Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Il labirinto colombiano

Il labirinto colombiano

E-mail Stampa PDF

IL PRESIDENTE CHÁVEZ NEL LABIRINTO COLOMBIANO

Maurice Lemoine

[Da Le Monde diplomatique Le président Hugo Chávez dans le labyrinthe colombien]

 

«Il governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela rende noto che, il [sabato] 23 aprile 2011, è stato arrestato all’aeroporto internazionale Simón Bolívar di Maiquetía [Caracas], il cittadino di nazionalità colombiana Joaquín Pérez Becerra, carta d’identità 16 610 245, mentre cercava di entrare nel paese in un aereo commerciale proveniente dalla città di Francoforte (Germania)».

Pérez Becerra, sul quale – secondo la versione ufficiale – gravava un mandato d’arresto “codice rosso” dell’Interpool per “terrorismo”, è stato estradato fin dal lunedì 25 aprile in Colombia, su richiesta del governo di quel paese, che intende processarlo in quanto responsabile in Europa del Fronte internazionale delle Forze armate rivoluzionarie di Colombia (FARC). Il ministero venezuelano degli Interni e della giustizia ha reso noto che, con questa espulsione, Caracas «ratifica il proprio incrollabile impegno nella lotta alla delinquenza e alla criminalità organizzata, nel rigoroso rispetto dei suoi impegni e della cooperazione internazionale». Il presidente colombiano Juan Manuel Santos, da parte sua, dopo aver pubblicamente ringraziato il suo omologo Hugo Chávez, ha aggiunto qualche precisazione sul retroscena dell’arresto. Secondo il suo discorso, il sabato mattina, mentre Pérez Becerra era in volo tra la Germania e il Venezuela, ha chiamato Chávez: «Gli ho dato il nome e gli ho chiesto di collaborare ad arrestarlo. Lui non ha esitato. È un’ulteriore prova della nostra fattiva collaborazione».[1] Caracas non ha smentito questa versione dei fatti.

La collaborazione congiunta fra i due paesi, del tutto contrapposti e i cui rapporti tumultuosi hanno alimentato la cronaca degli ultimi anni, provoca un forte disagio in seno a organizzazioni sociali e a settori di sinistra latinoamericani che, dal 1998, sono quelli che si sono mobilitati di più per difendere la rivoluzione bolivariana dagli attacchi di cui era bersaglio (soprattutto da parte della Colombia). L’atteggiamento del presidente Chávez ha suscitato interrogativi, critiche, a volte in termini molto aspri, sia in Venezuela sia all’estero. Il tono delle reazioni si potrebbe sintetizzare come segue: “Come può un governo che si dice rivoluzionario collaborare con i servizi segreti colombiani e americani?”.

La sorte riservata a Pérez Becerra solleva in effetti parecchie perplessità.

Nato in Colombia, ha fatto parte dell’Unione patriottica (UP), un partito legale fondato nel 1985, i cui membri, militanti e dirigenti, sono stati sterminati (4.000 morti) dai paramilitari, strumenti del terrorismo di Stato. Nel 1994, dopo l’assassinio della moglie, ha dovuto lasciare il paese per salvarsi la vita e si è rifugiato a Stoccolma dove, rinunciando alla nazionalità originaria, è diventato legalmente svedese. Contrariamente a quel che pretendono Bogotà e Caracas, non è (più), quindi, colombiano.

Se questo sopravvissuto alla sporca guerra si è rifatto una vita e ha formato una nuova famiglia, non per questo ha abbandonato la lotta politica ed è diventato direttore dell’Agenzia di informazione nuova Colombia (Anncol), creata nel 1996 da giornalisti latinoamericani ed europei. Molto critico nei confronti di Palazzo Nariño,[2] ha denunciato senza concessioni la collusione tra paramilitari e sfere governative, gli scandali delle intercettazioni (chuzadas), e dei “finti positivi”.[3] Anncol pubblica anche, tra numerose altre fonti, comunicati delle FARC. Ma questo non fa del direttore di questo mezzo di comunicazione alternativo un “terrorista”, principale responsabile dell’organizzazione di opposizione armata nel continente europeo.

Com’è possibile, del resto, che questo cittadino – presunto ricercato dall’Interpol con l’“allarme rosso” – non sia mai stato disturbato in Svezia, il paese in cui vive da quasi vent’anni? Come è possibile che abbia potuto salire su un aereo a Francoforte, un aeroporto europeo di cui è difficile immaginare una negligenza del genere in fatto di sicurezza? Caracas e Bogotà sarebbero le uniche capitali al mondo a ricevere gli avvertimenti dell’Interpool? Allo stato attuale delle informazioni disponibili, si può fare una sola ipotesi: non esisteva alcun mandato d’arresto.

L’Interpol, un organismo internazionale, non conduce indagini sulla criminalità e non ha compiti operativi. Si limita a centralizzare gli avvisi di ricerca emessi dalle polizie dei paesi membri – ciascuno dei quali ha un Ufficio centrale nazionale (BCN) – e, nel quadro della cooperazione transfrontaliera, li ritrasmette a tutti i suoi corrispondenti. È dunque del tutto possibile - salvo smentita nei prossimi giorni da parte dei governi svedese e/o tedesco – che il mandato di cattura internazionale per Pérez Becerra fosse stato trasmesso al BCN di Bogotà dalla polizia colombiana quando ha saputo, grazie ai propri servizi di informazione, che Pérez si trovava già sull’aereo in cui, da quel momento, era in trappola. Al presidente Santos, a solo due ore dall’atterraggio, non restava che chiamare Chávez – che è caduto a testa bassa nella macchinazione.

Unica altra spiegazione possibile, nel caso in cui fosse esistito prima il mandato d’arresto: le imputazioni invocate erano troppo inconsistenti perché la polizia e il governo svedesi decidessero di interpellare ed estradare il proprio cittadino. Oppure, si deve far propria la tesi (che lascia perplessi, ma è richiamata da Chávez) di una cospirazione (Stoccolma?)-Washington-Bogotà-Interpol-CIA che avrebbe atteso pazientemente un viaggio di Pérez Becerra in Venezuela per tirar fuori da sotto il tavolo il mandato e mettere in imbarazzo Caracas: «Se lo estrado io, sono il cattivo, se non lo estrado sono lo stesso il cattivo».[4]

Eppure… Pérez è stato “spedito” in due giorni in Colombia, senza che la giustizia venezuelana ne abbia esaminato il caso. Rientra nelle usanze una simile precipitazione? Dal 2005, Chávez chiede a Bogotà l’estradizione di Pedro Carmona Estanga, ex capo dei padroni ricercato per aver preso illegalmente il potere e sciolto tutte le istanze pubbliche al momento del colpo di Stato dell’aprile 2002; a quanto pare, la giustizia colombiana ci mette di più per “riflettere” prima di prendere una decisione.

Nella sua detenzione nei locali del Servizio bolivariano d’informazione nazionale (Sebin), Pérez Becerra è stato sottoposto a completo isolamento; nessuno dei suoi interlocutori ha accettato di tener conto dei suoi documenti svedesi di identità; non ha avuto diritto all’assistenza legale né ha potuto contattare l’ambasciata svedese. Stando così le cose, il suo caso somiglia al rapimento, da parte di un commando colombiano che godeva di complicità locali, il 13 dicembre 2004, in piena Caracas, di Rodrigo Granda –lui sì, effettivamente membro della Commissione internazionale delle FARC – un caso che all’epoca aveva provocato una vigorosa (e legittima) reazione del presidente Chávez.

Non si può seriamente contestare che il riavvicinamento tra la Colombia e il Venezuela, dopo l’avvento al potere di Chávez il 7 agosto 2010, costituisca uno sviluppo positivo. Lungo è stato l’elenco degli incidenti che, durante la presidenza di Álvaro Uribe, sono culminati nella rottura dei rapporti diplomatici tra i due paesi, dal novembre 2007 al luglio 2010. Si è instaurata una tregua. Per ragioni economiche. Bogotà ha bisogno di una normalizzazione: per la chiusura episodica delle frontiere, le esportazioni colombiane in Venezuela sono passate da 6 miliardi di dollari nel 2008 a 1,4 miliardi nel 2010.

Da parte sua, la Repubblica bolivariana, cui queste esportazioni mancano, ha anch’essa interesse che il suo vicino ponga termine alla campagna che, in sintonia perfetta con Washington, ha teso a fare del Venezuela un “complice del terrorismo” e un “narco-Stato”. Poiché ciascuno ci trova il suo vantaggio, ciascuno dei due presidenti dimostra – in apparenza! – quanti più segni possibili di buona volontà. Ed è in nome della Ragion di Stato che sembra difficile – se non impossibile – per Chávez rifiutare l’estradizione richiesta, mentre Santos gliene aveva concessa un’altra di grandissima importanza, quella del (presunto) narcotrafficante venezuelano Walid Makled.

Quando era in auge, Walid Makled, ricchissimo uomo d’affari, è stato proprietario della compagnia aerea Aeropostal e controllava più di un terzo dei porti e aeroporti venezuelani. Nel 2008, quando i suoi due fratelli, Alex e Abdalá, furono arrestati in possesso di 400 chili di cocaina, scappò per sottrarsi al mandato d’arresto spiccato contro di lui, prima di essere alla fine arrestato, il 26 agosto, a Cúcuta in Colombia. La sua estradizione è stata richiesta dal Venezuela fin dal 26 agosto (oltre al traffico di droga, gli si imputavano in questo paese tre omicidi) e, il 6 ottobre, dagli Stati Uniti, che lo ritengono un “capo” particolarmente importante.

Con la complicità delle autorità colombiane, Makled, dopo la reclusione in un carcere di “massima sicurezza” particolarmente permissiva, ha trascorso il suo tempo a rilasciare interviste ai mezzi di comunicazione colombiani e venezuelani (d’opposizione, per non dire uribisti), spiegando di aver beneficiato di complicità ai livelli più alti, civili e militari, della Repubblica bolivariana e di aver partecipato al finanziamento di questa o quella campagna elettorale, a seconda dell’occasione. Egli ha altresì precisato che preferiva essere estradato negli Stati Uniti e che era già pronto a «trattare al 100% con la giustizia americana».

È noto come questa funzioni in casi del genere. In cambio di rivelazioni, vere o fabbricate, utili alla politica di Washington (e non solo in materia di narcotraffico), l’imputato può vedersi offrire riduzioni di pena particolarmente allettanti. Cosa che aveva colto perfettamente il presidente Chávez quando aveva dichiarato: «L’Impero gioca ad offrire a quell’individuo non si sa quante facilitazioni, compresa la sua protezione, purché cominci a vomitare tutto quel che gli pare contro il Venezuela e il suo presidente».[5] Di qui l’interesse di processarlo a Caracas e – molti lo sperano, perlomeno nella base “chavista” – di portare alla luce, se il suo processo ne conferma l’esistenza, le reti di corruzione che corrodono a tutti i livelli il Venezuela. È dunque un magnifico dono quello che ha fatto Santos al governo bolivariano quando, malgrado le intense pressioni degli Stati Uniti, ha annunciato, il 13 aprile, che Makled sarebbe stato estradato in Venezuela (mentre stiamo scrivendo, quest’ultimo comunque sta ancora in Colombia…).

Ragion di Stato, quindi. Crudele ma indispensabile, secondo la formula ormai consacrata. Ma i guai ci sono, e raddoppiati. A pragmatismo, infatti, pragmatismo e mezzo.

Santos non viene dal nulla. Ministro della Difesa del presidente Uribe, ha partecipato attivamente all’attuazione della sua micidiale politica di “sicurezza democratica” ed è direttamente implicato nello scandalo dei “finti positivi”. Arrivato al potere, ha preso le sue distanze e non manca occasione per smarcarsi dal suo predecessore, regalandosi a poco prezzo l’immagine di “moderato”. Ben più furbo di Uribe, gioca a fare il rappacificatore con il Venezuela. Ma ne è veramente un buon “amico”? Il paese vedrà ridursi il livello di aggressione cui è stato sottoposto fin qui? Se ne può seriamente dubitare.

Certo, la Colombia annuncia l’estradizione di Makled a Caracas. Ma le autorità colombiane hanno fatto sapere che dei funzionari americani sarebbero autorizzati a interrogarlo prima. Ci si può quindi aspettare che prossimamente (vale a dire prima dell’elezione presidenziale venezuelana del 2012) “sconvolgenti rivelazioni”- corroborino o meno quelle che il trafficante farà alla giustizia del suo paese- alimentino i media e la “comunità internazionale” di un delizioso veleno made in USA. In una parola: la bomba a scoppio ritardato che Caracas voleva neutralizzare non è stata affatto disinnescata.

Ancor meno lo è, d’altro canto, per il fatto che a Londra l’International Institute for Strategy Studies (IISS) annuncia la presentazione ufficiale, il 10 maggio, di un’opera intitolata The FARC Files: Venezuela, Ecuador and the Secret Archive of Raúl Reyes. Il libro conterrà – è già annunciato – un’analisi del materiale contenuto nelle tre pennette USB e nei dischi rigidi dei due computer trovati accanto al corpo del responsabile dei rapporti internazionali delle FARC, Raúl Reyes, morto sotto un bombardamento, in territorio equatoriano, l’1 marzo 2008. Da prendere con le molle, insostenibili sul piano giuridico, le migliaia di documenti in questione, presumibilmente certificati dall’Interpol, sono serviti già largamente, tramite i media acquisiti alla “causa”, ad accreditare la tesi secondo cui Caracas (al pari di Quito) fornisce un massiccio appoggio finanziario, politico e militare alla guerriglia.[6]

Un po’ dimenticati negli ultimi tempi, i “magici computer” risorgeranno ben a proposito. Il dossier sarà accompagnato – precisa l’IISS – da un CD-Rom contenente le loro e-mail. Formidabile! Si tratta di documenti quanto mai inediti! Sorprenderanno sicuramente il capitano Ronald Ayde Coy Ortiz, estensore del rapporto della Divisione antiterroristica della Direzione delle indagini criminali (Dijin) della polizia colombiana sul materiale informatico «appartenente all’ex guerrigliero». Dalla fine del 2008, ascoltato dalla giustizia colombiana su richiesta dell’omologo equatoriano, ha rivelato sotto giuramento che il «computer» di Reyes non conteneva «nessuna posta elettronica».[7] Vi si sono trovati soltanto schedari Word con «copie di posta» - che chiunque, dopo di allora, ha potuto introdurvi: il rapporto dell’Interpol dedicato a questo materiale precisa che migliaia di queste schede sono state create, modificate o soppresse dopo essere cadute inelle mani dell’esercito, poi della polizia colombiani.[8]

Ovviamente, quando riprenderà questa “campagna”, di cui si può prevedere che sarà molto enfatizzata dai media  - e che farà passare in secondo piano i progressi sociali del governo bolivariano – Santos potrà sempre obiettare al «suo amico Chávez» che lui non è responsabile delle pubblicazioni dell’IISS. Ma è certo lui che, ministro della Difesa e agli ordini dei suoi padroni Uribe e George W. Bush, ha organizzato, nel 2008, questa manipolazione e diffuso ai quattro venti gli «archivi di Raúl Reyes».

Il capo di Stato colombiano vince quindi su tutti i tavoli.  Né l’«Impero» né la destra venezuelana saranno grati al presidente Chávez per aver agito in direzione dei loro interessi. Colmo dell’ironia e del cinismo, si è addirittura sentito Rafael Uzcátegui, segretario generale del partito d’opposizione Patria per tutti (PPT – due deputati) indignarsi: «Il paese si chiede chi è il presidente del Venezuela: Hugo Chávez o Juan Manuel Santos?».[9] A sinistra, in compenso, emerge una frattura,  che coinvolge i sostenitori più fedeli della rivoluzione bolivariana, che si ritengono traditi nei loro ideali, il loro internazionalismo e la loro solidarietà nei confronti di Pérez Becerra.

Nessuno può chiedere decentemente a Caracas di schierarsi armi e bagagli con la guerriglia. Il conflitto colombiano va risolto in Colombia, tra colombiani (se serve, con una mediazione accetta a tutti i belligeranti). Il Venezuela, da parte sua, può legittimamente pensare di non dover patire per la guerra interna – e non ne è responsabile – che lacera il paese vicino. Ma non è lontano il tempo (maggio 2008) in cui, analizzandole nella loro realtà profonda, il presidente Chávez invitava la comunità internazionale a smettere di considerare le FARC (e l’Esercito di liberazione nazionale – ELN) come «gruppi terroristi» e a riconoscere le ragioni politiche della loro lotta armata. Chi avrebbe potuto allora immaginare che la patria di Bolivar avrebbe estradato un giornalista, esule in Europa, il cui unico torto è quello di lacerare il velo di silenzio che ricopre, in larga parte, la Colombia?

Per finire: il Venezuela non è l’unico paese a dover essere interpellato… Questa triste storia non ci sarebbe stata se prima della sua partenza dalla Svezia il viaggio di Pérez Becerra non fosse stato scoperto e segnalato. Dal 2010, è noto che la Colombia ha dispiegato, nel quadro di una campagna di intimidazioni, l’Operazione Europa, i suoi servizi segreti nel vecchio continente. Questi non solo sorvegliano i colombiani in esilio, i loro amici latinoamericani o altri, i giornalisti “malpensanti”, ma sono anche arrivati a spiare, per cercare di neutralizzarne l’influenza o di screditarli, la Commissione dei diritti dell’uomo del Parlamento europeo, gli eurodeputati “non simpatizzanti” (del governo colombiano), le organizzazioni di difesa dei diritti dell’Uomo, ecc.

Il 25 ottobre 2010, a Madrid, una ventina di membri di organizzazioni non governative (ONG) spagnole hanno denunciato l’ex presidente Uribe per essere stati spiati, aver subito intercettazioni telefoniche, essere stati perseguitati e minacciati. Cinque giorni dopo, a Bruxelles, e per gli stessi motivi (sottrazioni di foto e video, furto di documenti e dischi rigidi di computer, minacce durante viaggi in Colombia nel quadro di programmi di cooperazione,) la vittime di questo tipo di pratiche sono anch’esse ricorse in giudizio.

Finora, né l’Unione Europea, né il suo Parlamento – che non sogna altro che portare a termine il negoziato di un Trattato di libero commercio con il paese andino – hanno indagato su questi atti illegali di Bogotà. Se, come è loro dovere, lo avessero fatto, Pérez Becerra non sarebbe oggi sicuramente rinchiuso, come tanti altri prigionieri politici, in una galera colombiana. Ormai non può che sperare nell’intervento vigoroso della Svezia che, il 27 aprile, ha chiesto spiegazioni al Venezuela per non essere stata messa al corrente dell’arresto del concittadino e della sua estradizione.

Per ora, dell’“affare Pérez” restano: una destra venezuelana che si diverte e segna i punti; una sinistra bolivariana turbata e divisa, e quindi indebolita; un sopravvissuto dell’UP caduto di nuovo in mano ai suoi carnefici; e un Santos che conduce il gioco a livello regionale…

Il bilancio non è per niente soddisfacente.

---------------------------

(traduzione dal francese di Titti Pierini)

 


[1] El Tiempo, Bogotà, 25 aprile 2010.

[2] Il Palazzo presidenziale colombiano.

[3] Chuzadas: Intercettazioni effettuate al più alto livello dello Stato; «finti positivi»: uccisioni da parte dell’esercito colombiano di ignoti cittadini fatti poi passare per guerriglieri morti in battaglia (la giustizia ha in mano più di 3.000 casi).

[4] Radio Nacional de Venezuela, Caracas, 30 avril 2011.

[5] El Nacional, Caracas, 8 novembre 2010.

[6] Si veda «La Colombie, Interpol et le cyberguérillero» e «Emissaire français en Colombie», in Le Monde diplomatique, rispettivamente: luglio 2008 e maggio 2009.

[7] Canal Uno (Bogotà) e El Nuevo Herald (Miami), rispettivamente: 1 novembre e 5 dicembre 2008.

[9] El Nuevo Herald, 30 aprile 2011.

 



You are here Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Il labirinto colombiano