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La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Un libro contraddittorio su Fidel Castro

Un libro contraddittorio su Fidel Castro

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Un libro contraddittorio su Fidel Castro

Il giudizio su Guevara dei comunisti tedeschi

 

Lavorando abbastanza intensamente per finire in tempo un libro su Fidel Castro e Che Guevara che sto preparando per la casa editrice Alegre, ho ricercato in un vecchio computer un po’ di materiali che quasi non ricordavo più e che comunque non avevo inserito sul sito, tra cui questo. Mi è parso interessante anche per la polemica con la leggerezza con cui “Liberazione” aveva presentato entusiasticamente un libro mediocre (senza accorgersi che era utile solo per i documenti che provavano l’ostilità dei dirigenti comunisti tedeschi nei confronti del Che. “Liberazione” purtroppo non c’è più, ma riflettere sul modo superficiale con cui ha affrontato molti nodi cruciali, può essere utile. Su Castro d’altra parte non sono usciti più recentemente altri libri degni di nota.

(a.m. 6/9/12)

 

 

A breve distanza dalla “biografia consentita” di Claudia Furiati (La storia mi assolverà, il Saggiatore, Milano, 2002) è uscito un altro libro piuttosto voluminoso (oltre 500 pagine) su Fidel Castro: Volker Skierka, Fidel, Fandango, Roma, 2003. L'uno e l'altro sono stati segnalati su “Liberazione”, più positivamente di quanto meritino. Eppure si direbbe che i due libri siano stati concepiti prevedendo che di Fidel si debba parlare presto molto, per qualche nuovo problema di Cuba o per la sua morte. Effettivamente da molti anni non uscivano nuove biografie del líder máximo dopo quelle di Matthews e di Szulc, che peraltro, pur essendo “datate”, rimangono importanti per la conoscenza diretta che i due autori hanno avuto di molte vicende. Matthews anzi fu addirittura protagonista di un momento delicato della rivoluzione, giungendo sulla Sierra appena due mesi dopo lo sbarco del Granma per una lunga intervista a Fidel, quando Batista e gran parte dei media lo davano per morto. E non a caso l'una e l'altra sono servite come “fonte” per questi libri più recenti.

Non abbiamo recensito a suo tempo il libro della Furiati, sia perché non ci piaceva l'autopresentazione nel sottotitolo, “una biografia consentita”, sia perché avevamo constatato diverse ambiguità e reticenze sul ruolo del Che, trattato molto sbrigativamente; c'era poi un'accettazione totale della versione ufficiale sulle ragioni dell'eliminazione politica di un dirigente di primo piano come Carlos Aldana, e di quella fisica di Arnaldo Ochoa, su cui la maggior parte dei cubani nutrono dubbi. Ma, riletta per confrontarla con l'ultima biografia uscita, quella della Furiati appare assai più ricca, esauriente e quindi nel complesso relativamente più accettabile. Ci torneremo, dunque.

Ma allora, perché occuparsi adesso del libro di Skierka? Per molti aspetti è un libro di terza mano, e ha una bibliografia lacunosa e non convincente. Tra l'altro l'autore non ha letto neppure il libro della Furiati, che non cita anche se è uscito in molti paesi due anni prima del suo, e su Guevara ignora decine di libri fondamentali. Ignora perfino il libro sul pensiero economico del Che di Carlos Tablada, uscito nel 1987 e rimasto fondamentale (di Tablada cita solo un articolo in inglese). Il risultato è l'attribuzione a Guevara di posizioni diametralmente opposte a quelle che ebbe in realtà.

Skierka si basa molto sulle due biografie di Matthews (del 1971) e di Szulc (del 1986), ma soprattutto moltissimo, e questo è scandaloso, sul peggiore dei libri dedicati a Guevara nel trentesimo anniversario della morte, quello di Lee Anderson, pieno di pettegolezzi. E allora perché parlarne? Perché questo mediocre giornalista tedesco, che evidentemente non sapeva molto di Cuba e praticamente nulla di Guevara, ci ha fornito qualcosa di utile: ha messo infatti il naso negli archivi della ex Repubblica Democratica Tedesca.

Non sa navigarci bene, come è facile immaginare. Cita a volte scorrettamente, impastando le citazioni testuali con quel che pensa lui, ma vale la pena di riferire cosa ha scovato. D'altra parte perfino Lee Anderson ha fatto qualcosa di utile, pur essendo ugualmente privo di conoscenze di fondo sulla storia di Cuba, e soprattutto dei partiti comunisti e dell'URSS a cui erano legati. Egli è infatti un appassionato scopritore di banalità e di dati insignificanti, come la correzione della data di nascita del Che per insinuare che fosse stato concepito prima del matrimonio (che scandalo!) e soprattutto per cambiare il suo oroscopo (controllare per credere!) ma, avendo avuto dagli editori committenti fondi a volontà, ha passato anni a Cuba e molti mesi in Bolivia, in Argentina, e anche nella ex URSS, dove riuscì a trovare Mario Monje che faceva affari a Mosca con i suoi ex compagni russi diventati imprenditori. Lo ha intervistato e ha trascritto la sua spudorata versione del conflitto con Guevara del partito comunista boliviano di cui Monje era segretario. A dimostrazione che anche un mediocre può essere utile se capita, magari per caso, su fonti interessanti.

Dunque scartando tutta la parte di terza mano, prendiamo in esame solo i capitoli in cui il libro si basa prevalentemente sugli archivi della RDT. Neppure i documenti di archivio, si sa, sono di per sé sempre illuminanti. Basta pensare alla ridicola speculazione fatta in Italia sul cosiddetto “Dossier Mitrokhin”: spesso, anzi quasi sempre, gli agenti dei servizi segreti raccontano infatti quello che sanno gradito ai superiori, e ingigantiscono i propri meriti investigativi. Quindi anche parecchie delle notizie che arrivavano a Berlino Est su Cuba erano ciarpame dogmatico: ad esempio un rapporto sosteneva che Guevara e lo stesso Castro erano in preda a gravi “confusioni ideologico–politiche e teoriche nelle questioni fondamentali della politica del partito”, unite a un “radicalismo e a un nazionalismo piccolo-borghesi rappresentati dallo stesso Castro”, accusato anche di “arroganza nazionalista”. Castro e i suoi compagni stavano – secondo questo rapporto del 1964 – per distaccarsi politicamente dall'URSS per megalomania. (p. 223)

Di Castro si diceva che non aveva “superato la sua innata tendenza, da sempre molto marcata, a una maniera di lavoro molto partigiana, al nazionalismo e al radicalismo di sinistra”, e che era però, purtroppo, “circondato dall'alone leggendario di eroe popolare e guida delle forze rivoluzionarie di Cuba” e godeva anche di un forte “sostegno sincero e totale delle masse” sicché i vecchi compagni “fedeli alla linea” di Mosca avevano “grandi difficoltà a intervenire per correggere gli errori”.

Quanto ai quadri dirigenti che circondavano Castro, diceva lo stesso ambasciatore della Germania Orientale, “sono tutti ancora più piccolo-borghesi di lui”. (p. 247)

Lo stesso ambasciatore, nell'ottobre 1965, informava i suoi superiori sui danni provocati dalla pubblicazione a Cuba dell'articolo di Guevara su “Il socialismo e l'uomo a Cuba” e del “Discorso al II seminario afroasiatico di Algeri”. L'intera concezione di questi lavori di Guevara avrebbe avuto “la sua origine nel radicalismo piccolo-borghese”. La prova: quegli scritti ricordavano molto “le idee del governo cinese”. Agli occhi di un burocrate stalinista i comunisti cinesi, che avevano fatto la più grande rivoluzione dopo quella d'ottobre, erano dunque “piccolo-borghesi”! Questi saccenti “marxisti-leninisti” non erano sfiorati neppure dal dubbio che Guevara non poteva essere davvero “filocinese”, dato che proprio nelle sue critiche sferzanti del discorso di Algeri metteva sullo stesso piano URSS e Cina come “complici dell'imperialismo”.

Per giunta, di fronte al mistero della sparizione di Guevara per alcuni mesi, quei rapporti ipotizzavano che stesse utilizzando la sua “fama leggendaria” per raccogliere intorno a sé alcuni comandanti: era più o meno l'accusa di “bonapartismo” mossa a Trotskij da Stalin e dai suoi accoliti! Il mistero che Skierka non sa spiegare è la datazione del rapporto dell'ambasciatore (12 ottobre 1965), cioè successiva al discorso del 3 ottobre in cui Castro aveva reso pubblica la lettera di addio del Che. Un ritardo nella registrazione a protocollo, dopo un viaggio fortunoso del rapporto?

Tutta la ricostruzione della partenza di Guevara da Cuba è confusa, intramezzata di tentativi di pseudoanalisi psicologiche (“il suo amor proprio era ferito”) e anche di vere e proprie sciocchezze, spesso in contraddizione tra loro: ad esempio a p. 228 si dice che Guevara partì “senza nemmeno dire addio a Fidel Castro, lasciandogli però, a detta di alcuni (?!) una lettera di saluto”. A p. 231 poi si sostiene che “soltanto i genitori del Che sapevano del suo viaggio” in Africa, quando è notissimo che la madre, morente, non volle credere alla versione fornita dal figlio sulle ragioni della sua partenza dall'Avana (andare a tagliar canna in Oriente) e gli scrisse una lettera amareggiatissima, che non lo raggiunse più. Più in là invece si parla della lettura pubblica della lettera del Che a Fidel: come spiegare questa contraddizione se non con la scopiazzatura da libri o articoli diversi?

Le notizie sull'impresa del Congo sono campate in aria: Guevara si sarebbe “unito al contingente del capo guerrigliero Laurent Cabila, un despota ambiguo che riuscirà a prendere il potere sul finire degli anni Novanta”. (p. 231) La missione sarebbe poi fallita perché “gli africani in guerra non avevano alcun codice di condotta e il Che si ammalò di asma e di dissenteria”. È evidente che il brillante giornalista non si è degnato di leggere neppure una delle molte edizioni dei “Passaggi della guerra rivoluzionaria: Congo” o almeno i capitoli su quella vicenda nei libri di Lee Anderson e Castañeda da cui aveva pescato invece solo insulsaggini e pettegolezzi.

Inoltre si direbbe che anche gli informatori della RDT (che una volta Skierka chiama “i compagni dell'ambasciata”, p. 223) raccattavano solo insinuazioni miserabili che confermavano la loro profonda ostilità per il “trotskista” Guevara, ma non sapevano riferire i termini esatti del dibattito sull'economia che appassionò Cuba nei due-tre anni prima della partenza di Guevara. Così, visto che questi rapporti segreti sono praticamente l'unica fonte del nostro giornalista, egli finisce per presentare Guevara come “vittima del suo orgoglio, della sua vanità e di una pulsione di morte”. Meno male che è morto, conclude: “che cosa avrebbero potuto farsene Castro e Cuba di un Che Guevara rivoluzionario in pensione, soprattutto dopo che questi, a mezzo stampa, aveva voltato le spalle al paese?” (p. 236)

E non è tutto. “La sua mistificazione come moderno martire cominciò con quella foto di Alberto Korda che ha fatto del Che la più popolare icona del XX secolo. Castro avrebbe avuto tutte le ragioni per condannare Guevara già dalla metà degli anni Sessanta quando questi, con la sua ostinazione ideologica combinata a scarse conoscenze economiche, aveva quasi rischiato di far naufragare la rivoluzione”. A questo alludevamo quando parlavamo delle conseguenze del non aver mai letto Carlos Tablada e altri autori che hanno analizzato attentamente la concretezza materialistica delle riflessioni di Guevara sull'economia.

Altre volte Skierka denuncia Guevara come “il più dogmatico”, contrariamente a quanto testimoniato dagli stessi avversari politici come Franqui. Bizzarramente poi sostiene che la frase “creare due, tre, molti Vietnam” non sarebbe “mai stata pronunciata”: secondo lui sarebbe solo una “libera interpretazione data dalla redazione dell'editore Giangiacomo Feltrinelli”. Una prova che questo signore non ha mai aperto le opere del Che! (pp. 249 e 299)

Dunque un libro spazzatura, che è grave sia stato presentato positivamente su “Liberazione” con un'intervista a Skierka fatta su un'intera pagina con una tecnica da pubblicità occulta, dato che del libro, reclamizzato nel titolo, si scrive solo quello che dice l'autore.

I molti passi come quelli già ricordati (ad es. alle pp. 248–252), di denuncia del cosiddetto “estremismo radicale” che propagandava la “rivoluzione mondiale”, criticava l'URSS per il mancato appoggio al Vietnam del Nord bombardato dagli Stati Uniti, e osava accusare i “partiti fratelli” dell'America Latina di aver rinunciato a ogni progetto rivoluzionario, non sono infatti una vera novità. Anche le reazioni scandalizzate di parte del movimento comunista al secondo caso Escalante, che vide coinvolte nel complotto diverse rappresentanze diplomatiche di “paesi socialisti", erano ben note a chi ha studiato seriamente quel periodo e non si è tappato gli occhi per negare che Guevara e la stessa rivoluzione cubana siano stati detestati dai burocrati stalinisti.

Finora sconosciuti, almeno in Italia, e quindi più utili, sono invece i verbali degli incontri al vertice tra dirigenti cubani e tedesco orientali. Durante una visita a Cuba del capo dello Stato e del partito unico Erich Honecker, accompagnato da una importante delegazione, che seguì di poche settimane la visita di Breznev del gennaio 1974, Castro fece mettere a verbale che Cuba, con lo zucchero e pochi altri prodotti di esportazione, aveva ricavato “benefici pari al 40% di quello che avrebbe potuto guadagnare vendendo i prodotti a prezzo di mercato”, mentre i costi delle importazioni di prodotti industriali erano del “10, 15, fino al 20% superiori ai prezzi del mercato mondiale”.

Tra le cose che Castro, indignato, rinfacciò agli Stati del blocco orientale ci fu, in particolare, la pratica di rivendere sul mercato libero lo zucchero che essi importavano da Cuba a un prezzo più favorevole. “Per fare un esempio, la Polonia rivende il 100% dello zucchero che le inviamo. La quantità di zucchero immessa sul mercato mondiale dai “paesi fratelli” aveva fatto diminuire la quota che Cuba poteva vendere direttamente e di cui aveva bisogno per procurarsi divise forti: “Abbiamo perso milioni, miliardi di dollari in divise liberamente convertibili”. (pp. 264–266)

Per giunta sempre secondo Fidel Castro, il 23% delle merci che dovevano arrivare dalla RDT non sono mai arrivate, non si sa se per “difficoltà nella spedizione” o per problemi nella produzione. Insomma il “fraterno aiuto” lasciava parecchio a desiderare, mentre non mancavano le ingerenze.

Tra i rapporti, purtroppo riportati sempre non integralmente, ma frammentariamente, mescolando citazioni testuali e parafrasi, ce ne sono alcuni che riferiscono i commenti di Fidel sul Cile di Salvador Allende dopo il Golpe. Fidel dice di averlo previsto e di aver riempito l'ambasciata cubana a Santiago di armi leggere che Allende rifiutò fino all'ultimo di ritirare e distribuire al popolo (solo una piccola parte di esse fu salvata e riuscì ad arrivare al MIR, su cui peraltro Castro avrebbe poi espresso un giudizio ingeneroso); altri riportano le sue osservazioni sulle spedizioni in Africa, in cui non poche erano le difficoltà incontrate. Ad esempio nel 1984, quando i cubani avevano ormai 40.000 uomini in Angola, Castro si sfogò con Hermann Axen, membro del Politbjuro del partito tedesco in visita a Cuba, lamentando nei dirigenti angolani l'assenza di principi, il lucro personale e la corruzione, e accennando anche ad atti di violenza ai danni della popolazione civile.

Per giunta, diceva, “vengono mandati via consulenti e specialisti cubani con anni di attività ed esperienza alle spalle per sostituirli con altri provenienti dai paesi occidentali”, per organizzare con loro “transazioni private volte ad arricchirsi”. (pp. 276–277) Probabilmente, un ricercatore più attento avrebbe potuto trovare sull'argomento ben altro negli archivi di Berlino Est, dato che nella cosiddetta “divisione socialista del lavoro” la Repubblica Democratica Tedesca aveva assunto un ruolo particolare in Africa e in Medio Oriente, mettendo a frutto le esperienze accumulate da varie generazioni precedenti nelle colonie o nelle aree di influenza tedesche e fornendo consiglieri militari e agenti dell'intelligence a un gran numero di regimi africani sedicenti “socialisti” o “progressisti”.

Comunque, finito il “socialismo reale”, finiscono del tutto le fonti interessanti ed inedite, e la bibliografia si riduce quasi esclusivamente ad articoli di giornale, e gli ultimi capitoli sono pieni di banali considerazioni su “L'eterno rivoluzionario” oppure su “Don Chisciotte e la storia”, e di tanti particolari sugli amori e i figli più o meno segreti del líder máximo.

Dispiace sinceramente che Fandango, una casa editrice piccola ma che ha pubblicato alcuni libri importanti (a partire da quelli di John Pilger) abbia scelto di pubblicare questo libro scadente, per giunta mal tradotto e con scarsissima cura redazionale, a partire dalla bibliografia, in cui la maggior parte delle opere sono indicate in tedesco e/o in inglese, e qualche rara volta anche in spagnolo, pur se tradotte da tempo in italiano. Particolare quasi comico: nella lista c'è il Minà della famosa “intervista in ginocchio”, non c'è Karol o Saverio Tutino o Paco Ignacio Taibo II…

(a.m.)



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