze; 6 miliardi arriverebbero dalla lotta all'evasione reintroducendo la norma di Visco sulla tracciabilità degli assegni; e altri 6 miliardi sarebbero da conteggiare come recupero di gettito dovuto all'aumento della base imponibile reso possibile dalla crescita economica. La riforma è il punto centrale di una campagna sul 'fisco giusto' che la Cgil avvierà nelle prossime settimane e che proseguirà nei prossimi mesi fino alle "settimane sul fisco" in calendario per metà febbraio.”

·          Il 12/01/10 lo SPI denuncia che, in otto anni, le tasse sui pensionati sono aumentate del 5,4%.

Non si può che plaudire a questa presa di coscienza della massima dirigenza della CGIL in materia fiscale. Se sarà conferma ta anche dopo la fine del suo Congresso (attualmente in corso) si potrà ritenere che sia abbia superato il suo giudizio sulla Finanziaria 2007, che era stata definita come una manovra senza precedenti per i suoi effetti redistributivi. E che vengono “sdoganati” strumenti fiscali spesso tacciati, in passato, di estremismo, avventurismo, utopismo.

2) L’AUMENTO DELLE IMPOSTE SUI CONSUMI.

 

L’aumento della pressione fiscale su salari e pensioni poggia anche sull’aumento delle imposte indirette (delle quali la quasi totalità è costituita da imposte che colpiscono i consumi).

Esse hanno effetti regressivi. Infatti chi ha redditi bassi li usa per intero in consumi, mentre, via via che il reddito cresce, aumenta la quota di reddito che, essendo risparmiata, non è sottoposta alle imposte sui consumi. Per di più, poi, il “risparmio”, come vedremo, salvo il piccolo risparmio, riceve un trattamento fiscale estremamente favorevole, in ossequio al fasullo principio liberista secondo il quale il risparmio si trasforma inevitabilmente in investimenti produttivi!

Nel 1997 le entrate fiscali derivavano per il 57,2% DA IMPOSTE DIRETTE (quelle che si pagano sul reddito posseduto) e per il 42,8% da IMPOSTE INDIRETTE. Nel 2006, invece, esse sono derivate per il 49,5% DA IMPOSTE DIRETTE e per il 50,5% DA IMPOSTE INDIRETTE. Un aumento di quasi 8 punti, che testimonia ulteriormente l’iniquità del nostro sistema tributario.

 

ECCO UN ESEMPIO DELLA REGRESSIVITA’ DELLE IMPOSTE SUI CONSUMI:

·          chi guadagna 12.000 € l’anno li spende per intero e, supponendo un’aliquota media del 20% (ad esempio IVA) sui beni acquistati, paga 2.400 €., appunto il 20% del suo reddito.

·          chi guadagna 120.000 € e ne spende 60.000 in beni di consumo, paga su questa somma 12.000 €. Ma, rispetto al suo reddito complessivo questa imposta incide solo per il 10%, dato che la parte “risparmiata” evita l’imposta sui consumi. Investendola, ad esempio, in obbligazioni, matura un interesse, poniamo, del 4%, pari a 2.400 €, sui quali paga un’imposta del 12,5%, pari a 300 €., gliene restano 2.100 che si sommano ai 60.000 risparmiati. Non male, vero? Tenuto conto, poi, che il suo patrimonio è cresciuto di 62.100 € e non sarà minimamente toccato dal fisco!

 

 

Aliquote IVA nei paesi UE

 

Francia

NORMALE

19,6 %

RIDOTTA

5,5 o 2,1 %

Germania

19,0 %

7,0 %

Italia

20,0 %

10,0 e 4,0 %

Regno Unito

15,0 %

5,0 %

Spagna

16,0 %

7,0 o 4,0

Le aliquote italiane sono le più alte, rispetto ai paesi europei più assimilabili. Ciò determina prezzi più alti, dato che l’IVA vi viene incorporata, e maggiore regressività. Perché non ne parla nessuno?

 

 

 

B)  I REGALI A PROFITI, RENDITE E PATRIMONI

Questo paragrafo dovrebbe avere le dimensioni di un elenco telefonico se si volessero ricostruire le innumerevoli forme di “aiuti” dati alle imprese.

Solo tra il 1988 ed il 1994, lo Stato ha stanziato aiuti alle imprese private per un valore di 323.725 mld., pari a circa 161 mld. di €! (“Affari e finanza” del 24/03/97). Nel 1994 (dopo Maastricht!) le elargizioni alle imprese italiane, in termini di aiuti pro capite, sono risultate quasi doppie rispetto alla media U.E.: 2.365 ECU per addetto, rispetto ad una media di 1.401 ECU. (“Il sole-24 ore del 23/01/97”). .....Sia chiaro che non si tratta di assistenzialismo!... Ed è assolutamente coerente con l’ideologia del Libero Mercato che si autogoverna e raggiunge spontaneamente l’equilibrio!!!

Limitandosi ai tempi più recenti:

 

1) Breve storia dell’IRAP: esiste dal 1998, è un’imposta regionale che colpisce il valore aggiunto di società, imprese individuali, liberi professionisti, ecc.. Sostituisce diversi tributi (contributi per il servizio sanitario nazionale, ILOR, ICIAP, imposta sul patrimonio netto delle società, ecc.) ed avrebbe dovuto garantirne lo stesso gettito. Invece, già nel 1998, a fronte di un’IRAP prevista di 53.663 miliardi di £ si è riscossa un’IRAP effettiva di 40.081 mld.: differenza 13.581 mld. di £ , un bel risparmio per le imprese! Ma non fu ritenuto sufficiente e il governo fece una previsione di entrata per il 1999 pari a 37.303 mld., cioè 2778 mld. in meno di quanto riscosso nel ’98!  E così, dal 1999, l’IRAP rappresentò (rispetto al gettito delle imposte che ha sostituito) un risparmio complessivo annuo, per le Imprese, pari a 16.359 mld. di lire (circa 8 mld. di € ).

 

2) Finanziaria 2007: taglio del cd.“cuneo fiscale” permanente dal 2007  pari a 6 mld. annui, che si aggiungono agli 8 del punto 1), per un totale di 14 mld. Naturalmente si tratta solo di una piccola quota dell’insieme delle regalie che (…in barba al dichiarato non intervento dello Stato in economia) vengono perpetuate a vantaggio delle imprese.

 

3) Finanziaria 2008: a) riduzioni fiscali aggiuntive sull’ IRAP ( un taglio pari a 5.000 €, al Sud 10.000, per dipendente. La Fiat ha incamerato, solo per questo, 400 mln. l’anno!).  b) sull’ IRES e sull’IRAP si è realizzata una razionalizzazione nel calcolo dell’imponibile (cioè si sono eliminate una serie di regole che permettevano una sua sistematica sottostima). In questo modo, solo per l’IRES, a parità di aliquota (33%), il gettito sarebbe aumentato di 4.059 mln. nel 2008.! Non sia mai! Cosa avrebbe detto Montezemolo!? Quindi si è  ridotta contestualmente l’aliquota al 27,5%, per garantire (sic!) l’invarianza dell’imposta pagata. Per lo stesso motivo viene ridotta l’aliquota dell’IRAP dal 4,25 al 3,9%. Qualcuno potrebbe pensare che se cessa un sistema che ha favorito ingiustamente le imprese, non necessariamente si deve assicurare loro anche per il futuro quello stesso privilegio, trasformandolo in una riduzione di aliquota che la porta quasi a livello della minima IRE!!! Ma il governo Prodi non la pensava così!

 

4) Breve storia dell_ 217;aliquota IRPEG/IRES (imposta sui profitti delle società di capitale): nella prima Repubblica era del 37% (salvo permetterne, come in seguito, l’evasione! Ma si cercava di salvare la faccia.). Nel 2001 il centrosinistra la porta al 36%, poi Berlusconi al 33%. Prodi al 27,5%, con le motivazioni che si sono viste.

 

5) L’imposta di successione. Era l’unica imposta che toccava i patrimoni, sia pure solo al momento del loro trasferimento per eredità o donazione. Il centrosinistra, nel 2001, ne revisionò completamente la tassazione. Sostituì le aliquote progressive, che per i patrimoni più grossi arrivavano al 27% (!), con un’unica aliquota, da applicare a prescindere dall’entità dell’eredità, pari al 6%! Berlusconi, l’anno successivo, abolì del tutto l’imposta.

 

6) L’imposizione sulle rendite finanziarie. Nonostante che nella UE le rendite finanziarie siano tassate, in media, al 20%, in Italia, Destra e Centrosinistra, anche qui in modo bipartisan, hanno voluto pervicacemente mantenere un’aliquota del 12,5%!

 

CONCLUSIONI

 

 


In “ALCUNI DATI SULL’EVOLUZIONE DELLA FINANZA PUBBLICA”

Paolo Liberati, Università di Urbino, DEMQ

 

Conto economico consolidato delle Amministrazioni pubbliche

Anno 2006 (in mld di euro)

E N T R A T E                               IN VALORI ASSOLUTI           IN %PIL

 

Imposte indirette                                    218,3                          14,8

Imposte dirette                                       213,7                          14,5

Contributi sociali effettivi                         188,4                           12,8

Contributi sociali figurativi                           3,6                            0,2

TOTALE ENTRATE CORRENTI                    675.6                          45,8

Imposte in conto capitale                            0,2                            0

Contributi agli investimenti                          3,4                            0,2

TOTALE ENTRATE IN CONTO CAPITALE         4.5                            0,3

TOTALE ENTRATE COMPLESSIVE               680.1                          46,1

 

Fonte: Elaborazione su dati RGE e Istat

DA www.econ.uniurb.it/materiale/3599_Liberati_FP.pdf

 

Questa tabella dà la misura in termini assoluti e percentuali al reddito nazionale dell’enormità della pressione fiscale e contributiva sui salari: i “contributi sociali effettivi” ( circa il 28% delle Entrate complessive ) fanno addirittura parte, anche nei dati ISTAT, del reddito da lavoro dipendente (a parte la piccola quota versata dai lavoratori autonomi); tra le imposte dirette, l’IRE ( circa il 22% delle entrate) è di gran lunga la maggiore e si regge sui prelievi alla fonte fatti dal “datore” di lavoro sui salari dei dipendenti; le imposte indirette, sono quasi totalmente costituite da imposte sui consumi ( circa il 22% entrate ) e i redditi bassissimi, bassi, medio-bassi (costituiti da pensioni e salari) sono sottoposti per intero ad esse.

 

ABBIAMO VISTO AMPIAMENTE I DANNI PROVOCATI, DAL PUNTO DI VISTA DEL REDDITO, ALLE LAVORATRICI, AI LAVORATORI, AI PRECARI E AI PENSIONATI DALLE POLITICHE ECONOMICHE E SOCIALI DEGLI ULTIMI 20 ANNI.

A FRONTE DI QUEI DANNI NON CI SONO STATI, NÉ POTEVANO ESSERCI,

I VANTAGGI PROMESSI DA TANTE PARTI.

I PROFITTI SONO AUMENTATI (vedi pag. 7), MA GLI INVESTIMENTI PRODUTTIVI SONO RIMASTI FERMI.

È ORA DI CAMBIARE.

BISOGNA COMBATTERE L’IDEOLOGIA NEOLIBERISTA, ANZICHÉ ASSUMERLA, E PROMUOVERE LOTTE CHE SI PROPONGANO NUOVE POLITICHE ECONOMICHE E SOCIALI, FONDATE SULL’AUMENTO DEI SALARI REALI

Genova, 21/01/2010

Sergio Casanova