Grecia: il dibattito sull’Unione Europea e sull’Euro

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Dal sito http://anticapitalista.org

I giornali parlano poco oggi della Grecia, ma questo paese resta al centro della crisi sociale in Europa ed è ancora il bersaglio di un altro duro attacco della Troika (Commissione Europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale) per imporre una dose ulteriore, insopportabile ed inumana di politiche di austerità.

In questi giorni il Parlamento ha approvato (ma con un voto risicatissino, 151 deputati su 300) il nuovo pacchetto di misure richieste dall’Unione Europea, quella parte che per ora è stata resa pubblica; ne esiste una seconda, ancora peggiore, che viene tenuta segreta e che il governo ha intenzione di portare avanti subito dopo le elezioni europee che coincidono anche con le elezioni regionali ed amministrative del paese.

Nuove mobilitazioni sono in corso in questi giorni, ma dopo anni di grandi lotte senza che le lavoratrici e i lavoratori siano riusciti a bloccare l’attacco delle classi dominanti europee e greche, la spinta a cercare un cambiamento sul piano politico, attraverso una vittoria alle prossime elezioni di Syriza, che costituisce l’organizzazione fondamentale delle sinistre in Grecia, è molto forte. E’ quindi in corso la discussione su che cosa dovrebbe fare un governo delle sinistre se queste riuscissero ad arrivare alla direzione del paese e, in questo quadro, quale dovrebbe essere il rapporto con l’Unione Europea e con l’euro.

In proposito riprendiamo un articolo in 8 tesi che esprime le posizioni della Piattaforma di sinistra all’interno di Syriza, che come è noto è un partito frutto di una vasta coalizione di diverse forze ed organizzazioni. Questi contenuti sono difesi nell’organizzazione, ma anche proposti alle altre forze della sinistra (ad es. ad ANTARSYA e al KKE, il partito comunista) per una azione comune nella lotta politica in Grecia nella prossima fase (ndr).

Tesi sulla sull’UE e sull’euro

di Antonis Ntavanellos

1. Molta acqua è passata sotto i ponti dagli anni 1980, quando una grande parte delle classi operaie nell’ Europa del Sud, e specialmente in Grecia, sperava che il fare parte della UE avrebbe portato una prosperità permanente, e dagli anni 1990, quando una grande parte delle classi operaie nell’Europa dell’Est sperava che il fare parte della UE avrebbe portato la prosperità e la democrazia. Nel periodo della crisi internazionale del capitalismo, l’UE ha dimostrato di essere il “Comando Generale” delle classi dominanti degli Stati membri, il centro che coordina l’imposizione di una brutale e permanente austerità, elimina diritti elementari dei lavoratori e sociali, conquistati con le grandi lotte sociali della sinistra nel 20° secolo.

Come risultato, c’è una ondata di rabbia popolare e della classe operaia che investe – giustamente – i governi e le classi dominanti di ciascun paese, ma anche – giustamente – le politiche, i Trattati e i simboli della stessa Europa, che viene ora (finalmente!) percepita dalle larghe masse operaie e popolari come “l’Europa dei banchieri e degli industriali” e non come “l’Europa dei suoi popoli”.

Nei paesi del Nord, questa ondata prende – per ora – la forma di “euroscetticismo” (che si fonde con correnti politiche conservatrici e anche di estrema destra). Ma in Grecia, e più generalmente nel Sud, l’opposizione operaia e popolare alle politiche dell’UE ha principalmente un orientamento di sinistra, dimostrando che è possibile, (e a nostro parere necessario) connettere la strategia anticapitalista alla sistematica opposizione all’UE neoliberista.

2. L’allineamento di tutte le classi dominanti, dei governi e dei politici maggioritari all’intero blocco dei Trattati Europei (Maastricht, Lisbona, ecc.), la “santità” della Banca Centrale Europea e la preparazione di un Super-Memorandum europeo (un’austerità permanente istituzionalizzata che produrrà in tutta l’Europa la brutalità che è stata imposta alla Grecia e al Sud Europa) dimostra quanto sia utopistica la strategia di riforma e “rifondazione” dell’UE.

Ciò sta diventando ancora più ovvio, come risultato dell’emergere della questione fondamentale della democrazia. Le istituzioni europee sono diventate praticamente intoccabili dalla volontà della maggioranza sociale, cioè dei lavoratori. La lotta politica, combinata con il diritto di voto, dà qualche spazio per esercitare una pressione verso cambiamenti e riforme a favore del popolo in ciascuno Stato membro. Ma tale pressione non può toccare la Commissione Europea e la Banca Centrale Europea, che nel frattempo hanno ottenuto il diritto di controllare, approvare o cancellare i bilanci degli Stati membri.

Nell’attuale congiuntura, un collasso dell’UE a causa dei contrasti e vicoli ciechi interni nella crisi, è più probabile della realizzazione di una strategia di autoriforma, evoluzione, o ”rifondazione” dell’UE, come suggerito, ad es., dal Partito Comunista francese e dalla maggior parte dei partiti della sinistra europea.

3. Nel documento di fondazione di SYRIZA, l’UE era presentata come un “campo di lotta di classe” in parallelo con il modo in cui la sinistra agisce verso il governo o il sistema politico in ciascun paese.

Tale posizione, anche se più radicale delle utopie riformiste di rifondazione dell’UE, non è più sufficiente.

L’esperienza di Cipro ha dimostrato che se la sinistra come corrente politica e ancor più come governo cerca di proteggere i lavoratori e il popolo contro l’imposizione dell’austerità, dovrà rompere la disciplina dell’UE e scontrarsi con la sua direzione.

Come marxisti, sosteniamo la parola d’ordine dell’Europa dei lavoratori, l’Europa della pace e della collaborazione, gli Stati Uniti Socialisti d’Europa.

Ma oggi ci è chiaro che tale prospettiva storica si realizzerà con lo scontro e il rovesciamento dell’UE attualmente esistente, e non con l’inesistente potenziale dell’UE di evolvere e rifondarsi.

Poiché capiamo in questo modo l’internazionalizzazione della lotta, dobbiamo mettere in evidenza che l’”Europa” dei lavoratori deve essere “aperta” ai paesi dell’ex blocco orientale, alla Turchia e all’altra costa del mare Mediterraneo, ai paesi delle rivolte arabe.

4. La posizione della sinistra verso l’Euro non può essere determinata da “secchi” criteri economici. Devono esser aggiunti i dilemmi politici, le questioni strategiche poste dalla lotta di classe.

La resistenza sociale altamente sviluppata in Grecia ha aperto la possibilità di un governo di sinistra. Tale prospettiva politica è basata sull’impegno a cancellare i Memorandum e tutte le misure di austerità che la classe dominante e i creditori hanno imposto durante la crisi. Se la sinistra – e SYRYZA in specifico – non realizza questa promessa, il governo di sinistra sarà condannato: o sarà rapidamente rovesciato dalla destra, o degenererà in politiche neoliberiste.

Ciò significa che l’impegno a cancellare i memorandum deve essere rispettato “con tutti i mezzi necessari”. E tra i possibili “mezzi necessari”, specialmente sullo sfondo dell’esperienza di Cipro, ci deve essere la rottura con l’Eurozona e una uscita dall’Euro. Non necessariamente come la prima scelta di un governo di sinistra, ma necessariamente come una scelta che non può essere esclusa dall’arsenale di possibili armi contro i creditori e i mercati.

La politica rispetto alla questione della moneta, è una politica che non ha come punto di partenza la moneta stessa; il suo punto di partenza è piuttosto la determinazione a rovesciare l’austerità.

5. Come marxisti, capiamo che se gli sviluppi sociopolitici rimangono confinati nei limiti del capitalismo, un ritorno alla moneta nazionale può avere effetti negativi. La nostra politica non ha niente in comune con il protezionismo e il nazionalismo (economico). Non stiamo cercando una via di uscita dalla crisi per il capitalismo greco, ad es. rafforzando la competitività della produzione greca tramite una costante svalutazione della moneta “nazionale”. Al contrario, perseguiamo una politica di rovesciamento dell’austerità e di superamento del capitalismo.

6. Ma il confinamento nei limiti delle regole capitalistiche non deve essere visto come inevitabile. Dopo tutto, le sfide che un governo di sinistra dovrà oggettivamente affrontare saranno più generali: cancellazione del debito( o della sua maggior parte), nazionalizzazione delle banche, rinazionalizzazione delle grandi imprese pubbliche e dei servizi privatizzati, inasprimento dei controlli sulle libertà del capitale, rovesciamento della “flessibilità” nei rapporti di lavoro, ecc. Un governo di sinistra che mantenga la promessa di lottare contro l’austerità, non può che annunciare un’era di transizione verso la vittoria della classe operaia e l’emancipazione socialista.

7. Dobbiamo porre la nostra posizione sulla moneta in questo contesto generale. Una posizione che, dopo tutto, non sarà giudicata esclusivamente sulla ”energia” del movimento di resistenza e della sinistra in un solo paese. Poiché nell’Europa contemporanea, una vittoria della sinistra e della classe operaia darà il via a un effetto domino, l’effetto di allargare l’ondata del cambiamento agli altri paesi. E reciprocamente, sarà un dovere di un governo di sinistra, prima di decidere ogni mossa drammatica, di fare appello ai lavoratori e alla sinistra in Europa per avere solidarietà, per disporre delle forze necessarie a organizzare e sostenere politicamente le risposte internazionali contro ogni tentativo di strangolare il primo serio sforzo di rovesciare l’austerità. E abbiamo ogni ragione di essere ottimisti sulla risposta a un simile appello: perché la situazione in Italia, in Spagna, in Portogallo, in Francia può essere descritta come una “prateria” dove una sola scintilla può scatenare l’incendio …

Nell’Europa-Prigione dell’Austerità, non ha senso predire quale preciso paese dimostrerà di essere “l’anello debole”. L’importante è trovare il primo che aprirà le porte della prigione.

8. Cento anni dopo il 1914, un secolo dopo il Primo Grande Massacro, vediamo la nostra lotta come la continuazione di quelle correnti politiche che allora lottarono per offrire un’alternativa internazionalista-anticapitalista-socialista agli sviluppi in Europa e nel mondo. Come Leone Trockij, noi crediamo che “la rivoluzione socialista comincia sull’arena nazionale, si sviluppa sull’arena internazionale e si compie sull’arena mondiale”. Fondandoci su questa tradizione, noi crediamo che la sinistra, nel mezzo della più profonda crisi capitalista dal 1929, non deve esitare ad adottare l’approccio più radicale possibile ai dilemmi che si trova di fronte all’interno del paese, ma anche su scala europea.

 

 

 



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