Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Chi ha vinto le elezioni in Uruguay?

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Tra le vittorie della sinistra in America Latina, molti hanno annoverato quella di Tabaré Vázquez, il candidato del Frente Amplio sostenuto anche dall'attuale popolarissimo presidente José Pepe Mujica. Vázquez il 1° dicembre ha vinto il secondo turno delle presidenziali in Uruguay con il 52,8% dei voti, sconfiggendo il candidato conservatore Luis Alberto Lacalle Pou, 41 anni, del Partido nacional di centrodestra, che non è andato oltre il 40,5% dei voti.Vázquez è un oncologo di 74 anni che aveva già guidato il paese prima di Mujica, e che aveva dato già abbondanti prove del suo conservatorismo. Questo spiega il senso della domanda: quale classe ha vinto?

Il Frente Amplio aveva spesso riservato sgradevoli sorprese ai suoi elettori, ad esempio fornendo a volte un voto indispensabile alla coalizione di centrodestra per perpetuare quella Ley de Caducidad (chiamata da tutti Ley de Impunidad) che ha concesso l’amnistia ai torturatori della dittatura militare che insanguinò il paese tra il 1973 e il 1985.

Vedremo se quando Tabaré Vázquez riassumerà la presidenza riuscirà a cancellare le poche riforme introdotte da Mujica e tanto esaltate nella sinistra italiana, come la legalizzazione del consumo di cannabis, dell’aborto e l’introduzione dei matrimoni egualitari. A differenza di Mujica, che non era favorevole a nessuna di queste tre misure, ma ha consentito un ampio dibattito e si è alla fine adeguato alla pressione di larghi settori della base del Frente che si erano mobilitati su questi temi, Vázquez è ideologicamente ostile soprattutto all’aborto.

Va detto che il passaggio da Mujica a Vázquez apparirà traumatico soprattutto nella sinistra europea particolarmente disinformata, mentre in Uruguay sarà impercettibile. Qui da noi è stata fatta una grande campagna propagandistica su Mujica “guerrigliero buono”, che non vuole che i suoi torturatori siano puniti perché sono anziani e non devono finire in carcere; che è stato esaltato perché anche dopo l’elezione a presidente ha continuato a vivere nella casetta in cui viveva da anni con la sua compagna Lucia Topolansky, anch’essa senatrice ed ex militante dei tupamaros; un vero e proprio culto è stato creato in tutto il mondo a proposito del suo maggiolino Volkswagen, che ora viene conteso a colpi di milioni di dollari da ricchissimi estimatori; Mujica viene presentato ovunque come un vecchio saggio perché sceglie di vivere austeramente, riducendosi del 90% l’indennità presidenziale. Naturalmente questi panegirici non dicono che intanto facilita l’ingresso nel paese delle multinazionali, col risultato che dopo dieci anni di governo del Frente Amplio una larga fetta della popolazione sta ancora molto al di sotto del paniere di 50.000 pesos considerato indispensabile per vivere: oltre un milione di persone (su poco più di tre milioni di abitanti) guadagnano meno di 14.000 pesos, per consentire al governo di pagare il debito accumulato dai governi precedenti, e per facilitare con sgravi fiscali e finanziamenti di ogni genere l’arrivo nel paese di altre multinazionali.

Lo stile umano di Vázquez, già sperimentato durante il suo precedente quinquennio presidenziale, probabilmente farà rimpiangere Mujica, ma non avrà bisogno di cambiare qualcosa delle politiche economiche e sociali del governo, che lasciano molto soddisfatti gli imprenditori: il 65% di loro dichiara che “il clima per gli affari è buono o molto buono”. E come dargli torto, se solo il 22,8% di quanto raccolto con l’IRPF (Imposta sulla rendita delle persone fisiche) deriva da capitali o rendite, mentre il restante 67,2% viene prelevato dai redditi da lavoro?

Mujica naturalmente, come Dilma in Brasile (e prima di lei Lula), vanta la riduzione della povertà assoluta e quindi delle disuguaglianze sociali, ma a un giornalista che gli chiedeva perché non aveva provato a limitare il capitalismo, ha dichiarato seccamente di non poter fare di più:

Non posso. L’economia non crescerebbe altrimenti, è un problema filosofico [sic!]. Non posso risolvere questa cosa come governo. Anch’io sono prigioniero […] È vero, c’è uno spreco brutale qui. Ci sono case utilizzate 20 giorni all’anno a Punta del Este. Case lussuose mentre altri non hanno nemmeno una baracca dove dormire la notte. È pazzesco, è ingiusto. E io mi oppongo a questo. Ma sono prigioniero di questo mondo e se provassi a imporre alla gente il mio modo di vivere mi ucciderebbero.[i]

Il responso delle urne ha confermato che sono molti a pensare come lui che “non si possa fare di più”: ma diversi dei suoi più stretti ex compagni di lotta non l’hanno seguito nel suo processo di adattamento all’esistente. Ad esempio Jorge Zabalza, che fu uno dei nove guerriglieri trattenuti più a lungo, per più di undici anni, in una segregazione totale come veri e propri ostaggi della dittatura, ha severamente preso le distanze da Mujica, definendo il suo esecutivo “un governo neoliberale che sta facilitando l’entrata del capitalismo internazionale in Uruguay”. La grande politica economica è decisa dalle multinazionali, che bloccano l’industrializzazione e danno la priorità allo sfruttamento delle materie prime. La contraddizione di Mujica, dice ancora Zabalza, è quella di “fare un discorso anticonsumista, critico verso chi usa scarpe di marca e cellulari nuovi, e di lasciare libero il gioco dei capitali finanziari che stanno ricoprendo di plastica l’Uruguay.”[ii]

Critiche analoghe segnalano l’incoerenza tra i suoi discorsi “contro il consumismo” (ad esempio alla Conferenza ONU di “Rio + 20”) e l’impegno a non toccare la “cornice capitalista regionale basata su un modello esportatore, su una crescita dell’agroindustria e della monocoltura, sulla ricerca di investimenti da parte delle imprese internazionali nei settori forestali, delle miniere, ecc. Va detto che nel caso dell’Uruguay attuale la contraddizione è più visibile “proprio perché Mujica è portatore di una narrazione e di uno stile di vita differenti”. Ma lo stesso, in altra forma, si riscontra ad esempio nell’Ecuador del presidente Correa che si scontra con le organizzazioni indigene, e in forme diverse in Brasile e in Bolivia. Forse la simpatia umana che Pepe Mujica ha suscitato con i suoi abiti dimessi, con la cura dei fiori e dell’orto nella casetta in cui ha continuato a vivere, ha contribuito ad attenuare le tensioni sociali in Uruguay, più di quanto potrà fare Tabaré Vázquez.

In questi cinque anni Mujica ha avuto una funzione paragonabile a quella dei monasteri medievali, concepiti come isole di virtù cristiane nel mondo di ingiustizia e violenza di cui il resto della Chiesa era assolutamente compartecipe. In sostanza è riuscito ad esercitare un ruolo di tranquillante sociale, anche al prezzo di accrescere la confusione e la crisi morale e ideale della sinistra, e anche grazie alla grande loquacità e superficialità con cui si è spesso fatto notare. Gli sono scappati ad esempio commenti offensivi (a microfono acceso) sulla presidente argentina Cristina Fernández Kirchner e il marito, o perfino sulla moralità delle mogli dei dirigenti del Partido Nacional, assolutamente inopportuni in un capo di Stato, ma che ne fanno un personaggio popolarissimo tra la gente comune che ne apprezza la volgarità.

Alcuni dei suoi discorsi richiamano poi il Berlinguer dell’austerità: così dichiara che povero “non è chi possiede poco, veramente povero è chi necessita di infinitamente tanto”. Consolatevi…

Il pregio principale del libro di Nadia Angelucci e Gianni Tarquini è però nella prima parte, che ricostruisce l’ascesa di Mujica nel MLN-Tupamaros come combattente spericolato ma esitante di fronte ai grandi dibattiti che caratterizzarono il movimento a partire dal 1970-1971, quando il gioco divenne sempre più duro dopo il rapimento e l’esecuzione di Dan Mitrione, un episodio che sarà immortalato dal film di Costa-Gavras L’Amerikano, ma che faciliterà la svolta verso la dittatura. In quegli anni, prima che la maggior parte dei leader venissero uccisi o sparissero nelle celle di isolamento, era già cominciata una riflessione strategica importante. Ma sarà solo dopo la fine della dittatura che Mujica assumerà un vero ruolo di dirigente politico, schierandosi con l’ala moderata del MLN favorevole a un accordo con Tabaré Vázquez. Un’ala guidata da Eleuterio Fernández Huidobro, fautore di un’intesa anche con i “nemici di un tempo”, ossia con i servizi segreti dell’esercito, con cui era stata stabilita una collaborazione già nel 1995, per contribuire alla sicurezza di Fidel Castro durante una sua visita in Uruguay. Tuttavia l’anno successivo la collaborazione si era ampliata, ed era stata finalizzata a neutralizzare i molti militanti dell’ETA rifugiati nel paese e nella vicina Argentina, di cui si temeva che potessero preparare un attentato in occasione di una visita dei reali spagnoli. Logico che quest’ala del MLN si sia impegnata sempre per evitare di guastare i rapporti con i militari, ex torturatori inclusi.

In quel periodo Mujica, che sarà tra i primi ad essere eletti in parlamento, affina le sue capacità di comunicazione: “Bisogna farsi capire e bisogna farsi ascoltare da questo popolo”, dice, e spiega il concetto facendo sorgere il dubbio che il suo stile non sia del tutto spontaneo:

Bisogna essere semplici nella trasmissione del pensiero; è necessario conoscere il gergo di questo popolo, la sua cultura e la subcultura. Alla lunga quella che era nata come una necessità si incorpora e si trasforma in uno stile proprio. Bisogna saper comunicare con le persone più povere; quando si raggiunge questo scopo si comunica con tutti.

Se la comunicazione passa solo per un gruppo di classi e categorie sociali si riduce il proprio campo di influenza. In politica bisogna utilizzare questi strumenti con molta chiarezza. Bisogna parlare per la maggioranza. […] Non è neanche importante ciò che si dice, ciò che conta è che rimanga in chi ascolta. […] Io cerco di fare questo. Per esempio se ho a disposizione in televisione un minuto, un minuto e mezzo, devo tirare fuori qualche idea che sia come una frustata, che sia ben chiara. Alla fine dei conti i problemi essenziali sono di una semplicità brutale. E sono quasi sempre gli stessi.[iii]

Accanto ai suggerimenti quasi banali, appunto di “una semplicità brutale”, compaiono concetti inquietanti: anzitutto l’interclassismo (“se la comunicazione passa solo per un gruppo di classi e categorie sociali si riduce il proprio campo di influenza”), e anche il concetto: “bisogna parlare per la maggioranza”, completato dal “non è neanche importante ciò che si dice”, va nella stessa direzione.

Probabilmente questa impostazione si spiega con la scarsità di letture formative negli anni della guerriglia: lo stesso Mujica la ricostruisce così:

Le nostre fonti furono le resistenze urbane ai nazisti, quelle dei partigiani, quelle degli algerini contro la Francia coloniale. Cercammo di creare qualcos’altro, e in qualche modo fummo i nuovi creatori della resistenza urbana. [iv]

Trovati poco utili - in un paese piatto e fortemente urbanizzato - i classici manuali di guerriglia del Che o di Mao Tse-Tung, Mujica accenna all’utilizzazione di testi di Charles De Gaulle e perfino di Menachem Begin sulla guerriglia antibritannica del 1946-1948. Accanto all’Arte della guerra di Sun Tzu, Mujica ricorda ancora scritti sulla guerra di Algeria e sull’esperienza del generale (di destra) Grivas a Cipro tra il 1955 e il 1959. Tutti testi “tecnici”, che potevano servire a tutto meno che alla formazione “politica” dei militanti e dei combattenti. Questo spiega un nuovo ricorso alla tecnica, questa volta quella della comunicazione, senza un ancoraggio politico, senza una delimitazione degli interlocutori: sia dal punto di vista dell’appartenenza di classe, sia delle funzioni. Ecco spiegato il dialogo con i militari, che rappresentano la continuità dello Stato borghese, e naturalmente hanno diritto all’impunità perpetua…

(a.m.14/12/14)



[i] Citato nel bel libro di Nadia Angelucci e Gianni Tarquini, Il presidente impossibile. Pepe Mujica da guerrigliero a capo di Stato, presentazione di Erri De Luca, Nova Delphi, Roma, 2014, p. 171.

[ii] Ivi, p. 169.

[iii] Ivi, p. 126.

[iv] Ivi, p. 43



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