Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

Frane e preservativi

E-mail Stampa PDF

Frane e preservativi

 

Purtroppo lo scandalo indecente della Protezione Civile arriva alla maggior parte degli italiani solo attraverso le discussioni sulle prestazioni sessuali offerte al capo.

Si parla dei preservativi, di cui potremmo anche infischiarcene, per sorvolare ad esempio sull’Italia che frana: ci sono San Fratello e gli altri paesi aggrappati alle pendici dei Nebrodi, c’è Maierato nel vibonese, dove una cinepresa ha registrato la discesa inesorabile della montagna, ci sono i paesi del messinese, Scaletta Marina, Giampilieri, Briga e Scaletta Zanclea, abbandonati senza aiuto dall’inizio di ottobre.

E ci sono le ferite non rimarginate di tante altre tragedie, come quella di Sarno, sempre in pericolo a ogni pioggia, tutte o in gran parte nel sud, abbandonato e beffato. Negli ultimi due decenni ci sono state 5.000 alluvioni, con migliaia di morti e danni incalcolabili.

Dopo l’emergere dello scandalo Bertolaso, c’è stata finalmente – anche se è stata occultata da quasi tutti i TG - una prima reazione degli abitanti dell’Aquila, che si sono indignati scoprendo che proprio tra gli uomini vicini al grande mago della Protezione Civile c’era chi rideva sulla loro disgrazia. Soprattutto hanno verificato che nulla si è cominciato a fare di quel che era necessario per ricostruire quella città stupenda. Sarebbe costato probabilmente di meno, ma politicamente rendeva di più ostentare quella specie di “villaggi Potiomkin” che davano l’illusione di un’efficienza che non c’era (e che per giunta spesso erano anche il frutto di un impegno non del governo ma di un’amministrazione locale come la Provincia di Trento).

Pochi hanno detto che il vero scandalo  non sono le ballerine brasiliane, ma lo sperpero di miliardi in grandi opere inutili, spesso in rovina prima o subito dopo l’inaugurazione, dagli stadi del nuoto ai megaimpianti della Maddalena; conseguenza inevitabile dell’assurdità di una struttura prevista per le emergenze naturali, e impegnata a programmare “eventi” di ogni genere e di nessuna utilità come la beatificazione di padre Pio o i pellegrinaggi a Loreto, ovviamente con annesse tangenti, variamente distribuite. Non a caso, sempre con metodi sbrigativi, che ricordano quelli usati per occultare le mastodontiche spese militari. E tutto questo mentre l’Italia frana, si chiudono fabbriche, si riducono le scuole pubbliche in quelle condizioni vergognose di abbandono che sono state documentate nella rigorosa inchiesta televisiva di Riccardo Iacona a “Presa diretta”

Sulla vergogna della Protezione Civile, per fortuna, già prima che emergesse lo scandalo, c’era stato il bel libro di Manuele Bonaccorsi (Guarda il libro "Potere assoluto"), ma quanti lo hanno saputo e soprattutto letto?

E comunque il discorso va allargato. Non si tratta solo di quel che non va nel sistema della Protezione Civile così come si è strutturato in Italia sotto un bel numero di ministeri di segno diverso (cosa che spiega perché la cosiddetta “opposizione” taccia o si limiti ad aspettare che Fini e perfino Bossi le assegnino un’improbabile “vittoria”), ma di riprendere un discorso semplicissimo che faceva parte un tempo del repertorio essenziale della sinistra: invece di aspettare i disastri, per poi rappezzare alla meglio, e con una spesa molto maggiore, il territorio disastrato, sarebbe necessaria una prevenzione costante e sistematica.

Piantare alberi sui costoni franosi come quello che abbiamo visto in movimento a Maierato; ricostruire e alzare gli argini; sgomberare i corsi d’acqua da tutto quello che sistematicamente ostruisce e ritarda il deflusso delle acque; ripulire i boschi dalle sterpaglie secche che facilitano gli incendi anche senza che ci sia dolo; demolire le case costruite (anche se con tanto di autorizzazione comunale…) sui greti dei torrenti, e che li trasformano in fiumare devastanti e incontrollabili alla prima pioggia prolungata, come abbiamo visto a Giampilieri; viceversa offrire contributi per avviare opere di risanamento strutturale di un patrimonio abitativo abbandonato e fatiscente, che a volte viene giù anche senza una scossa di settimo grado…

Già solo facendo questo si potrebbe dare lavoro ad alcune centinaia di migliaia di persone, in lavori utili e con un risparmio netto rispetto agli interventi di emergenza dopo le catastrofi.

Invece si programmano opere faraoniche, inutili e dannose: che se ne farebbero a Giampilieri del ponte sullo Stretto? Uso il condizionale, perché sono convinto che il ponte non si farà mai: per arricchire ulteriormente i soliti noti basteranno le percentuali previste per la mancata realizzazione, e i rimborsi per studi di attuazione fatti anche alla buona e quindi a costo zero, sapendo che non si porterà mai a termine un’opera così costosa e insicura in una zona sismica e franosa… D’altra parte ero stato un anno fa per un dibattito in un paesino del catanzarese, e avevo verificato la criminale incuria in cui vengono lasciate la rete ferroviaria e quella stradale in quella regione, porta d’accesso al famigerato ponte che dovrebbe far risparmiare mezz’ora per l’attraversamento dello stretto, dopo ore e ore di viaggio… Già allora c’erano moltissime strade interrotte da frane, di cui non si sapeva niente nei bollettini della viabilità, ora risulta che ce ne sono 160 nella sola provincia di Cosenza!

E non parliamo delle centrali nucleari, di cui non si conoscono i costi reali (se negli Stati Uniti hanno smesso di costruirle da trent’anni, è perché farle sicure è possibile, ma a un costo esorbitante…), e di cui semplicemente si ignorano i costi di smaltimento: magari si pensa di utilizzare il metodo usato da Lucchini e dal padre della Marcegaglia, affidandone la gestione alle mafie. A parte la scandalosa clausola che sottrae alle regioni perfino la possibilità di pronunciarsi, si è annunciato che i siti (tenuti nascosti in periodo elettorale) saranno scelti dai privati che li costruiranno. Inutile aggiungere che, anche senza pensare ai prevedibili pericoli, ci si deve opporre perché non creerebbero un numero significativo di posti di lavoro, e succhierebbero altre preziose risorse dello Stato per arricchire le solite gang in colletto bianco. Basta con la fiducia nel privato, seminata anche dalla sedicente sinistra: è sinonimo di rapina!

Ci vuole una svolta radicale del movimento sindacale

Intanto centinaia di migliaia di lavoratori il cui posto di lavoro è minacciato sono spinti dai sindacati confederali ad aggrapparsi alla speranza di un qualche intervento delle autorità (nazionali, regionali, provinciali e comunali), caso per caso, per salvare la loro fabbrica, senza neppure far balenare la prospettiva di una lotta generale per la difesa del lavoro.

“Economisti” del centro sinistra sono stati capaci di avallare anzi l’idea di altri sacrifici, dal prolungamento dell’età pensionabile, a quello dell’orario di lavoro, proprio mentre sarebbe invece indispensabile una grande campagna con al primo posto la richiesta di una riduzione generalizzata e massiccia dell’orario di lavoro. Riduzione a 30 o anche 24 ore settimanali, tenendo conto che da decenni la produttività è aumentata, anzi si è raddoppiata più volte, mentre l’orario è rimasto fermo (l’altro elemento aumentato sono ovviamente i profitti).

Ci sono volute molte decine di anni di lotte per conquistare le 8 ore, poi la rivendicazione della ridistribuzione dell’orario tra tutti per creare nuova occupazione e riassorbire quelli che per il padrone sono “esuberi”, è stata semplicemente accantonata e dimenticata.

Ma perfino questa richiesta, fondamentale anche per ridare fiducia e una prospettiva a chi è invece stato spinto a implorare un salvataggio comunque, oggi non è più sufficiente, dopo che almeno dal 1980 è stata criminalmente abbandonata la difesa dei posti di lavoro: deve essere unita a quella per creare nuove possibilità di occupazione utili e in prospettiva redditizie, come quelle che abbiamo indicato.

Non affidate a un nuovo carrozzone, sia o no una SpA, ma gestite invece dai diretti interessati fin dalla fase della loro identificazione e rivendicazione. Non delegata agli enti locali, e organizzata dai lavoratori, che possono sapere meglio di altri cosa serve e a chi serve, e quali iene e sciacalli non devono metterci il naso...

Non ho mai mitizzato il vecchio PCI (in cui ho militato per anni e che comunque rispetto), e ne ho sottolineato spesso errori e limiti strategici. Ma una delle esperienze degli anni Cinquanta, quella degli “scioperi alla rovescia” dei disoccupati, soprattutto nel Mezzogiorno, che iniziavano senza autorizzazione lavori pubblici indispensabili, va studiata seriamente. Solo una mobilitazione popolare, dal basso, con tutta la sua carica di creatività, può infatti far nascere e crescere la lotta. Per farla vincere, ci vorrà molto di più, ma intanto cerchiamo di cominciare… (a.m. 16/2/2010)

Vedi anche: Il congresso CGIL  e  La rinascita del sindacalismo nel secondo dopoguerra