Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Ancora da Taranto

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Taranto: Una giornata cominciata bene e finita meglio

Una corrispondenza operaia

Un flusso di operai che giungevano dalla via Appia, la strada statale che costeggia l’ILVA. Arrivano e cercano un po’ di refrigerio. Il sole, nonostante sia ancora presto, comincia a picchiare. Il concentramento è sul Ponte S. Eligio, comunemente chiamato “Ponte di pietra”, che è l’altro ponte che collega la città antica dalla zona della ferrovia e dal Rione Tamburi (quello a ridosso del siderurgico). Il numero di operai è molto alto. E’ molto complicato stimare quanti siano. C’è poi l’altro concentramento di operai e di varie organizzazioni sindacali di base, dall’Arsenale Militare, che ha l’ingresso principale sulla strada centrale di Taranto. In questo corteo sono presenti un migliaio di persone, il corteo robusto si trova dall’altra parte.
La cosa che si nota immediatamente è che non si gridano slogan tranne, episodicamente “Il lavo- ro non si tocca”; mentre dalla parte del corteo meno numeroso gli slogan si sprecano, soprattutto nello spezzone dove c’è un comitato costituitosi un paio di giorni prima. Questo gruppo denominatosi “cittadini e lavoratori liberi e pensanti”, lanciano slogan contro il sindacato confederale, nessuno escluso, e altri slogan. Dagli slogan lanciati in questo spezzone, si comprende quello che, intorno alle 10,30, accadrà in piazza della Vittoria: dove si terranno i comizi dei segretari nazionali dei metalmeccanici e dei confederali. I due cortei sfilano senza problemi, tranne una contestazione contro Bonanni, segretario della CISL, mentre rilascia un’intervista. Intanto sono cominciati i comizi in una piazza stracolma di operai. Non mancano drappelli di impiegati. Mentre sta intervenendo Landini, segretario nazionale della FIOM/CGIL, in piazza entrano gli operai e anche il comitato organizzatosi con un furgoncino e l’amplificazio- ne. E’ iniziata la contestazione. La protesta è partita perché, il giorno prima una delegazione di operai, di questo comitato, si è recata alla sede dei sindacati metalmeccanici chiedendo di fare un intervento dal palco. I sindacati hanno rifiutato la richiesta. Da qui la contestazione. Per tutta risposta, nel marasma generale, alle 10,30 dal palco si grida “La manifestazione è finita”! A questo punto due operai del comitato, dall’amplificazione del furgone hanno tenuto brevi comizi egemonizzando tutta la piazza. L’adesione alle cose che diceva era evidente. “Siamo stanchi di delegare, dobbiamo decidere noi sul nostro futuro”. Non sono mancati slogan qualunquisti del tipo “la rovina dell’Italia siete voi”, rivolti ai sindacati. Ma non ci sono state proposte di cosa rivendicare all’ILVA. Si grida ai microfoni dei giornalisti delle varie emittenti televisive, alla domanda “ma cosa chiedete e a chi”? La risposta è “Salvare l’ILVA, e lo chiediamo a tutti: ai politici e alle istituzioni”! Bisognerà far emergere, fra questi lavoratori, che le prime responsabilità sono di Riva e che è lui che deve pagare per i danni procurati a una città in ginocchio sia dal punto di vista ambientale che da quello occupazionale.
Comunque, la giornata è stata positiva perché un’area consistente di operai potrebbe, final- mente, comprendere che solo se si liberano dalla morsa dei capi, dei dirigenti e dall’abbraccio mortale di Riva, che non sono assolutamente loro amici, potranno iniziare un percorso che li porti a rivendicare i propri diritti. Cosa che fino ad ora è mancata e che la giornata di ieri, con le sue mille contraddizioni, potrebbe rappresentare.

Il volantino distribuito alla manifestazione

DEVE ESSERE UNA GRANDE MANIFESTAZIONE PER ROMPERE CON LE POLITICHE PADRONALI E IL COLLABORAZIONISMO SINDACALE!

Mentre un gruppo di capi applaudiva i dirigenti dell’ILVA, agli arresti domiciliari, che andavano per rispondere degli addebiti loro rivolti, Emilio Riva e Nicola(anche loro agli arresti domiciliari), si consolavano con i profitti fatti nel 2011 (327,3 milioni di €uro - fonte quotidiano “Milano Finanza” del 31 luglio u.s.). Tutti, comunque si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Questo, mentre la Gip Todisco metteva il dito nella piaga: una situazione ambientale disastrata, complici politici e sindacalisti (locali e nazionali), i quali, ogni qualvolta si inaugurava qualche impianto che avrebbe dovuto ridurre le emissioni di sostanze inquinanti, inneggiavano al grande impegno che l’Azienda mette per affrontare la grave crisi ambientale. Ovviamente, come chiunque poteva costatare, dagli impianti della zona a caldo, fuoriuscivano inquinanti micidiali. La prova evidente di questa accondiscendenza, è stata la concessione dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale), la quale quando la ministra Prestigiacomo (governo Berlusconi ) la concesse all’ILVA, tutti gridarono al grande risultato ottenuto. Salvo, poi, dire il contrario quando ai primi dati che venivano pubblicati dall’indagine della Procura di Taranto sulle sostanza inquinanti e al successivo ritiro dell’AIA, da parte del Ministro dell’Ambiente, con altrettanta foga gridarono alla giustezza del provvedimento del ministro. Insomma, Riva, e i sei dirigenti, sottopost ad accuse gravissime, si becca la solidarietà di capi ma anche di settori di operai), nel frattempo si consola con i profitti fatti a spese degli operai, che lavorano su quegli impianti, e dei tarantini. Bene! Fatte queste precisazioni dovute, ci resta la solita domanda: E ora cosa si fa? Diventa indispensabile, a questo punto, auto-organizzarsi in comitati di lotta delle varie aree produttive dello stabilimento, non escludendo nessuno(tranne chi difende gli interessi di Riva), per affrontare il primo impegno che la classe operaia deve assumersi per uscire dal ricatto “ambiente o lavoro”, visto che Riva ha un solo obiettivo, ovvero fare soldi: rivendicare l’esproprio dell’ILVA per darle una gestione pubblica o, anche solo come S.p.A.

Una volta che divenuta di proprietà dello Stato (come è per l’ENI), si potrebbe affrontare il secondo passaggio che, un governo, minimamente serio, dovrebbe fare di fronte a un disastro di questo genere: fermare gli impianti per cambiare totalmente il processo produttivo con impianti già in uso in altre parti del mondo. Questi impianti denominati COREX o FINEX, secondo i dati disponibili, riducono di circa il 90% le emissioni inquinanti e, quindi, si potrebbe risolvere quasi del tutto il problema delle diossine, del benzo(a)pirene, del mercurio, del piombo ecc. La domanda che si pone è chi paga? Lo Stato dovrebbe impegnare risorse, in quanto proprietario, per affrontare questo problema, anche utilizzando una parte degli operai che con la fermata degli altiforni rimarrebbero senza lavoro e che potrebbero essere impiegati in lavori collaterali alla ricostruzione dei nuovi impianti. Un’altra parte, a rotazione, andrebbe in Cassa Integrazione, integrando il salario al 100%. In subordine tutto deve essere a spese di Riva, e lo Stato (i contribuenti) non deve metterci un solo euro. Per fare questa battaglia, gli operai non vanno lasciati soli, bisogna far sentire la vicinanza di tutta la popolazione tarantina sulla giustezza della posta in palio.

Chiediamo anche a chi crede che l’unica soluzione sia la chiusura dell’ILVA, di farsi una domanda: l’acciaio, serve o no? Se la risposta è negativa, crediamo si debbano chiarire a cosa serve l’acciaio. Se, come crediamo, la risposta è “si, l’acciaio serve”, allora non si potrà sostenere che si possa fare in Cina e in India, perché sarebbe un grave atto di razzismo. Come se si dicesse “Lì, si può inquinare e morire, qui a Taranto no”! La nostra organizzazione sarà sicuramente al fianco di questa impresa che può dare una svolta alla città.
Allora, avanti con la lotta per una grande vittoria della classe operaia e dei cittadini di Taranto e provincia!
SINISTRA CRITICA Taranto organizzazione per la sinistra anticapitalista via D. Peluso 74/c
http://sinistracritica-taranto.blogspot.com f.i.p. 2.8.2012 www.ilmegafonoquotidiano.org www.sinistracritica.org

Una polemica nella FIOM:

La dichiarazione di Sergio Bellavita - Segretario nazionale Fiom

"Le contestazioni di ieri al comizio di Cgil Cisl e Uil sono un segnale del profondo malessere dei lavoratori e delle lavoratrici. Un segnale che il sindacato non può banalizzare o ridurre a improbabili complotti o peggio confinare alla cosiddetta area antagonista, di cui in realtà il sindacalismo non complice dovrebbe essere parte.

Sono davvero dispiaciuto che anche la Fiom, Landini sia stato oggetto di contestazioni. Tuttavia non sono d'accordo con quanto Maurizio Landini afferma oggi in una sua intervista su Repubblica. Da lavoratore del sud emigrato posso raccontare la rabbia di chi i diritti non li hai mai conosciuti. I lavoratori chiedono un lavoro che non faccia morire ne' loro ne' i loro figli. Lottare per il diritto alla salute contro il padron Riva e' un dovere e non può essere scambiato per assistenzialismo. C'e' un ulteriore aspetto delle contestazioni su cui riflettere. La sfiducia. Quando un sindacato non riesce a intervenire sulla condizione concreta degli uomini e delle donne che rappresenta la sfiducia, la rassegnazione rischia di prevalere. I lavoratori sono stanchi dei riti sindacali, delle liturgie consuete e desuete. Dobbiamo indagare, approfondire questa rabbia e questa sfiducia. E dobbiamo dargli voce e forza.

Taranto rischia di essere uno dei primi potenti segnali al sindacato."