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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Almeyra: Note sui governi "progressisti"

Almeyra: Note sui governi "progressisti"

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NOTE SUI GOVERNI PROGRESSISTI LATINOAMERICANI

Guillermo Almeyra

 

1 - Così come non esiste un’unica America Latina ma esistono varie regioni molto diverse tra loro, unite non strettamente soprattutto dalla storia e dalla cultura comuni e dal comune problema di una dipendenza dall’imperialismo statunitense che ha fatto dell’area il “proprio cortile di casa”, non esiste una specifica categoria di “governi progressisti”, poiché essi sono frutto di una serie di rapporti di forza specifici fra le principali classi dei singoli paesi e il capitale finanziario internazionale e l’imperialismo, rapporti irripetibili che dipendono direttamente dalla storia, la densità sociale e la cultura di ciascun paese. Questi danno come risultato, sporadicamente, il sorgere di blocchi sociali popolari, antimperialisti e antioligarchici, che includono settori delle classi dominanti o dei ceti medi agiati che tentano di promuovere una politica nazionalista borghese, approfittando delle difficoltà dell’imperialismo su scala mondiale come pure delle brecce in seno alla sua dominazione per allargare lo spazio per la crescita dell’economia nazionale, in contrasto con la linea generale che il capitale finanziario internazionale vuole imporre.

 

2 - La natura mondiale del sistema capitalista e l’inserimento in esso dei paesi di tutta la regione chiamata America Latina in un rapporto di dipendenza afferrano per i piedi i governi capitalisti di quei paesi quando cercano di uscire sia pur parzialmente dal pantano asfissiante delle politiche neoliberiste. Dal momento che tutti loro nascono da una crisi sociale e da movimenti di massa con una dinamica che si scontra con il sistema fino a quel momento consolidato della dominazione capitalista, e quindi mettono in discussione il capitalismo stesso senza averne piena consapevolezza, creando – come si è detto – un nuovo blocco di classi fautore di una politica nazionale antimperialista, questi governi, che mancano di una forza propria, non hanno altra possibilità di affermarsi se non procedendo con misure più coraggiose che colpiscono il capitale.

 

3 - I cosiddetti governi “progressisti” nascono, a livello mondiale, nella crisi e dalla crisi dell’imperialismo e, per cercare di conservare il sistema modificandolo, ricorrono all’incanalamento delle forze sociali non capitaliste e oggettivamente in conflitto con il capitalismo – i settori operai, contadini e popolari – ancora carenti di autonomia politica, di una coscienza anticapitalista e di un proprio programma. Queste forze si muovono prevalentemente, nell’ambito delle rivendicazioni economiche e sociali offerte dal Welfare, entro i margini del sistema e per obiettivi nazionalisti, anticolonialisti e a favore della giustizia etnica laddove i discendenti dei popoli originari o gli afroamericani sono la maggioranza o una parte consistente della popolazione.

 

4 - Il governo di Lázaro Cárdenas, in seguito alla crisi del 1929, costituisce l’esempio più radicale di questo tipo di governi, definiti da Trotsky “bonapartisti sui generis” perché, essendo capitalista e cercando di consolidare lo Stato, si basava sui contadini che occupavano le terre e li armava contro i proprietari terrieri, sosteneva gli operai e li organizzava per subordinarli, al contempo, al proprio governo e, grazie all’appoggio e alla mobilitazione degli sfruttati, controbilanciava l’imperialismo e le deboli classi dominanti su scala nazionale, così come i servi di queste nell’apparato statale, mentre a livello internazionale utilizzava le contraddizioni interimperialiste per navigare tra gli scogli sviluppando una politica nazionale e nazionalista.

In quello stesso periodo ci furono l’effimero governo di Grau San Martín e di Guiteras a Cuba e, nel periodo di crisi e ricomposizioni del capitalismo dell’immediato dopoguerra, altri governi dello stesso genere, con profonde differenze tra loro, come quello del MNR boliviano e la sua collaborazione governativa con la Central Obrera Boliviana , quello di Juan Domingo Perón in Argentina, quello di Getulio Vargas in Brasile, di Carlos Ibañez del Campo in Cile, di Juan José Arévalo e di Jacobo Arbenz in Guatemala o quelli del secondo e terzo governo di Velasco Ibarra in Ecuador. Dalla crisi della fine degli anni Sessanta, con le grandi mobilitazioni culminate nel 1968, uscirono del pari i governi di Juan Velazco Alvarado in Perù e di Juan José Torres in Bolivia e, più di recente, quello di Hugo Chávez è sorto dall’esplosione popolare e dalla mattanza del Caracazo, e quello di Kirchner dal disastro della crisi economica argentina nel 2001, con la conseguente esplosione popolare che rovesciò il governo.

 

5 - Il capitalismo è un sistema mondiale, ma la realizzazione del profitto (e la politica necessaria a tal fine) avviene a livello dei vari Stati nazionali. Data l’impotenza in questi Stati della borghesia nazionale di fronte all’enorme potenza del capitale finanziario internazionale, delle grandi compagnie multinazionali e delle grandi potenze imperialiste (nel caso del nostro continente, degli Stati Uniti) in ogni Stato, piccolo o medio, le classi dominanti si dividono. La maggior parte di esse si inserisce come socio minore nel capitale finanziario internazionale, diventa esportatrice-importatrice, prestanome, esportando illegalmente i propri capitali. Un piccolo settore, in compenso, si aggrappa all’apparato statale e cerca che questo la sostituisca accettando come minor male che detto apparato cerchi di rafforzarsi basandosi sulle classi popolari e addirittura promuovendone l’organizzazione, e applica una politica distributiva nazionalista che privilegia il mercato interno , e quindi le PyME [acronimo per Piccole e medie imprese, NdR] e le imprese che producono per questo).

Finché il governo riesce a conservare l’appoggio popolare, e a contenere la radicalizzazione dei settori operai organizzati che vogliono ottenere nuove conquiste (e che minacciano l’intera borghesia, specie quella nazionale, che è quella con maggiore intensità di forza lavoro e che più ignora le leggi del lavoro e dell’assistenza sociale e che dispone di minori margini di profitto per poter fare concessioni), questo rachitico settore nazionale accetterà, anche se non di buon grado, di conservare una specifica politica economica del blocco innaturale che lo lega ai lavoratori e a qualsiasi genere di produttori-consumatori. Ma nel momento in cui le due lame della forbice si separano in seguito a una radicalizzazione del settore sociale, la borghesia nazionale, a causa dei propri interessi e dei suoi vincoli culturali e sociali con il settore maggioritario della propria classe, si subordinerà al settore legato al capitale finanziario e all’imperialismo.

I governi “progressisti” sono per questo effimeri e, o avanzano in direzione anticapitalista e si trasformano e decantano, o cedono all’alleanza tra l’imperialismo e l’oligarchia una volta che non hanno più l’appoggio popolare che hanno utilizzato in precedenza. Questi governi, infatti – insistiamo – sono il risultato di un rapporto di forza che si manifesta eccezionalmente in determinate condizioni nazionali e internazionali, e che si modificano. Costituiscono un’anomalia in quanto sono governi capitalisti che si vedono costretti a realizzare una politica che non è quella del grande capitale, mobilitando all’uopo forze che non sono capitaliste e senza le quali non possono vincere la resistenza della maggioranza dei capitalisti.

 

6 – Questo ci conduce al ruolo dello Stato nei paesi in cui compaiono i cosiddetti “governi progressisti”. In effetti, gli outsiders nelle classi dominanti che partecipano a questi governi o li creano provengono dall’apparato statale (sono militari come Cárdenas, Perón, Ibáñez del Campo, Velazco Alvarado, Bermúdez, Torres, Arbenz, Chávez, oppure sono politici del regime come Kirchner e sua moglie, politici menemisti; o appartengono ai settori elevati dei ceti medi urbani, vale a dire ai settori maggiormente inseriti nell’apparato statale e con maggiore interessi politici, come il professor Alvarado o come l’allora candidato a deputato Fidel Castro), e pochissimi sono sospinti da rivoluzioni di massa (come quella del 1952 in Bolivia o la semirivoluzione contro González de Losada che ha portato al potere Evo Morales), dato che queste rivoluzioni sono soltanto tre: quella haitiana, che è stata una rivoluzione sociale, etnica e indipendentista a un tempo; quella messicana, che è stata una rivoluzione democratica e agraria; e quella boliviana, che ha presentato accentuati aspetti di dualismo di poteri anticapitalista.

I piccolo-borghesi civili o militari che pervengono a controllare l’apparato statale credono che questo si identifichi con loro e costituisca uno strumento per la trasformazione della società in cui il potere reale continua ad essere nelle mani ormai fuse con il capitale finanziario internazionale delle classi dominanti e sono convinti di essere veri e propri demiurghi, non confidando nelle capacità dei lavoratori sui quali si appoggiano e di cui temono l’indipendenza. Donde il verticismo dei loro governi, la concentrazione delle decisioni da parte dei rispettivi leader, il funzionamento non democratico, volontaristico e decisionistico dell’apparato dello Stato, la crescita della burocrazia… e anche la fragilità della loro base, per quanto possano ottenere un rilevante sostegno in determinati momenti.

 

7 – Le rivoluzioni democratiche dirette fin dall’inizio o incanalate nel corso del loro sviluppo da settori piccolo-borghesi che non si pongono inizialmente l’obiettivo di rovesciare il capitalismo (come quello che seguì Fidel Castro o quello che inizialmente sostenne il golpe di Hugo Chávez) portano al governo dirigenti che condividono i metodi e le posizioni di fondo delle classi dominanti tranne la sottomissione all’imperialismo e che cominciano a staccarsi da una parte di esse solo sotto la pressione delle masse su cui si appoggiano o a causa delle aggressioni dell’imperialismo, che li costringe a difendersi, come è accaduto a Cuba. La cosa risulta ancora più chiara nel caso di quelli che, come il kirchnerismo, hanno origine in una profonda crisi di dominazione borghese o da un vuoto politico, in combinazione con un’esplosione popolare, e che non nascono tuttavia con una base propria. Si tratta di governi capitalisti in mano non di capitalisti ma di piccolo-borghesi radicalizzati che sono influenzati dall’antimperialismo e dall’odio sociale per l’oppressione di larghe masse nazionali che non sono ancora arrivate ad acquisire una coscienza anticapitalista e ricercano un profondo cambiamento, ma all’interno del sistema, non contro il sistema. Essi controllano Stati capitalisti, influenzati dall’esterno dalla pressione del loro inserimento nel mercato mondiale e dal peso delle grandi multinazionali nella loro economia, e che al proprio interno conservano stretti legami con le classi dominanti nei loro apparati fondamentali e sono terreno di un’acuta lotta tra settori che nasconde la lotta di classe.

 

8 – La forza di fondo del capitalismo sta nell’egemonia culturale che esercita e nel feticismo che fa credere ai lavoratori salariati che vendono sul mercato la propria merce forza lavoro come fanno gli artigiani, che il mercato sia per principio giusto e che il capitalismo sia qualcosa di naturale e di eterno. La politica dei governi “progressisti”, con le loro riforme sociali e con la loro distribuzione (“50% del PIL al Lavoro e 50% al Capitale”), da un lato, e con il mantenimento dei profitti delle grandi imprese imperialiste, dall’altro lato, sembra logica tra questi settori che sicuramente lottano tutti i giorni contro i padroni per migliorare le condizioni di lavoro e i salari e contro la burocrazia che fa parte dell’apparato dello Stato, per la democrazia sindacale. Sorgono così fenomeni come la sindacalizzazione di massa e il sindacalismo combattivo, ma con obiettivi essenzialmente corporativi e democratici e, al tempo stesso, la dipendenza governativa da una potente democrazia sindacale inserita nello Stato e che funge da reclutatrice di sostegno e da  cuscinetto di fronte alla pressione della base.

 

9 – Il sindacalismo di classe e combattivo e i movimenti sociali costituiscono la conditio sine qua non della lotta per una trasformazione sociale, ma non bastano per ottenerla, , perché quello che serve realizzare è un mutamento della coscienza di classe, a livello di massa, dei lavoratori che oggi si battono contro alcuni capitalisti ma non contro il capitale. Vale a dire, un cambiamento della soggettività per effetto delle esperienze di lotte analizzate e ragionate consapevolmente in maniera socialista per diffondere e animare ciò che emerge solo in determinati momenti di lotta, vale a dire, il senso della collettività, la democrazia proletaria, la solidarietà piena, l’internazionalismo. Infatti, lo sviluppo capitalista che ha eliminato le comunità e che tende a imporre l’egoismo, l’individualismo, il consumismo, l’edonismo come modelli di vita, attualmente ostacola l’apprendimento nella vita quotidiana di tutto quel che possa essere solidarietà familiare, di gruppo, di quartiere, sindacale o nazionale, che invece in una fase di minore sviluppo del capitalismo sussistevano ancora. Per questo i più radicali sono i meno assimilati, al pari degli indigeni che vivono in comunità. Questo assegna un grande peso alla necessità di unificare in Bolivia i residui del comunitarismo indigeno con la lotta per il socialismo.

 

10 – Per aiutare l’espansione dell’anticapitalismo di massa presente in forma semiconsapevole, storicamente, in alcuni paesi con forti tradizioni di lotta – come la Bolivia, l’Argentina o il Messico – servono strumenti di lotta non solo teorici ma anche pratici, nell’attività sindacale e politica quotidiana. La cosa principale è la conquista dell’indipendenza di classe da parte di un importante settore dei lavoratori perché in seno a questo movimento i socialisti potranno intervenire ed esercitare più facilmente un’influenza, con la loro insostituibile iniziativa teorica e pratica, in continua interazione con l’elaborazione teorica e l’innovazione organizzativa ad opera degli stessi lavoratori, e con la capacità di ascoltarli e di imparare da loro, nel momento stesso in cui apportano al loro sviluppo teorico la comprensione dell’unità mondiale del sistema e, quindi, la necessità dell’internazionalismo. I partitini settari non colgono la contraddizione che c’è, per una parte, tra coloro che, volendo lottare, seguono direzioni borghesi o piccolo-borghesi e, per un’altra parte, queste direzioni, come quella kirchnerista, e credono che una lotta sindacale di classe con metodi radicali sarebbe sufficiente per sostituirle e danno al loro “socialismo” il solo carattere di una propaganda generale di un futuro remoto. Ma questa lotta, pur se diretta da gruppi settari, è importante in quanto affronta la dipendenza dei governi “progressisti” dagli apparati repressivi e dalla burocrazia sindacale. Naturalmente, quel che si deve fare non è soltanto combattere le politiche filo capitaliste e imporre la democrazia sindacale, ma cercare di applicare e di sviluppare politiche alternative nel campo della produzione, della distribuzione, del consumo, rafforzando le tendenze alla salvaguardia ambientale, a una vita ricca e senza sperperi, all’organizzazione collettiva. In questo momento, è questo che non fanno né i governi “progressisti”, la cui politica à neosviluppista e neoestrattivista e rafforza il capitale, e neanche i movimenti che si oppongono da sinistra a questi governi.

Guillermo Almeyra

Traduzione di Titti Pierini (1 giugno 2011)

 

 

NOTAS SOBRE LOS GOBIERNOS LLAMADOS “PROGRESISTAS”

Guillermo Almeyra

 

1-Así como no hay una sola América Latina sino diversas regiones muy diferentes entre sí unidas más que todo de modo laxo por la historia y la cultura comunes y por el común problema de su dependencia del imperialismo estadounidense que ha hecho de la región su patio trasero, no hay una categoría especial de “gobiernos progresistas” porque éstos  son fruto de  una serie de relaciones de fuerzas particulares entre las clases principales de los distintos países y el capital financiero internacional y el imperialismo, relaciones irrepetibles que dependen estrechamente de la historia, la densidad social y la cultura de cada país. Ellas dan como resultado, esporádicamente, el surgimiento de bloques sociales populares, antiimperialistas y antioligárquicos, que incluyen sectores de las clases dominantes o de las clases medias acomodadas que intentan llevar a cabo una política nacionalista burguesa aprovechando las dificultades que enfrenta el imperialismo en el plano mundial así como las brechas en su dominación para ampliar el espacio para el crecimiento de la economía nacional a contrapelo de la línea general que quiere imponer el capital financiero internacional.

 

2- El carácter mundial del sistema capitalista y la inserción en él de los países de todas las regiones de la llamada América Latina en una relación de dependencia atrapan por los pies a los gobiernos capitalistas de esos países cuando intentan salirse aunque sea parcialmente del pantano asfixiante de las políticas neoliberales. Dado que todos ellos surgen de una crisis social y de movimientos de masa con una dinámica que choca contra la forma hasta entonces asentada de dominación capitalista y, por lo tanto, cuestionan al capitalismo mismo sin tener plena conciencia de ello y crean, como dijimos, un nuevo bloque de clases partidario de una política nacional antiimperialista, esos gobiernos, que carecen de fuerzas propias, no tienen otra posibilidad de afirmarse sino avanzando con medidas más audaces que afectan al capital.

 

3- Los llamados gobiernos “progresistas” nacen, en escala mundial, en la crisis y de la crisis del imperialismo y aprovechan, para tratar de mantener el sistema modificándolo, la canalización de las fuerzas sociales no capitalistas y objetivamente en choque con el capitalismo –los sectores obreros, campesinos y populares- que aún carecen de independencia política, de una conciencia anticapitalista y de un programa propio. Estas fuerzas se mueven, sobre todo, en el marco de las reivindicaciones económicas y sociales ofrecidas por el Estado de Bienestar Social dentro del margen del sistema y por reivindicaciones nacionalistas, anticolonialistas y en pro de la justicia étnica allí donde los descendientes de los pueblos originarios o los afroamericanos son mayoría o una parte importante de la población.

 

4-El gobierno de Lázaro Cárdenas, a raíz de la crisis de 1929, es el ejemplo más radical de este tipo de gobiernos y Trotsky lo calificó de bonapartista sui generis porque, siendo capitalista y tratando de afirmar el Estado capitalista, se apoyaba en los campesinos que ocupaban las tierras y los armaba contra los terratenientes, sostenía a los obreros y los organizaba para, al mismo tiempo, subordinarlos a su gobierno y, con el apoyo y la movilización de los explotados, contrabalanceaba al imperialismo y a las débiles clases dominantes a escala nacional, así como a los servidores de éstas en el aparato estatal mientras, a nivel internacional, utilizaba las contradicciones entre los diversos imperialismos para navegar entre los escollos desarrollando una política nacional y nacionalista.

En ese mismo período se dio el efímero gobierno de Gran San Martín y de Guiteras en Cuba  y en el período de crisis y recomposición del capitalismo de la inmediata posguerra surgieron otros gobiernos del mismo tipo, con profundas diferencias entre ellos, como el del MNR boliviano y su cogobierno con la Central Obrera Boliviana, el de Juan Domingo Perón, el de Getúlio Vargas en Brasil, el de Carlos Ibáñez del Campo en Chile, los de Juan José Arévalo y de Jacobo Arbenz en Guatemala o los del segundo y tercer gobiernos de Velasco Ibarra, en Ecuador. De la crisis de fines de los 60, con las grandes movilizaciones que culminaron en 1968, salieron igualmente los gobiernos de Juan Velazco Alvarado en Perú y Juan José Torres en Bolivia y, más recientemente, el de Hugo Chávez nació del estallido popular y la matanza del Caracazo y el gobierno kirchnerista, del derrumbe de la economía argentina en el 2001 con el consiguiente estallido popular que derribó al gobierno.

 

5- El capitalismo es un sistema mundial pero la realización de la ganancia (y la política necesaria para ello) se realizan en el plano de los diferentes Estados nacionales. Dada la impotencia de la burguesía nacional en esos Estados frente a la enorme potencia del capital financiero internacional, de las grandes transnacionales y de las grandes potencias imperialistas (en el caso de nuestro continente, de Estados Unidos) en cada Estado, pequeño o medio las clases dominantes se dividen. La mayoría de ellas se integra como socio menor en el capital financiero internacional, se hace importadora y exportadora, prestanombre, y exporta ilegalmente sus capitales. Un pequeño sector, en cambio, se aferra al aparato estatal y busca que éste la sustituya aceptando como mal menor que dicho aparato trate de reforzarse apoyándose en las clases populares y hasta impulse su organización y aplique una política nacionalista distributiva que privilegia el mercado interno (y, por lo tanto, a las PYMES y a las empresas que producen para el mismo).

Mientras el gobierno pueda retener el apoyo popular, y contener la radicalización de los sectores obreros organizados que quieren obtener nuevas conquistas (y que amenazan a toda la burguesía, especialmente a la nacional, que es la que tiene mayor intensidad de fuerza de trabajo y desconoce más las leyes laborales y la asistencia social y tiene menores márgenes de ganancia como para hacer concesiones), ese sector nacional raquítico aceptará, aunque no de muy buena gana, mantener una política económica propia del bloque antinatural que lo une con los trabajadores y con todo tipo de productores-consumidos. Pero cuando las dos hojas de la tijera se separen debido a una radicalización del sector social, la burguesía nacional, debido a sus intereses y a sus lazos culturales y sociales con el sector mayoritario de su clase, se subordinará al sector ligado al capital financiero y al imperialismo.

De modo que los gobiernos “progresistas” son efímeros y, o avanzan hacia el anticapitalista y se transforman y depuran, o caen ante la alianza entre el imperialismo y la oligarquía una vez que ya no tienen el apoyo popular que anteriormente disfrutaron. Esos gobiernos, en efecto, insistimos, son fruto de una relación de fuerzas que aparece excepcionalmente debido a condiciones nacionales o internacionales y que se modifican. Son una anomalía pues son gobiernos capitalistas que se ven obligados a realizar una política que no es la del gran capital movilizando para ello fuerzas que no son capitalistas y sin las cuales no pueden vencer la resistencia de la mayoría de los capitalistas.

 

6- Esto nos lleva al papel del Estado en los países donde aparecen los llamados “gobiernos progresistas”. En efecto, los outsiders en las clases dominantes que integran o crean esos gobiernos provienen o del aparato estatal (son militares como Cárdenas, Perón, Ibáñez del Campo, Velazco Alvarado, Bermúdez, Torres, Arbenz, Chávez, o son políticos del régimen, como Kirchner y su esposa, políticos menemistas; o pertenecen a los sectores altos de las clases medias urbanas, es decir, a los sectores más integrados en el aparato estatal y con más intereses políticos, como el profesor Alvarado o el entonces candidato a diputado Fidel Castro) pues muy pocos son impulsados por revoluciones de masa (como la de 1952 en Bolivia o la casi revolución contra González de Lozada que llevó a Evo Morales al poder) ya que esas revoluciones fueron sólo tres: la haitiana, que fue una revolución social, étnica y de independencia, todo a la vez, la mexicana, que fue una revolución democrática y agraria y la boliviana de 1952, que tuvo aspectos marcados de una dualidad de poderes anticapitalista.

Los pequeñoburgueses civiles o uniformados que llegan al control del aparato estatal creen que éste se identifica con ellos y es su instrumento para la transformación de la sociedad donde el poder real sigue en manos de las clases dominantes ahora fundidas con el capital financiero internacional y están convencidos de que son verdaderos demiurgos ya que no confían en la capacidad de los trabajadores en los que se apoyan y temen la independencia de los mismos. De ahí el verticalismo de sus gobiernos, la concentración de las decisiones en sus líderes, el funcionamiento no democrático, voluntarista y decisionista del aparato del Estado, el aumento de la burocracia… y también la fragilidad de su sostén, aunque puedan tener un apoyo muy grande en determinados momentos.

 

7- Las revoluciones democráticas dirigidas desde el comienzo o canalizadas en su desarrollo por sectores de la pequeñoburguesía que no se dan inicialmente el objetivo de derribar al capitalismo (como el que siguió a Fidel Castro o el que apoyó el golpe de Hugo Chávez) llevan al gobierno a dirigentes que comparten los métodos y posiciones fundamentales de las clases dominantes salvo la sumisión al imperialismo y que sólo comienzan a desprenderse de algunos de ellos bajo la presión de las masas en que se apoyan o debido a los ataques del imperialismo, que les obligan a defenderse, como sucedió en Cuba. Esto es aún más claro en el caso de los que, como el kirchnerismo, son originados por una profunda crisis de dominación burguesa y un vacío político, combinado con un estallido popular, pero que no nacen con base propia. Son gobiernos capitalistas en manos no de capitalistas sino de pequeñoburgueses radicalizados que están influenciados por el antiimperialismo y el odio social a la opresión de vastas masas nacionales que aún no han llegado a adquirir una conciencia anticapitalista y buscan un cambio profundo, pero dentro del sistema, no antisistémico. Ellos controlan Estados capitalistas, influidos desde el exterior por la presión de su inserción en el mercado mundial y por el peso de las grandes transnacionales en su economía y que, en su propio seno, mantienen lazos con las clases dominantes en sus aparatos fundamentales y son terreno de una aguda lucha de sectores que esconde la lucha de clases.

 

8- La fuerza del capitalismo reside fundamentalmente en la hegemonía cultural que ejerce y en el fetichismo que hace creer a los asalariados  que venden su mercancía fuerza de trabajo en el mercado como los artesanos venden las suyas, que el mercado es en principio justo y que el capitalismo es algo natural y eterno. La política de los gobiernos “progresistas”, con sus reformas sociales y su distribucionismo (“50 y 50 por ciento del PIB” para el Trabajo y el Capital) y el mantenimiento de la ganancia de las grandes empresas imperialistas en el otro, aparece lógica ante esos sectores que, sin embargo, luchan todos los días intransigentemente contra los patrones por mejorar las condiciones de trabajo y los salarios y contra la burocracia, que forma parte del aparato del Estado, por la democracia sindical. Surgen así fenómenos como la sindicalización de masa y el sindicalismo combativo, pero con objetivos esencialmente corporativos y democráticos y, al mismo tiempo, la dependencia gubernamental de una poderosa burocracia sindical integrada en el Estado y que le hace de reclutador de apoyos y de colchón ante la presión de las bases.

 

9- El sindicalismo de clase y combativo y los movimientos sociales son la conditio sine qua non de la lucha por un cambio social, pero no bastan para lograrlo, pues lo que hay que conseguir es un cambio en la conciencia de clase, en escala masiva, de los trabajadores que hoy combaten contra algunos capitalistas pero no contra el capital. O sea, un cambio en la subjetividad como resultado de las experiencias de luchas analizadas y razonadas de modo socialista para difundir y animar lo que sólo aparece en determinados momentos de lucha, es decir, el colectivismo, la democracia proletaria, la plena solidaridad, el internacionalismo. Porque el desarrollo capitalista, que ha acabado con las comunidades y que tiende a imponer el egoísmo, el individualismo, el consumismo, el hedonismo como modelos de vida, obstaculiza hoy la educación en la vida cotidiana con todo lo que sea solidaridad familiar, de grupo, de barrio, sindical o nacional que en una etapa menor del desarrollo capitalista aún existía. Por eso los más radicales son los menos integrados, como los indígenas que viven en comunidades. Eso le otorga tanto peso a la necesidad de unificar en Bolivia los restos del comunitarismo indígena con la lucha por el socialismo.

 

10- Para ayudar a la eclosión del anticapitalismo de masas presente en forma semiinconsciente, históricamente, en algunos países con fuertes tradiciones de lucha, como Bolivia, Argentina o México, se necesitan instrumentos de lucha no sólo teóricos sino también en la acción sindical y política cotidiana. Lo primero es la conquista de la independencia de clase por parte de un sector importante de los trabajadores porque en el seno de ese movimiento los socialistas podrán actuar e influir más fácilmente con su irremplazable acción teórica y práctica en interacción continua con la elaboración teórica y la innovación organizativa a cargo de los trabajadores mismos y sabiéndolos escuchar y aprendiendo de ellos al mismo tiempo que aportan a su desarrollo teórico la comprensión de la unidad mundial del sistema y, por consiguiente, de la necesidad del internacionalismo. Los pequeños partidos sectarios no entienden la contradicción que existe, por una parte, entre quienes, deseando luchar, siguen a direcciones burguesas o pequeñoburguesas y, por la otra, estas direcciones, como la kirchnerista, y creen que una lucha sindical de clase con métodos radicales bastará para sustituirlas y dan a su “socialismo” sólo el carácter de una propaganda general para un futuro lejano. Pero esa lucha, aunque esté dirigida por grupos sectarios, es importante porque enfrenta la dependencia de los gobiernos “progresistas” de los aparatos de represión y de la burocracia sindical. Sin embargo, lo que hay que hacer no es solamente combatir las políticas procapitalistas e imponer la democracia sindical sino intentar aplicar y desarrollar políticas alternativas en el campo de la producción, de la distribución, del consumo, reforzando las tendencias a la preservación del ambiente, a una vida rica y sin desperdicios, a la organización colectiva. Eso es algo que, actualmente, no hacen ni los gobiernos “progresistas”, cuya política es neodesarrollistas y extractiva y refuerza al capital, ni tampoco los movimientos que se oponen por la izquierda a esos gobiernos.

 

 

 



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