Stalinismo e vittime famigliari

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Stalinismo e vittime famigliari

di Diego Giachetti

Una delle tragedie del XX Secolo, quella relativa al regime staliniano in Unione Sovietica, può essere raccontata considerando le vicende in cui furono coinvolte, direttamente o indirettamente, le famiglie delle vittime della repressione messa in atto dal potere. Secondo  Orlando Figes ( Sospetto e silenzio. Vite private nella Russia di Stalin, Milano, Mondadori, 2009) nel periodo compreso tra il 1928 circa 25 milioni di cittadini sovietici furono toccati dalla repressione. [Una prima recensione di questo libro è apparsa sul mio sito col titolo: Testimonianze sullo stalinismo Nota di a.m.] Oltre alle persone che morirono o furono ridotte in schiavitù, decine di milioni di individui, i parenti delle vittime, ebbero la vita segnata in modo devastante, con profonde conseguenze sociali e personali. Appartiene a questo dramma anche il destino dei familiari di Trotsky, puniti, perseguitati, deportati, arrestati, colpiti nella loro dignità personale, spesso per la sola colpa di essere parenti del fiero oppositore di Stalin. E’ una storia, quest’ultima, raccontata solo in parte e sovente all’interno della vicenda umana e politica del rivoluzionario russo, assassinato in Messico nel 1940. Il lavoro di Jean-Jacques Marie ci restituisce il profilo biografico dell’ultimo dei figli di Trotsky, Sergej Sedov, un personaggio rimasto nell’ombra, rispetto al fratello maggiore e primogenito Leon Sedov, la cui vicenda umana e politica, conclusasi tragicamente, è stata a suo tempo raccontata da Pierre Broué (Leon Sedov, fils de Trotsky, victime de Stalin, Les editions ouvrières, 1993). A differenza del fratello, che aveva seguito il padre nella deportazione a poi nell’esilio, Sergej era rimasto in Unione Sovietica, come tanti altri familiari e parenti di Trotsky. Per loro le cose precipitarono dopo l’assassinio nel 1934 dell’alto funzionario del partito Sergej Kirov che aveva sostenuto Stalin. La sua morte, attribuita falsamente ad un complotto zinovievista-trotskista, fornì il pretesto per un’ondata di arresti che colpirono, fra gli altri, i familiari di Trotsky. I suoi generi, mariti delle figlie, Zina e Nina, avute dal primo matrimonio con Alexandra, che erano già stati deportati nel 1929, furono arrestati, internati e in seguito fucilati. Alexandra, ormai più che sessantenne, fu arrestata a Leningrado e deportata in Siberia nel campo di lavoro di Kolyma poi, condotta in prigione a Mosca, fu condannata a morte e fucilata l’8 marzo 1938. La repressione non risparmiò la sua famiglia, furono deportati nel Gulag: la sorella, il fratello e sua moglie. Nel 1936 fu fucilato Boris Bronstein, figlio del fratello di Trotsky Alexandre. Quest’ultimo, il 25 aprile 1938, estraneo all’attività politica, fu condannato a morte e fucilato con l’accusa di trotskismo. Stessa sorte era toccata a Olga Kameneva, sorella di Trotsky, moglie di Kamenev, ai suoi figli e all’ex marito. Nel 1937 la “caccia” ai trotskisti investì anche i familiari di Natalja, la seconda moglie di Trotsky, rimasti in Unione Sovietica.

Nella notte tra il 3 e il 4 marzo 1935 fu arrestato Sergej. Il secondogenito non si occupava di politica, né aveva mai fatto parte dell’Opposizione di sinistra ma, sentendosi personalmente coinvolto nelle vicende politiche paterne, mosso da amore filiale, aveva a volte favorito la trasmissione di documenti provenienti dal padre ai militanti dell’Opposizione, come lui stesso ammise nell’interrogatorio cui fu sottoposto dalla Nkdv il 4 maggio del 1935, precisando però che tale attività si era conclusa nel 1928. Il 14 luglio del 1935 Sergej fu condannato a cinque anni di deportazione nel campo di Solovski a nord di Arcangelo. Henriette Rubinstein, la sua seconda moglie, lo raggiunge nella deportazione. Vissero a Krasnoiarks, lavorando entrambi.  Furono mesi relativamente felici, durante i quali lei rimase incinta di una figlia che il padre non vide mai. Il 26 maggio 1936 Sergej fu riarrestato con l’accusa di sabotaggio e condannato a cinque anni di campo di lavoro. Fu trasferito al campo di Vorkouta dove aderì allo sciopero della fame organizzato dai deportati trotskisti. Due settimane dopo la fine dello sciopero fu trasferito nel carcere di Loubianka a Mosca.

Trotsky che non sapeva della partecipazione del figlio allo sciopero della fame a Vorkouta, continuava a ripetere che suo figlio si era sempre tenuto lontano dalla politica. Affermazione che alla luce delle conoscenze oggi acquisite non è del tutto vera. Deportato nel campo di lavoro, arrestato, accusato di attività controrivoluzionarie che non aveva commesso, a quel punto Sergej non poté più sfuggire alla politica. Accusato di complotto controrivoluzionario, di far parte di una rete trotskista clandestina, di aver creato una organizzazione spionistica e di sabotaggio volta a preparare un attentato contro i dirigenti del Pcus, fu condannato a morte e fucilato il 29 ottobre 1937. Nel corso degli interrogatori e del sommario processo respinse tutte le accuse, non fece alcuna ammissione né chiamò in causa altri compagni, parenti o amici. Tale atteggiamento, secondo Jean Jacques Marie, si spiega certo per l’amore che lo legava al padre, ma anche per la decisione di assumere  un profilo politico di oppositore al regime che aveva già manifestato aderendo allo sciopero della fame proclamato dai trotskisti nel campo di lavoro, ruolo che volle mantenere associandosi deliberatamente al loro destino.

[articolo apparso sul n.° 17 di « Solidarietà » - Ticino]



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