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Cuba: non solo il bloqueo

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Cuba: non solo il bloqueo

Inquietudini politiche e problemi economici

 

Appena inserito nel sito l’articolo Cuba, Venezuela e Haiti, mi è arrivata una mail di critica. Sarei stato come al solito troppo severo, addirittura malevolo. Io al contrario mi ero sentito un po’ reticente, e temevo che dopo aver letto la prima parte, con il giusto riconoscimento ai meriti nella solidarietà di Cuba con Haiti, i lettori sorvolassero sui dati economici inquietanti a cui accennavo nella seconda parte.

Allora ritorno con più calma sull’argomento. Per qualche tempo, negli ultimi tre anni, avevo sperato che il rapporto con il Venezuela permettesse a Cuba di riprendersi. E prima di scrivere di nuovo, avevo aspettato che la ripresa si consolidasse. La crisi economica mondiale, colpendo il Venezuela, pienamente inserito nel sistema, ha avuto invece subito ripercussioni inevitabili su Cuba, che ormai acquista all’estero gran parte dei suoi alimenti. Ma non ci sono solo i fattori esterni a pesare, vedremo.

Avevo aspettato a scrivere anche perché ero allarmato per il congelamento del dibattito politico, dopo la gradevole sorpresa della fioritura di interventi critici di tre anni fa. Invece, quasi un anno fa, c’è stato il brusco allontanamento da ogni carica di alcuni dirigenti di primissimo piano, come il capo del governo Carlos Lage Dávila, il ministro degli Esteri Felipe Pérez Roque e il vicepresidente del consiglio e ministro dell’Economia José Luis Rodríguez. La destituzione, seguita da avvilenti e al tempo stesso reticenti e incomprensibili autocritiche, era stata accompagnata da motivazioni poco convincenti di tipo psicologico (l’ambizione, le lusinghe del potere...) che ricordavano il metodo in uso in casi del genere nei paesi del “socialismo reale”, una volta finita la stagione più drammatica dei processi.

Gli ottimisti a ogni costo (non solo Minà, ma anche Ignacio Ramonet) avevano subito detto invece che se i dirigenti cubani avevano deciso quel brusco “ricambio”, dovevano avere le loro buone ragioni, anche se non le esplicitavano...

A distanza di quasi un anno (le dimissioni forzate erano state presentate il 3 marzo 2009) non sembra che le cose vadano meglio, e la strada per affrontare i problemi del paese e per renderlo autosufficiente e meno dipendente (fino a vent’anni fa dall’URSS, poi dal Venezuela) non sembra sia stata imboccata.

Mi auguro che non abbiano fondamento le voci che danno per imminente un processo ai due principali ministri defenestrati l’anno scorso, che sarebbero accusati di aver trascurato il loro dovere e di essersi dati alla “dolce vita”... Probabilmente è una voce ricalcata sull’esperienza della precedente sostituzione di un altro ministro degli Esteri, Roberto Robaina, in carica dal 1992 al 1999, poi allontanato bruscamente senza spiegazioni e (dopo anni in cui aveva diretto il ministero, conseguendo successi come la visita del papa), messo assurdamente a studiare in un’accademia per giovani diplomatici. Poi, tre anni dopo, era stato anche espulso dal CC e dal partito, cosa che in un paese come Cuba è quasi peggio di una condanna al carcere. L’accusa nei suoi confronti era basata su una intercettazione telefonica di tre anni prima (non aveva reagito indignato come avrebbe dovuto ai complimenti del suo omologo spagnolo, che lo elogiava per un suo discorso e lo indicava come probabile successore di Fidel). Ma tutto era stato condito con insinuazioni sulla immoralità sua e della moglie... Qualcosa di simile era accaduto anche a Carlos Aldana, considerato per anni “il delfino di Fidel” e poi allontanato bruscamente nel 1992 con l’accusa di aver accettato un impianto stereo da un’impresa straniera (ora peraltro Aldana sembra riemerso dal nulla, sarebbe stato visto all’Avana e pare che abbia addirittura scritto un importante discorso di Raúl Castro...). Voci, voci, sempre voci, diranno i compagni impermeabili al dubbio, che evidentemente non si domandano se per caso lo spazio per le voci non è creato proprio dal carattere rigido, reticente e stereotipato dell’informazione ufficiale.

Ma veniamo al problema di fondo, che a mio parere alimenta le tensioni e spinge a cercare nei momenti di particolari difficoltà capri espiatori (non necessariamente e non solo nel gruppo dirigente, come è accaduto ad esempio nel caso dell’ondata di arresti del 2003): l’aggravarsi della crisi economica.

Su questo rinvio prima di tutto ad alcuni dei miei testi di vari periodi riportati nel sito, in particolare i due aggiornamenti al libro Breve storia di Cuba (per averli tutti a portata basta cliccare sull’icona Cuba). Molti sono di qualche anno fa, ma purtroppo l’immobilismo del gruppo dirigente cubano fa sì che non siano diventati inutili. Fornisco intanto un po’ di dati in più di quelli anticipati nell’articolo precedente.

Il punto di partenza è ovviamente il rapporto dell’attuale ministro dell’Economia, Marino Murillo, pubblicato dal “Granma” del 21 dicembre 2010. Secondo le migliori tradizioni cubane, i dati che fornisce sono parziali, vaghi e contraddittori. Le entrate del turismo ad esempio, risultano infatti “molto al di sotto di quanto pianificato”. Quanto? Non c’è una cifra e neppure si dice se come al solito ci si riferisce a al ricavato o agli “ingresos brutos”, cioè le entrate lorde, che ovviamente non dicono molto se non si sa quanto si è speso e investito nel settore.

Anche per un'altra importante fonte di entrate si dice poco: prima si afferma che il prezzo del nichel nel gennaio 2009 era sceso a 10.000 dollari per tonnellata, mentre nel Piano era stato prevista una quotazione a 12.000$ (è grave, ma questo non dipende da Cuba), mentre poi si accenna genericamente a un dato ben diverso: “per varie ragioni già si prevedeva che non si sarebbe realizzato il piano di produzione”, che è tutt’altro problema. Comunque è impossibile sapere di quanto si è scesi al di sotto del bilancio di previsione. Mistero.

Altri dati sono sicuramente non corrispondenti al vero, ma sono stati inseriti a scopo propagandistico: prima di tutto l’annuncio che la disoccupazione è la più bassa del mondo, l’1,7 della popolazione. Allora Cuba dovrebbe aiutare subito il Venezuela, che ha un tasso dell’8,1%... In realtà non si tratta solo della disoccupazione mascherata di cui si lamentava già il Che, riferendosi a organici assurdamente gonfiati con criteri assolutamente antieconomici, ma dei criteri non rigorosi usati per valutare occupazione e disoccupazione: ad esempio avevo già rilevato nel 2003 che Osvaldo Martínez, presidente della commissione economica dell’Assemblea Nazionale, presentava come “concetto rivoluzionario di studiare come forma di impiego un sistema di corsi di Superación integral per “giovani prima non impegnati nel lavoro e nello studio, situazione ideale per entrare nella criminalità”. La descrizione dei “giovani prima non impegnati nel lavoro né nello studio” e a rischio di “entrare nella criminalità” faceva pensare non a un lavoro, ma a una specie di provvedimento rieducativo per giovani sbandati e vagabondi. D’altra parte chiunque sia stato a Cuba fuori dei circuiti per turisti ha visto ovunque un numero notevole di persone impegnate in piccoli traffici informali, e non in una vera attività produttiva, anche se formalmente potevano figurare in organico da qualche parte.

Più in generale, come hanno osservato diversi economisti, critici ma non “controrivoluzionari” e pregiudizialmente ostili come Oscar Espinosa Chepe o Carmelo Mesa-Lago, i criteri alla base delle statistiche sono molto particolari (e non a caso non sono riconosciuti da diversi organismi internazionali); in particolare appare poco convincente il criterio per calcolare il valore creato dai servizi gratuiti e semigratuiti, e la loro efficacia. Anche l’istruzione e la sanità, vanto per anni del regime, hanno subito duri colpi, soprattutto per l’abbandono di parte del personale, in fuga verso attività informali ma più redditizie nel settore turistico, col risultato di mancanza di attrezzature funzionanti e di farmaci nelle strutture sanitarie, e dell’introduzione di programmi scolastici televisivi o informatici in sostituzione degli insegnanti mancanti nelle scuole, col risultato – denunciato spesso sulla stampa locale – di scandalose deficienze culturali, perfino nell’ortografia, di migliaia di studenti vicini alla laurea. Ma le statistiche ufficiali continuano a presentare questi due settori come perfettamente funzionanti.

Il fenomeno della fuga verso attività collegate al turismo (compresa la prostituzione) è uno dei prezzi pagati alla scelta di privilegiare il turismo, e il turismo di lusso, come principale fonte di valuta. Come avevo sottolineato già quindici anni fa nel preoccupato rapporto del 1995 sulla situazione cubana, (anch’esso ora sul sito), la mia preoccupazione non era ideologica e astratta, ma legata alle conseguenze economiche della formazione di società miste con rapacissimi capitalisti stranieri, e a quelle politiche e sociali dell’emergere di un ceto privilegiato collegato direttamente o indirettamente ai soci stranieri. Ma c’era già anche la forte attrazione che il settore alberghiero, vetrina luccicante del capitalismo, esercitava su alcuni settori della popolazione senza risorse (il passaggio da professore a facchino, e da dottoressa a jinetera era una delle sue manifestazioni estreme).

 

Nell’ultimo anno non avevo scritto nulla sull’economia cubana, nella convinzione che la situazione ormai riuscisse a rimanere stabile. Invece molti fattori, in maggioranza esterni, l’hanno aggravata bruscamente. Prima di tutto le ripercussioni di lunga durata degli uragani del 2008, che avevano danneggiato ben 647.111 abitazioni, cioè circa il 18% di quelle esistenti (di cui 84.737 completamente distrutte). Il problema dell’abitazione si è dunque aggravato fortemente: nel 2008 sono state costruite 44.775 case, mentre nel 2009 si calcola che difficilmente raggiungeranno le 32.000 (mancano ancora i dati consuntivi). Già prima degli uragani comunque si calcolava che la metà delle abitazioni fossero in cattive condizioni, per la mancanza di materiali e di interventi di riparazione.

Le difficoltà del Venezuela dovute alla flessione del prezzo mondiale del petrolio, che tra l’altro rende antieconomico lo sfruttamento dei giacimenti di sabbie bituminose dell’Orinoco, hanno poi determinato una contrazione delle forniture di combustibile a Cuba, con danni per i trasporti e per le centrali termoelettriche, che hanno ricominciato a sospendere periodicamente l’erogazione.

La discesa del prezzo del petrolio può avere ripercussioni a catena sui paesi amici del Venezuela come Cuba. D’altra parte le ha avute perfino sulle borse italiane, con una flessione dell’ENI, che aveva appena siglato un importante contratto per lo sviluppo di un giacimento di idrocarburi in Venezuela, nel delta dell’Orinoco, ma che teme possa essere non redditizio nel caso di un’altra flessione del prezzo mondiale.

L’agricoltura cubana, in particolare nel settore della canna, è stata poi colpita dalla mancanza di combustibile e soprattutto di concimi, dovuta alla contrazione delle entrate in valuta provenienti dal settore turistico e dal nichel. Il tabacco e il rum hanno spazi limitati. Anche alcuni ritocchi ai prezzi, e la sparizione di alcuni prodotti dalla libreta derivano dallo squilibrio della bilancia commerciale. Cuba, da quando il bloqueo è stato di fatto intaccato, acquista molti prodotti anche dagli Stati Uniti, ma deve pagarli in dollari. E come se li può procurare? Che cosa può vendere? Questo è il problema.

Nell’articolo sugli aiuti ad Haiti (Cuba, Venezuela e Haiti) avevo segnalato che l’unico elemento della congiuntura mondiale di cui l’isola avrebbe potuto approfittare era l’aumento notevole del prezzo dello zucchero. Ma il raccolto della canna dell’inverno 2009-2010 sembra destinato ad essere il più basso della sua storia, probabilmente inferiore a un milione di tonnellate, in primo luogo per la distruzione di molte piantagioni per gli uragani che hanno colpito l’isola nel 2008, per la mancanza di concimi, e la bassissima produttività dovuta all’invecchiamento delle piantagioni. Secondo la FAO l’Australia produce 86,6 tonnellate di canna per ettaro, gli USA 77,6 mentre Cuba solo 36,1 tonn/ettaro già nel 2007. Ma il confronto è inquietante anche con il Brasile, che ottiene 77,5 tonnellate per ettaro, la Colombia 75,2, ecc.

Per giunta oggi sono rimasti in funzione solo 44 ingenios, a volte obsoleti, dei 140 che erano in funzione pochi anni fa (e in anni non lontani erano addirittura 155). Nel 2005, quando Fidel decise la chiusura di metà degli zuccherifici, il prezzo era sceso a 7 cents la libbra, ora è risalito a 17,5 e perfino 20 cents! Io avevo apprezzato il fatto che si cominciasse a fare un po’ di conti tra costi e ricavi (era il cruccio di Guevara che non ci si badasse), ma poi si sono viste le conseguenze di quei tagli troppo drastici. Cuba oggi deve addirittura importare zucchero, soprattutto per le necessità del settore del turismo, e da fattore astrattamente positivo, l’aumento del prezzo mondiale dello zucchero (originato dalla siccità in India e dalle alluvioni in Brasile, i due maggiori produttori) per Cuba diventata importatrice si trasforma in una beffa.

È evidente che rimane quasi solo il turismo, ma senza che si riesca a calcolare quanto del ricavato rimane a Cuba, e quanto va ad arricchire i soci stranieri che fanno da intermediari per l’importazione di tanti prodotti indispensabili. E senza che si riesca a calcolare il costo sociale, gli squilibri, la corruzione che ingenera.

E il pericolo che l’esistenza di un micromondo privilegiato, separato ma visibile, (i turisti, ma anche chi vive a contatto con loro) accresca le tensioni sociali e renda meno sopportabili le privazioni di chi ne è escluso.

 

Avevo inserito nel sito gli interventi di Soledad Cruz (ancora poco frequentati dai visitatori del sito), perché a mio parere rendono bene l’idea delle inquietudini di molti cubani fronte alla rigidità del sistema). Ad esempio mi pareva importante la polemica nei confronti delle “disuguaglianze che ci sono sempre state e adesso sono diventate più evidenti” e sulle pretese “di controllare l’esistenza delle persone minuto per minuto”, col risultato che “la maggioranza di queste misure contribuiscono più a delinquere che non a raggiungere gli obiettivi per i quali vengono imposte”. Si alludeva soprattutto alle limitazioni imposte alle relazioni con gli stranieri, ecc.

Ma la situazione in questi due anni non è migliorata, né dal punto di vista dei diritti del cittadino, né dal punto di viste economico, e invece di superare le strozzature meno sopportate si sono aggiunte altre misure molto impopolari (una riduzione dei prodotti assegnati con la libreta, un’ulteriore diminuzione dell’uguaglianza nella distribuzione delle risorse, l’allungamento dell’età necessaria per andare in pensione…). Insomma, non si vede la luce in fondo al tunnel. E non a caso il congresso del partito è stato rinviato di anno in anno ben oltre la scadenza statutaria.

Soprattutto non c’è nessuna reale partecipazione alle decisioni fondamentali. A volte si fanno riunioni che sono un po’ come uno sfogatoio, dato che i cubani non hanno peli sulla lingua, ma sono riunioni che si concludono con la sensazione di non poter pesare sulle decisioni.

La stampa non funziona, eppure a Cuba ci sarebbero tanti splendidi giornalisti, scrittori, saggisti, che scrivono su riviste legali di notevole interesse, ma con tirature che le rendono praticamente clandestine, perché ignorate dalla maggior parte della popolazione, mentre i giornalisti televisivi e del Granma sono insopportabilmente vuoti, e usano un linguaggio stereotipato e retorico. Ci sarebbero tanti brillanti economisti non ostili ma bollati come dissidenti per le loro analisi e le loro proposte, a volte solo per la “colpa” di aver detto troppo presto qualcosa che poi alla fine il governo ha fatto, ma le informazioni ufficiali sull’economia reale sono talmente reticenti e lacunose, che nessuno ci crede…

Insomma la scelta di ricominciare a scrivere su Cuba, rilanciando sul sito anche materiali che avevano circolato negli anni scorsi, è legata a una forte preoccupazione che l’immobilismo del gruppo dirigente possa provocare a breve scadenza l’esplosione di una nuova crisi paragonabile a quella del 1980 e soprattutto a quella del 1994.

 

(a.m. 30/1/2010)

 

 



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