Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Arabie

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ARABIE

di Giorgio Carlin

Dal dibattito congressuale di Sinistra Critica, che comincia ad essere piuttosto nutrito, ho estratto questo contributo di un compagno torinese sulla situazione del Vicino e Medio Oriente, che mi sembra utile, anche se ho qualche perplessità su due punti: l’uso del termine società “arabe” anziché arabo-islamiche, e la ricostruzione della vicenda dell’integralismo islamico in Algeria, un po’ semplicisticamente attribuita all’appoggio diplomatico statunitense, e considerata causa anziché conseguenza dello “snaturamento” della rivoluzione e della sua degenerazione in regime militare. Ma credo sia nel complesso un contributo interessante e utile. (a.m. 26/9/12)

Non credo sia possibile decifrare la situazione ed i movimenti delle società arabe (intese in senso lato, compreso il mondo persiano e scita in genere) attuali senza tenere conto di tre forze che confliggono oggi in quei paesi.
Una prima forza in evidente declino ed in procinto di sparire anche, ma non solo, per sua colpa.
Una in potente ascesa, con alleati noti ed altri oscuri, in grado di dare alcune risposte concrete sia ai bisogni materiali che a quelli di dignità e senso.
Ed una aurorale che, non sempre da noi occidentali in buona fede, veniva vista come determinante segno dell'emancipazione, del progresso e, seppur in maniera critica, della stessa globalizzazione.

La prima forza è il nazionalismo arabo laico, o addirittura con ambizioni pan-arabe. Interprete inizialmente non degenere del movimento dei non allineati di Bandung del '54, anzi tra i suoi ispiratori per una visione anticoloniale, plurireligiosa, plurieretnica e socialista. Salì al potere nelle sue diverse declinazioni nazionali (Ba'Th, Partito Socialista Arabo e Movimenti di liberazione Nazionali) in quasi tutti i paesi arabi, escluse le monarchie reazionarie del Golfo e i loro alleati. Quasi tutti i suoi principali esponenti venivano dal mondo militare, e ciò non deve stupire in paesi (come in tutta l'Africa ed America Latina) in cui un giovane brillante e privo di mezzi non aveva altra prospettiva di carriera. Si chiamava bonapartismo…
Il movimento nazionalista arabo tentò sia la confederazione degli Stati in cui era al governo, che la modernizzazione della società tradizionale in cui operava e un miglioramento dei diritti e condizioni del lavoro. Fu sopraffatto dalla fine dell'URSS, dalla forza del sionismo, dai petrodollari sauditi, dai conflitti etnico religiosi fomentati dall'esterno, e non per ultimo dal tradimento dei suoi principi; con la corruzione, la dittatura personale e la mortale, tardiva adesione ai principi liberisti, che ha minato ovunque il consenso delle popolazioni.
Comunque continuava ad essere contrattatore più tenace della rendita petrolifera libica, o a suo tempo irachena, un Gheddafi od un Saddam che gli attuali fragilissimi signori di Bengasi e Baghdad. Il che dovrebbe spiegare molte cose.

La seconda forza è l'islamismo. Fin dalle sue origini - i Fratelli musulmani egiziani non a caso contro Nasser - ha goduto di non pochi, ma mai apertamente confessati, appoggi occidentali. Sia nelle sue forme “moderate” e non per questo meno letteralmente reazionarie, che in quelle più radicali predilette dal waabismo del Golfo. Una delle prime prove di forza fu non a caso contro l'unica vera rivoluzione di popolo araba, non ancora mediata completamente da un bonapartismo militare, cioè quella algerina. L'appoggio diplomatico americano, prima ancora che militare, ai tagliagole del GIA (gruppi islamisti algerini) portarono non solo al massacro di migliaia di contadini che credevano nella democrazia, nel faticoso progresso e, prima ancora, nelle loro cooperative - ma anche allo snaturamento della rivoluzione, degenerata in un regime militare.
Poi passarono al diretto attacco ad un impero sovietico ormai in ritirata generale, finanziando ed armando con tecnologie sofisticate i mujahidin afgani. Tribù considerate dagli stessi Talebani feroci quanto fanatiche, ma promosse sul campo “combattenti della libertà” contro un regime, quello di Najbullah, che un qualche consenso interno doveva pur averlo per resistere ancora due anni dopo il ritiro delle truppe sovietiche e senza alcun aiuto esterno.
Mujahidin, ma allora c'era già Al Queda, trasferiti con voli charter statunitensi in Bosnia per combattere contro i Serbi e responsabili di tali violenze da risultare invisi agli stessi musulmani locali.
I sunniti, nelle ipotesi statunitensi, dovevano ed in parte lo sono stati, strumento per trasformare la difficile occupazione dell'Iraq in una più comoda guerra civile.
L'attacco alle Torri Gemelle, su cui non mi dilungo, ha segnato una (provvisoria) rottura tra USA e Al Queda. Un riavvicinamento tra le “due potenze” si è verificato in Libia in occasione della decisione di liquidare Gheddafi; non certo perché tiranno, ma per moderare le sue pretese di royality petrolifere, fermare il suo progetto di FMI africano e ridefinire i rapporti sub imperialisti tra la Francia, l'Inghilterra ed un'Italia in evidente declino. Appoggiando quella che sembrava essere un periodico e “normale” tentativo di secessione della Cirenaica. Malgrado le aperte e purtroppo abituali falsità dei media, il totale delle vittime degli scontri tra ribelli e gheddafiani, prima dei bombardamenti NATO, non superava le 200 unità (fonte Amnesty), la catastrofe è avvenuta dopo. Basta vedere l'eccellente documentario di Silvestro Montanaro “Libia Libera” per averne una conferma non di parte*.
Governi islamisti moderati e formalmente democratici non sono mal visti nei paesi protagonisti delle primavere arabe, così come - il caso più cospicuo prima dell'Egitto - in Turchia. Quest'ultima, per troppo tempo lasciata fuori dell'Europa, ha deciso di essere la Prima in medio oriente e non l'Ultima nella UE. Ed i lavoratori turchi ringrazieranno le programmatiche cinque volte al giorno Allah di NON essere entrati nell'Unione europea..
Comunque è evidente un vistoso cambiamento di politica estera di questa media potenza: un piccolo irrigidimento di facciata nei confronti di Israele accompagnato da un robusto voltafaccia nei confronti del mondo scita e della funzione cuscinetto svolta dalla Siria. Ormai la Turchia è militarmente in prima fila, in inconsueta alleanza con le petromonarchie, ed il vaso di coccio multietnico e multireligioso siriano sta, ovviamente anche per colpa della camarilla al potere in quel paese, per esplodere. Come in Libia ciò non sarà a favore del popolo, rappresenterà una catastrofe per le minoranze etnico religiose (che perciò obtorto collo continuano ad appoggiare il regime) ed avvicinerà il confronto diretto con l'Iran, prossima vittima della NATO/Israele.
All'interno dell'islamismo convivono, noi che abbiamo conosciuto la DC siamo esperti di questi fenomeni, anime molto diverse -dai moderati agli estremisti salafiti, fino ad Al Queda- cementate però dalla condivisione del potere. Un potere fondato non solo sull'egemonia culturale delle scuole islamiche ma anche da un welfare religioso, tanto miserabile quanto pervasivo ed indispensabile alla sopravvivenza delle famiglie e che costituisce l'altra faccia del liberismo antistatalista del bazar.

La terza forza in campo è costituita dai giovani arabi che si sono mobilitati con un coraggio indescrivibile e chiarezza politica contro i tiranni dell'Egitto, Tunisia e Bahrein. Sono giovani urbanizzati, spesso con un buon livello scolastico e nessuna prospettiva (in ciò sono in universale compagnia) di futuro. Spesso in alleanza con sindacati di sinistra, unica tradizione “di opposizione” in quei paesi, che hanno un certo seguito e sono parimenti combattivi. Informati tramite internet anche sul mondo occidentale (che talvolta inevitabilmente mitizzano) non hanno nulla però dei protagonisti delle cosiddette rivoluzioni arancione, tanto meno i dollari. Tra di loro è presente, o almeno nascente, finalmente una sinistra non caudillista. Sono laici, femministi e tenaci. La presenza al loro fianco, come già detto, di lavoratori industriali (giovani e no) gli ha dato un baricentro sociale e segnato la vera differenza da fiammate sociali puramente ribelliste di molti paesi vicini.
Ma inevitabilmente, per ora e per un lungo tempo a venire, minoritari. Quanti erano i bolscevichi nel 1905?
La delusione di verificarlo, in occasione delle elezioni, è stato per loro un trauma che speriamo superino presto. In ciò sarebbe necessaria la solidarietà attiva della sinistra di alternativa occidentale che si è troppo divisa in passato tra diffidenza per presunti complotti imperialisti (che ci sono sempre ma non sono mai i soli - e raramente i principali- attori in campo) ed ingenuo umanitarismo.

Come diceva Gramsci in tempi non così dissimili dai nostri, mentre il vecchio sta morendo ed il nuovo non riesce ancora a nascere, avvengono degli strani portenti..

Giorgio Carlin, Torino 19-09-2012

*RAI3 - ceraunavolta- “Libia Libera”.
http://www.ceraunavolta.rai.it/dl/portali/site/puntata/ContentItem-5c774... [1]

 



Tags: Arabi  rivoluzioni  primavere  Libia  Iraq  Algeria