«Grande guerra patriottica» e Realpolitik staliniana

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«Grande guerra patriottica»

e Realpolitik staliniana

 

di Antonio Moscato*

Da «Giano» (quadrimestrale diretto da Luigi Cortesi), n. 19, gennaio-aprile 1995. Penso sia molto attuale, perché fornisce in modo articolato i dati ignorati da Alberto Burgio nella sua giustificazione del “patto scellerato” su “Liberazione” del 5 settembre. Ed è un altro piccolo omaggio allo storico e militante antiguerra recentemente scomparso.

 

 

L’innegabile rafforzamento dell’Urss al termine della seconda guerra mondiale, con una notevole espansione territoriale, la creazione di una vasta area di influenza e il prestigio acquisito come potenza militare che aveva retto lo scontro con il nazismo quasi da sola per un lungo periodo, ha fatto sì che si sottovalutassero le contraddizioni che minavano quelle conquiste, e si dimenticassero le gravi responsabilità della direzione sovietica nella fase in cui si preparava il conflitto.

Per decenni della storia dell'Urss è stata presentata nel movimento operaio italiano una vulgata agiografica e mistificante, che non è stata scalfita dall'inizio di un vivace dibattito sullo stalinismo tra gli storici comunisti a partire dagli anni Sessanta e neppure dalla pubblicazione di opere provenienti dall'interno del Pci (come quelle di Boffa, Spriano, Procacci, Guerra, Agosti) che investivano direttamente o indirettamente alcuni nodi di fondo, ma la cui diffusione restava sostanzialmente limitata a una cerchia intellettuale abbastanza ristretta.

Il risultato è stato il permanere a livello di massa di molti miti fino al crollo del 1989-1991, col risultato di rendere quest'ultimo pressoché inesplicabile in termini materialistici, lasciando quindi spazio al risorgere di atteggiamenti irrazionalistici e di un'inaccettabile «nostalgia» nei confronti del «socialismo reale».

Eppure le contraddizioni che minavano l'Urss erano profonde e molte di esse - a partire dalla questione nazionale - si erano acutizzate proprio dopo la vittoria nella seconda guerra mondiale. Per questo è importante ricostruire come l'Unione sovietica arrivò alla guerra, come la affrontò, che trasformazioni si produssero nella società sovietica nel corso e al termine della «grande guerra patriottica».

Il luogo comune che interpreta ogni scelta degli anni Trenta come una tappa di una lunga e metodica preparazione dell'Urss alla guerra antifascista è particolarmente inadeguato a spiegare la politica contraddittoria di quegli anni, perché trascura la grave sottovalutazione del fascismo e del nazismo che si verificò in diversi momenti cruciali, gli ostacoli posti alla stessa preparazione militare dalle purghe che sterminarono la maggior parte degli ufficiali e un gran numero di scienziati e di tecnici, e le oscillazioni nella ricerca di possibili alleati dovute alla convinzione che non ci fosse grande differenza tra di essi (ad esempio tra Hitler e Churchill).

Una delle maggiori responsabilità del gruppo dirigente staliniano è indubbiamente la sottovalutazione del pericolo rappresentato dal fascismo nel momento in cui la grande crisi del 1929, lungi dall'aprire meccanicamente la strada alla rivoluzione mondiale, spingeva la borghesia tedesca a ricorrere ad esso per prepararsi alla guerra distruggendo il movimento operaio. Solo questa sottovalutazione può spiegare l'abbandono della tattica leniniana del «fronte unico proletario» da parte del Comintern, e la formulazione della sciagurata parola d'ordine della lotta al «socialfascismo»: proprio negli anni dell'ascesa di Hitler si identificava come «nemico principale» la socialdemocrazia, al punto che per combatterla si arrivò a mostruose convergenze tattiche con i nazisti perfino nel 1932, alla vigilia della loro vittoria.[1]

Più grave ancora, per molti aspetti, che il pericolo nazista fosse minimizzato anche dopo il suo arrivo al potere, almeno fino alla metà del 1934: ma questo dato rivelatore dell'offuscarsi di una visione materialista e classista della direzione del Comintern è in genere ignorato dalla sinistra italiana (anche se è documentato tra l'altro dagli stessi articoli con cui Togliatti irrideva agli «allarmismi» di Trotskij). Analoga sorte hanno avuto i discorsi possibilisti e distensivi nei confronti della Germania hitleriana tenuti da Stalin e Molotov nel XVII congresso del Pcus nel gennaio 1934, in cui si ribadiva la disponibilità a ripetere con la Germania la politica che aveva consentito «di stabilire le migliori relazioni» con l'Italia fascista.

D'altra parte anche la pagina oscura delle relazioni cordiali dell'Urss con il governo Mussolini fa parte dei tabù e delle amnesie di gran parte della base comunista: eppure proprio uno storico del Pci, Giuliano Procacci, ha ricordato nel suo libro su Il socialismo internazionale e la Guerra di Etiopia le notevoli ambiguità del governo sovietico, che sviluppava una fiera campagna contro la penetrazione... giapponese nel Corno d'Africa mentre già vi si concentravano le truppe italiane, e che si oppose alle sanzioni con l'argomento che non si poteva condannare solo l'Italia mentre si assicurava impunità al Giappone per l'invasione della Manciuria. Lo stesso Togliatti aveva allora giustificato l'atteggiamento dell'Urss, che continuò a rifornire l'Italia di petrolio durante l'invasione dell'Etiopia, criticando le sanzioni in nome di ipotetiche «sanzioni proletarie», mentre Manuilskij in nome del «realismo» diceva più francamente che applicandole il maggior danno sarebbe stato per l'Urss e non per l'Italia, a cui veniva assicurato così il 22% del suo fabbisogno energetico eludendo le decisioni della Società delle Nazioni di cui pure l’Unione sovietica faceva parte dal 1934.[2]

Ma l'aspetto più discutibile della politica sovietica e dell'IC negli anni che precedettero l'esplosione della guerra, l'aver oscillato in politica estera tentando accordi pesanti e gravidi di conseguenze alternativamente con i due blocchi che si preparavano al conflitto, viene invece ignorato continuando a riproporre in modo più o meno sofisticato una giustificazione che prescinde completamente dai risultati raggiunti. In particolare anche una parte non trascurabile della «nuova sinistra» ha finito per inserire nel suo bagaglio il mito dei Fronti popolari del 1936, sorvolando sul contesto internazionale che spinse Stalin ad appoggiare quella politica, e ignorandone la rapidissima involuzione, già evidente tanto in Francia che in Spagna appena un anno dopo il trionfo elettorale, e culminata nel 1939 in pesanti sconfitte.

Perfino il libro per altri versi serio e documentato di Leonardo Rapone su Trotskij e il fascismo, apparso nel 1978 presso Laterza, e che rendeva giustizia al grande rivoluzionario sulla «questione tedesca», rivelava una sostanziale incomprensione della critica trotskiana ai Fronti popolari, riprendendo un argomento assai diffuso (lo si ritrova in molti autori, da Magri a Canfora al primo Spriano, che modificherà tuttavia il tiro nei suoi ultimi libri) che attribuiva a Trotskij un rifiuto settario di apprezzare il sia pur tardivo ritorno dell'Internazionale Comunista alla politica di fronte unico.

In realtà la critica di Trotskij era ben fondata, ed ha avuto purtroppo tragiche verifiche storiche: i Fronti popolari non erano un «ritorno» e un «ampliamento del fronte unico», cioè della tattica che Lenin propose all'IC fin dal secondo e terzo congresso, e che si basava sulla necessità di costituire l'unità di classe del proletariato di fronte a un pericolo mortale, indipendentemente dalle divisioni organizzative e senza sopprimere diversità e polemiche ideologiche e politiche.[3] Erano la sua negazione: la partecipazione ad essi di forze borghesi (in Francia lo stesso partito radicale, che per decenni aveva rappresentato la principale espressione politica delle classi dominanti) aveva giustificato o costretto a una autolimitazione del programma, che sacrificava le principali aspirazioni del proletariato e soprattutto dei popoli delle colonie.

Perfino in Spagna, dove i piccoli partiti borghesi rappresentati nel Fronte popolare furono definiti giustamente il «fantasma della borghesia» dato che la maggioranza di essa sosteneva senza riserve Franco, furono usati come pretesto per far accettare scelte insensate e suicide: ad esempio il governo repubblicano rifiutò di incontrare gli esponenti marocchini giunti in Spagna per sollecitare un impegno a porre termine alla dominazione coloniale. Eppure essi avrebbero potuto scavare il terreno sotto i piedi a Franco: i mercenari reclutati in Marocco tra gli strati meno coscienti della popolazione su cui basava la sua forza militare avrebbero presumibilmente subito l'influenza del riconoscimento dell'indipendenza del loro paese da parte del legittimo governo spagnolo.

In Francia poi il governo di Fronte popolare, applicando la stessa tattica di Kerenski nel 1917, nominò o confermò come governatori delle colonie gli uomini della destra militare, che in gran parte si schierarono col governo collaborazionista di Petain-Laval al momento della disfatta del 1940.[4]

In entrambi i paesi la coalizione tra comunisti e socialisti «allargata» a esponenti delle classi antagoniste paralizzò e divise il proletariato, mentre facilitò il successo della borghesia più reazionaria: in Francia consentì ai radicali di Daladier di rimangiarsi in meno di due anni le concessioni che avevano dovuto fare alla grande ondata spontanea di scioperi e di occupazioni di fabbrica del giugno 1936. Due anni dopo la vittoria elettorale i comunisti erano esclusi da un nuovo gabinetto Daladier, che nel 1939 approfittò della loro ambiguità sulla guerra per metterli fuori legge.

In Spagna, sempre per non spaventare la borghesia, si scelse la «tattica dei due tempi», rinviando a un futuro ipotetico la rivoluzione e bloccando quindi occupazioni di fabbriche e di terre, e preparando l'attacco alla sinistra rivoluzionaria di Barcellona del maggio 1937 che facilitò enormemente il compito a Franco.

Anche sul terreno militare la tattica dei due tempi ebbe effetti nefasti: il 19 luglio 1936 aveva dimostrato che, contro un esercito regolare e bene armato, era decisiva la forza del proletariato urbano, che aveva sconfitto quasi a mani nude l'insurrezione fascista a Madrid, Barcellona e nelle principali città spagnole. Eppure si teorizzò (in primo luogo da parte di Togliatti, inviato speciale del Comintern in Spagna) che bisognava prima vincere la guerra e poi fare la rivoluzione: ma la rivoluzione c'era, e bloccarla in quel momento significava aprire la strada a una demoralizzazione profonda e duratura, che non avrebbe lasciato spazio per nessuna ipotetica rivoluzione di domani. Al contrario l'esercito tradizionale che si tentò di mettere in piedi risultò tecnicamente inferiore a quello di Franco, a cui dovette inevitabilmente soccombere, anche per la scarsità di armi dovuta alla politica ipocrita di «non intervento», di cui principale sostenitore era proprio il governo «fratello» di Léon Blum in Francia.[5]

Nessuna di queste incoerenze, una volta affrontate confrontando con la storia le giustificazioni o le apologie riproposte per decenni da vecchia e nuova sinistra, può essere spiegata senza tener conto degli interessi dello Stato sovietico, o di quelli che apparivano tali al suo gruppo dirigente.

Molti degli apologeti dei Fronti popolari hanno segnalato come bizzarra incongruenza che l'Urss staliniana, mentre applicava quella politica che a loro appare così corretta, praticava lo sterminio dei dirigenti rivoluzionari con il grande Terrore iniziato proprio in quel 1936. In realtà la contraddizione è solo apparente. Lo sterminio di ogni opposizione organizzata prima, poi di ogni voce potenzialmente dissenziente all'interno dello stesso gruppo staliniano (ad esempio l'uccisione del 70% dei membri del Comitato centrale eletto al XVII congresso che, pure, era stato definito «dei vincitori» dato che aveva cancellato ogni residuo dell' opposizione), era strettamente legato a una concezione distorta della difesa dell'Urss: una volta resosi conto sia pur tardivamente della pericolosità della situazione internazionale, il gruppo dirigente staliniano da un lato puntò a rendere ancor più assoluto il «monolitismo», dall'altro ricercò disperatamente in qualsiasi direzione alleanze per evitare che l'Urss affrontasse da sola una guerra che giustamente si riteneva ormai inevitabile.[6]

Il problema era reale, ma le soluzioni tentate pessime: da un lato, per le molte indecisioni nella scelta degli interlocutori, che si spiegano soprattutto con la incomprensione della ben diversa pericolosità del fascismo rispetto ad altre forme di dominazione capitalistica, sicché fino a tutto il 1934 e poi nuovamente dopo la Conferenza di Monaco del settembre 1938 si pensò assurdamente a un'intesa con la stessa Germania in nome della lotta contro gli accordi di Versailles; dall'altro perché anche quando tra il 1935 e il 1938 si ricercò più logicamente un'intesa antitedesca con Francia e Gran Bretagna, ciò avvenne puntando a un'intesa senza principi con le classi dominanti di quei paesi, fornendo loro abbondanti garanzie sul «senso di responsabilità» dell'Urss e del movimento operaio ad essa legato, anche a costo di frenare o bloccare le dinamiche di ascesa rivoluzionaria innescate in Francia e in Spagna dal successo elettorale dei Fronti popolari, e che avevano visto una rapida crescita dell'attività spontanea delle masse.

In tutte le fasi, il prezzo pagato per rassicurare gli interlocutori fu altissimo. In primo luogo, un prezzo politico, basato sulla rinuncia ad ogni critica agli interlocutori: il nuovo corso fu inaugurato con le dichiarazioni con cui Stalin elogiava la politica di riarmo di Pierre Laval nel maggio 1935, ma raggiunse uno dei punti più vergognosi con i discorsi con cui Molotov nel settembre 1939 difendeva la «politica di pace» della Germania; con alterne vicende il concetto di imperialismo venne usato per caratterizzare solo una delle due parti: nel 1935-1938 la Germania, poi dal 1939 al giugno 1941 Francia e Gran Bretagna, che a loro volta dopo l'aggressione nazista persero questa qualificazione entrando - insieme agli Stati Uniti - nella categoria delle «grandi democrazie antifasciste».

Abbiamo già accennato alla politica interclassista e rinunciataria imposta attraverso i partiti comunisti al movimento operaio di Spagna e Francia, ma l'epoca del riavvicinamento e poi del trattato di amicizia con la Germania nazista ha visto episodi ben più scandalosi: dalla soppressione dei partiti comunisti dei paesi oggetto di mercanteggiamenti e spartizioni di aree di influenza (oltre al più noto caso della Polonia, ci sono quelli dei Paesi baltici), alla consegna a Hitler di migliaia di comunisti e antifascisti tedeschi e austriaci - tra cui molti ebrei - nel corso del 1940.

Di tutti gli storici del PCI, solo Paolo Spriano si è soffermato nel suo ultimo libro su I comunisti europei e Stalin su questo crimine, che a parte ogni considerazione etica, conferma insieme a molti altri episodi (dallo sterminio degli ufficiali polacchi a Katyn alla deportazione dell'intelligencija di tutti i territori occupati) che, durante l'alleanza con Hitler, Stalin non pensava affatto, come si è ripetuto per decenni, alla preparazione della guerra antinazista.

In realtà Stalin si illuse di poter beneficiare per anni di una tregua con Hitler, che riteneva necessaria per poter assimilare tranquillamente i territori che avevano fatto parte dell'impero zarista e che aveva ottenuto, attraverso il mercanteggiamento con la Germania nazista, indipendentemente dalla volontà dei loro abitanti, di cui non si curò minimamente di ottenere il consenso, o di preparare nelle retrovie come alleati.

In Italia nella sinistra è ancora diffusa una tenace giustificazione di quella indifendibile politica, che si rifà più o meno coscientemente agli argomenti usati da Giorgio Amendola in molte occasioni, e in particolare nella sua Storia del PCI con cui cercava di controbattere interpretazioni e dati presenti nell'opera di Paolo Spriano. Il luogo comune del Patto Ribbentrop-Molotov come «misura necessaria per guadagnare tempo e spazio», ripreso recentemente anche da Luciano Canfora [ e ora da Burgio, NdA, 8-9-2009], si regge solo a patto di ignorare l'ampia documentazione sull'impreparazione politica e militare al conflitto con la Germania fornita da storici sovietici come Roy Medvedev, Piotr Grigorenko, Aleksandr Nekric fin dagli anni Sessanta.

Altra questione, vera ma non sufficiente a giustificare le modalità dell'accordo, e soprattutto lo zelo con cui fu rispettato anche quando i tedeschi avevano praticamente smesso le loro forniture nei mesi precedenti l'invasione, è la scarsa disponibilità delle potenze occidentali nel corso dell' estate del 1939 a firmare un patto di amicizia e di reciproca assistenza militare con l'Urss, che non senza ragione fece pensare che la politica inaugurata a Monaco puntasse a lasciare via libera a Hitler verso est.

Il periodo 1939-1941 viene comunque in genere disinvoltamente sorvolato. La clamorosa sottovalutazione delle molte informazioni pervenute all'Urss da Richard Sorge, dall'Orchestra rossa, da molti soldati tedeschi antifascisti che avevano disertato alla vigilia dell'attacco (non si dimentichi che erano passati appena otto anni dall' arrivo di Hitler al potere) viene considerata un banale infortunio, mentre il panico dimostrato da Stalin al momento dell'attacco con l'inquietante silenzio che durò dal 21 giugno al 3 luglio del 1941, viene considerato una «leggenda» solo perché il primo che ne parlò fu Chruščëv nel rapporto segreto al XX congresso, come se non esistesse in proposito una esauriente documentazione nelle stesse registrazioni radiofoni­che e nella stampa sovietica di quei giorni.[7]

Altro luogo comune diffuso per decenni nella sinistra italiana fino alla tardiva ammissione fatta da un'apposita commissione del parlamento russo agli inizi del 1990, riguarda i protocolli segreti annessi al patto Ribbentrop-Molotov, di cui si negò testardamente l'esistenza basandosi su una presunta mancanza degli originali. In realtà gli originali stavano nella cassaforte di Gorbacëv (che invece aveva taciuto fino all'ultimo), ed erano identici alle copie trovate negli archivi nazisti decentrati durante gli ultimi mesi di guerra per sfuggire ai massicci bombardamenti, e pubblicate in Occidente già pochi anni dopo la guerra.

L'argomento della mancanza degli originali era particolarmente inconsistente, dato che i territori occupati dai sovietici erano esattamente quelli descritti nelle «copie», e che furono rivendicati (e ottenuti) successivamente da Stalin nelle diverse conferenze in cui tra il 1944 e il 1945 venne ridefinita la spartizione del mondo con i nuovi alleati.

È vero che per anni molti storici del Pci hanno parlato di «cosiddetti accordi di Yalta», basandosi sul fatto che nei verbali di quella conferenza non risultavano tracce di una spartizione: in realtà si trattava di un banale escamotage basato sul fatto che il nome di «accordi di Yalta» era stato attribuito all'insieme delle estenuanti trattative avviate tra Stalin e Churchill già nell'ottobre del 1944 a Mosca, e proseguite in tutti gli incontri bilaterali e trilaterali dell'ultima fase di guerra. Ne resta abbondante traccia non solo nella pregevole documentazione raccolta dallo stesso Churchill nella sua monumentale opera sulla Guerra mondiale, ma soprattutto negli avvenimenti che in quegli anni portarono tanto i sovietici che gli imperialisti occidentali a imporre regimi amici nelle rispettive zone d'influenza, indipendentemente dalla volontà di quei popoli (esempi classici: Polonia e Ungheria da una parte, Grecia dall'altra).

 

Questa lunga premessa su come l'Urss è arrivata alla guerra è indispensabile per capire come la ha attraversata e come ha potuto vincerla.

Nei primi giorni dopo l'assunzione del comando effettivo da parte di Stalin le misure prese non furono particolarmente utili, dall' ordine di «non cedere un centimetro di suolo patrio» impartito quando già il nemico era penetrato per centinaia di chilometri (facilitò ovviamente l'accerchiamento di milioni di combattenti che avrebbero ancora potuto effettuare una ritirata strategica su posizioni effettivamente difendibili), alla condanna a morte di molti ufficiali risultati inadeguati ai compiti per assenza di ordini ragionevoli o più spesso per inesperienza (erano stati promossi anche di quattro o cinque gradi in poco tempo per occupare i posti lasciati scoperti dalle vittime delle grandi purghe del 1937-1938, che sterminarono tutta l'élite militare formatasi nella guerra civile e che aveva portato negli anni Trenta l'Armata rossa a un altissimo livello). Successivamente tuttavia Stalin riuscì a correggere il tiro, e imparò a utilizzare e promuovere gli uomini migliori, che avrebbero avuto un ruolo decisivo a partire dal 1943, e di cui è simbolo il maresciallo Zhukov. Riconoscere questa capacità di Stalin di ricavare lezioni dalla tremenda sconfitta iniziale (che costò comunque milioni di vite umane, e che assicurò a Hitler riserve di munizioni, di cannoni e di carri armati tali da consentire di concentrare per un lungo periodo la produzione bellica tedesca esclusivamente su aerei e sottomarini) non cancella una sola delle sue colpe.

I primi due anni di guerra rivelarono l'inadeguatezza delle concezioni difensive adottate alla vigilia della guerra, basate sull'illusione che gli spazi conquistati in base agli accordi con Hitler rappresentassero un'adeguata protezione: nei territori conquistati nel 1939 le armate naziste penetrarono «come un coltello nel burro», trovando una resistenza insignificante e un gran numero di collaborazionisti, compreso quel generale Vlasov che si era distinto nello «smascheramento» dei suoi superiori.[8]

Solo quando le orde hitleriane arrivarono nei territori che erano sovietici fin dal 1917 trovarono quella meravigliosa e tenace resistenza popolare che fu una delle cause decisive della loro sconfitta.

L'Urss, costretta a difendersi e sotto lo shock della brutalità degli occupanti, cominciò a trovare le energie che portarono alla vittoria. Tuttavia non va sottovalutato che l'appello alla lotta fin dal primo momento fu fatto non in nome del comunismo ma in termini di guerra nazionale degli slavi contro gli invasori stranieri, richiamandosi più al precedente di Aleksandr Nevskij in lotta contro i cavalieri teutonici e dei condottieri delle guerre contro Napoleone, che alle tradizioni della guerra civile.

Un simbolo di questa impostazione di quella che non a caso fu chiamata la «grande guerra patriottica» fu la mobilitazione a difesa del regime del clero ortodosso retrogrado e nazionalista, che ottenne in cambio del suo atteggiamento consistenti privilegi. E il nazionalismo russo e panslavistico fu pagato amaramente dai «popoli puniti», deportati in condizioni tremende per colpe collettive in genere inesistenti: nel Caucaso e in Crimea, erano prevalentemente musulmani, ma la stessa sorte toccò perfino ai tedeschi del Volga, che in quella regione si erano installati fin dal tempo di Pietro il Grande, e vi avevano rappresentato il principale baluardo bolscevico durante la guerra civile.

Un caso tra i tanti è quello dei ceceni, di cui oggi si è parlato spesso criminalizzandoli in blocco come «mafiosi» e «banditi», sorvolando sul fatto che il loro nazionalismo esasperato fu generato dalla tragedia della deportazione e dello sterminio.

Molti storici sovietici, e anche memorialisti come Karol, hanno sottolineato che durante la guerra vi fu peraltro un'effettiva riduzione della repressione politica. Roy Medvedev ha ricostruito ad esempio in uno dei suoi libri un episodio sintomatico: «Quando le truppe tedesche si avvicinarono a Mosca, Stalin diede ordine di trasferire molte divisioni dall'estremo oriente, colà dislocate in previsione dell' attacco giapponese. Ma, per riempire il vuoto nelle linee difensive, il comandante del fronte dell'estremo oriente gen. I. Apanasenko diede ordine di richiamare alle armi non solo molti abitanti di quelle regioni, ma anche una parte dei reclusi nei lager di Kolyma e della Siberia». Nonostante le proteste dell'Nkvd, e con il consenso di Stalin, furono così reclutate 20 divisioni, che scoraggiarono i giapponesi dallo scatenare l'attacco all'est che veniva pressantemente sollecitato da Hitler.[9] L'episodio conferma tra l'altro che tra i dirigenti esisteva una certa coscienza che la maggior parte dei «controrivoluzionari» condannati non lo erano affatto.

La conclusione che si può ricavare è che se, al termine della guerra, l'eroica resistenza alle armate naziste (ma anche lo sforzo meraviglioso degli operai e dei tecnici che smontarono e rimisero in funzione nelle retrovie il grosso delle fabbriche minacciate dagli invasori) assicurò all'Urss (che aveva retto a lungo quasi da sola lo scontro in attesa del «secondo fronte») una crescita enorme del suo prestigio e della sua potenza militare, ciò avvenne soprattutto in termini di rafforzamento di uno Stato di cui si sottolineava sempre più il carattere russo. Il riassetto interno con l'annessione di vasti territori (alcuni dei quali non avevano neppure fatto parte dell'antico impero zarista) e la riorganizzazione arbitraria dei «confini interni» accentuò le tensioni nazionali accumulatesi per anni e che dovevano diventare il combustibile che alla fine degli anni Ottanta porterà all'esplosione dell'Urss.

 

 

 

Nota bibliografica

 

Oltre a quelli già citati, si segnalano alcuni altri testi:

Giuseppe Boffa, Storia dell'Unione sovietica, Milano, Mondadori, 1976-1979.

Roy Medvedev, Lo stalinismo, Milano, Mondadori, 1972.

Roy Medvedev, Stalin sconosciuto, Roma, Editori riuniti, 1980.

Roy Medvedev, Tutti gli uomini di Stalin, Editori riuniti, Roma, 1983 (in particolare la biografia del maresciallo K. E. Voroscilov).

John Erickson, Storia dello Stato maggiore sovietico, Milano, Feltrinelli, 1963.

Sewerin Bialer (a cura di), I generali di Stalin. Storia della potenza militare sovietica attraverso le memorie dei suoi artefici, Milano, Mondadori, 1972.

Général Andolenko, Histoire de l'armée russe, Paris, Flammarion, 1967.

I. M. Nekric, Stalin aprì le porte a Hitler?, Milano, Tindalo, 1968.

Piotr Grigorenko, Stalin e la seconda guerra mondiale, Milano, Sugar, 1970.

Philipp W. Fabry, Il patto Hitler-Stalin 1939-1941, Milano, Il Saggiatore, 1965.

Arturo Peregalli, Il patto Hitler-Stalin e la spartizione della Polonia, Roma, Erre Emme, 1989.



* Da «Giano» (quadrimestrale diretto da Luigi Cortesi), n. 19, gennaio-aprile 1995. Penso sia molto attuale, perché fornisce in modo articolato i dati ignorati da Alberto Burgio nella sua giustificazione del “patto scellerato” su “Liberazione” del 5 settembre. Ed è un altro piccolo omaggio allo storico e militante antiguerra recentemente scomparso.

[1] D'altra parte, per molti anni dopo la fine del fascismo la maggior parte dei militanti del Pci ignorò che, con diverse motivazioni e senza collegamenti diretti tra di loro, Antonio Gramsci e Umberto Terracini dal carcere, Alfonso Leonetti, Pietro Tresso e Paolo Ravazzoli dall'esilio francese avevano denunciato la politica settaria del cosiddetto “terzo periodo” dell'Internazionale Comunista, mentre occorreranno lunghi anni prima che le calunnie grossolane e infamanti contro Leone Trotskij venissero accantonate, e che in un'opera come la Storia del partito comunista italiano di Paolo Spriano si riconoscesse la lungimiranza delle sue critiche almeno per quanto riguarda la tattica dell'IC in Germania.

[2] Cfr. Giuliano Procacci, Il socialismo internazionale e la guerra d’Etiopia, Roma, Editori Riuniti, 1978; Antonio Moscato, Chiesa. partito e masse nella crisi polacca, Lacaita, Bari-Manduria, 1988, pp. 198 e 219-221.

[3] In Russia, la prima sperimentazione pratica di una tattica di questo tipo era avvenuta al momento del colpo militare reazionario del generale Kornilov, nel settembre 1917, quando i bolscevichi avevano proposto una lotta comune a tutte le tendenze del movimento operaio, compresi quei partiti che stavano all'interno di quel governo Kerenski, che per tranquillizzare i conservatori aveva nominato Kornilov comandante in capo e gettato in carcere i bolscevichi. Grazie a questa tattica il colpo di stato militare era stato rapidamente sconfitto, e i bolscevichi avevano accresciuto rapidamente la loro forza. gettando le basi per la conquista del potere.

[4] Ad esempio, in Indocina ciò significò l'apertura del paese alle truppe giapponesi. Ironia della storia, ciò faciliterà nell'ultima fase della Guerra mondiale il compito dei comunisti indocinesi, che ebbero la possibilità di condurre la loro lotta per l'indipendenza sotto le bandiere della grande coalizione antifascista, a differenza di quelli dell'India o di altre colonie britanniche o francesi, costretti a rinunciare ai loro obiettivi per non essere bollati come complici del nazismo.

[5] Quanto all'Urss, il suo contributo militare alla lotta contro Franco fu importante (anche se non del tutto disinteressato, dato che si fece consegnare per “metterle al sicuro” le riserve d'oro della Banca di Spagna, che successivamente trattenne a titolo di pagamento delle forniture di armi alla repubblica), ma fu controbilanciato dalle pesanti ingerenze nella vita politica, soprattutto attraverso gli “organi”, che si dedicarono allo sterminio dei trotskisti (veri o presunti) e di quegli anarchici che rifiutavano la politica interclassista dei Fronti popolari. È interessante notare che la maggior parte dei quadri sovietici che parteciparono alla guerra di Spagna furono uccisi dopo il loro rientro in patria, e che la stessa sorte toccò a molti dei quadri cecoslovacchi e ungheresi delle Brigate internazionali al momento dei processi Slanski e Rejk nel dopoguerra. La sistematicità della persecuzione può essere attribuita al sospetto che dalla sconfitta e dal contatto con una vera rivoluzione potessero aver ricavato inquietanti conclusioni sulla politica staliniana. Cfr. Pierre Broué, Émile Temime, La rivoluzione e la guerra di Spagna, Milano, Sugar, 1962.

[6] Tardivamente, si sottolinea, perché i preparativi di guerra avviati dalla Germania a partire dal 1929 (e che sono la spiegazione fondamentale della scelta di tutta la borghesia tedesca di appoggiare Hitler nonostante non potessero esserci dubbi sul suo terribile programma), erano stati appunto sottovalutati da Stalin e Molotov ancora nel 1934, mentre erano al centro delle preoccupazioni di quel largo schieramento che dall'interno dello stesso partito comunista cominciò a pensare a una sostituzione di Stalin con Kirov e perfino a un ritorno di Trotskij in patria. Sulla crisi politica del 1934 rinvio alla ricostruzione contenuta nel quarto capitolo di: Antonio Moscato, Intellettuali e potere in Urss (1917-1991). Bilancio di una crisi, Lecce, Milella, 1995 (seconda edizione), pp. 83-114.

[7] Paradossalmente perfino il libro fondamentalmente giustificazionista del generale Volkogonov, che ha cominciato la sua opera di storico e teorico militare all'ombra di Breznev per diventare poi consigliere di Gorbacëv prima e oggi di Eltsin, non può nascondere la crisi di Stalin di fronte alla clamorosa smentita delle illusioni riposte in Hitler. Cfr. Dimitri Volkogonov, Trionfo e tragedia. Il primo ritratto russo di Stalin, Milano, Mondadori, 1991, pp. 416-447 e passim.

[8] Nella scheda personale di Vlasov si leggeva una nota del 1938 che lo segnalava come «molto attivo nella questione dell'eliminazione dei sabotatori rimasti nelle unità del nostro esercito». Ivi, p. 469. Quanto alla valutazione generale delle conseguenze del Patto Ribbentrop-Molotov, va segnalato un duro e preciso giudizio di Fidel Castro - che anche in questo caso conferma la sua competenza negli studi militari - contenuto nel libro-intervista (a cura di Tomas Borge), Un grano di mais, Il Papiro, Sesto S. Giovanni, 1994.

[9] Giulietto Chiesa, Roy Medvedev, La rivoluzione di Gorbacev, Milano, Garzanti, 1989, p. 127. Medvedev segnala analoghi casi di reclutamento di soldati nei cosiddetti “insediamenti speciali” del Kazachstan e della Siberia in cui erano stati deportati i kulaki (o presunti tali) e le loro famiglie, che ottennero così al termine del conflitto la riabilitazione.




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